Archivio per Settembre 2004

retaggi.

29 Settembre 2004, Mercoledì

E’ innegabile, certe cose sono ereditarie. Tra l’altro si tratta delle cose che meno ti aspetti, di quelle che a tutti i costi vorresti evitare si tramandassero, quelle che detesti nei tuoi genitori e che ti riprometti giorno per giorno di non emulare quando verrà il tuo turno. Ma poi, irrimediabilmente, lo fai. Intro drammatica per un fatto tutto sommato insignificante: la mia macchina è un porcile. La macchina di mio padre è sempre stata un porcile, fin da quando mi ricordo. Ed è una cosa che mi ha sempre dato parecchio fastidio. Polvere, fogli e foglietti di vario genere, gadget trovati nei giornali, bottiglie d’acqua semivuote, monetine, capelli, varie forme di immondizia, penne rotte, documenti importantissimi che-non-si-sa-cosa-ci-fanno-lì, e quell’odore indefinibile a metà strada fra la plastica umida, il cuoio marcio e il fumo di sigaretta (cosa tra l’altro piuttosto curiosa, visto che mio padre ha smesso di fumare una quindicina di anni fa).

Ecco, la mia macchina ora come ora è qualcosa di molto simile. Manca giusto l’odore, ma penso che l’umidità autunnale provvederà allo scopo. Non fumo nemmeno io, ma credo che in fondo anche l’odore finisca per essere ereditario. Nel frattempo, gli spazi portaoggetti sono stracolmi di cellophane, carta straccia, una lattina di coca del distributore automatico vuota, una matita spuntata, e la solita penna che non scrive. Il cruscotto è ricoperto da una uniforme patina grigiastra, e il pavimento è una raccolta di ghiaia proveniente da almeno una decina di fonti diverse. Sul sedile posteriore fanno ancora capolino alcune foglie del ramo d’ulivo che i miei ci hanno messo tornando dalla messa della Domenica delle Palme (li ho pregati di non farlo, sapevo che sarebbe finita così), mentre da sotto i sedili anteriori spuntano una bottiglia di Nestea vuota (risalente, credo, a quando lavoravo ancora al bar di Malpensa) e una busta, vuota, di Banca Intesa. Cosa contenesse lo ignoro, io non ho mai avuto un conto corrente su Banca Intesa.

Tutto questo finisce inevitabilmente per provocarmi una specie di complesso di inferiorità, un’invidia atavica verso gli eletti che riescono a tenere la macchina in perfetto ordine, pulita, linda, profumata, con l’Arbre Magique sempre fragrante di pino silvestre o mango o cocco-che-sembra-tanto-vaniglia, i pupazzetti sullo specchietto retrovisore che ti guardano felici e il cruscotto che splende. Invidio le loro giacche che non si insozzano contro lo schienale del sedile, i loro cassetti portaoggetti che sembrano scaffali di uno studio legale, i loro vetri perfettamente trasparenti e le loro carrozzerie coloratissime e lucenti. Io non ho nulla di tutto questo. E non perché non lo voglia, sia chiaro: non credo di essere una persona particolarmente sporca o disordinata, non sarò immacolato e sterile ma mi lavo e mi cambio tutti i giorni, e vedere la mia macchina in quelle condizioni mi dà sinceramente fastidio. Il fatto è che per quanto mi sforzi, e per quanto almeno settimanalmente mi prodighi a svuotare, strofinare e spolverare, dopo nemmeno due giorni, in maniera quasi inconscia, i miei vani portaoggetti sono di nuovo pieni di schifezze, il cruscotto è di nuovo pieno di polvere e il pavimento sembra di nuovo una cava di sabbia.

Non c’è nulla da fare, è ereditario. Come la panza, i capelli spettinati, la barba rossa e la camicia spiegazzata. Non c’è nulla da fare.

Umilmente, buona giornata a tutti.

varie ed eventuali.

22 Settembre 2004, Mercoledì

Ieri improvvisamente, finite di sfogare le mie turbe mentali in questa sede, mi sono reso conto di una cosa inquietante anzichenò: tutti i post che ho scritto finora su questo blog li ho scritti di martedì mattina. E, giuro, la cosa è stata del tutto casuale. Tra l’altro non me ne faccio una ragione, in fondo il martedì non è un giorno particolarmente tranquillo, anzi, è il primo giorno della settimana in cui davvero comincio a “macinare” un po’ di lavoro, visto che il lunedì, di norma, lo scazzo e il rincoglionimento mi rendono decisamente meno produttivo della media. Boh, non saprei.

Di conseguenza, allo scopo di fuggire cotanta funesta regolarità, eccomi a postare di mercoledì pomeriggio, senza avere realmente cose interessanti da dire, ma solo allo scopo di rompere la monotonia. Ma, già che ci sono, vi racconterò un po’ di cose interessanti successe fra ieri ed oggi. Così, giusto per riempire un po’ la pagina. Dopotutto la mia logorrea deve pur sfogarsi, in qualche modo. E così vi dirò che:

-   Ieri i Vappa si sono riuniti per la prima volta dopo le vacanze, e per la prima volta in assoluto nella saletta ristrutturata e (almeno in teoria) insonorizzata. Abbiamo suonato decisamente con il culo, la ruggine si sente parecchio. Poco male, c’è tempo per tornare in forma. Tra l’altro l’insonorizzazione, così a occhio, fa un po’ cacare: prima la famigliola al piano di sopra sentiva vagamente i bassi, ora NOI sentiamo i LORO passi. Hmmm…

-   Nel corso della giornata di ieri ho cominciato e finito un libro che mi ha regalato mio cugino per il compleanno. Trattasi di “l’uomo di marketing e la variante limone”, scelta non casuale da parte sua, visto che entrambi ci occupiamo di questa curiosa funzione aziendale. L’autore è Walter Fontana, quello che lavora spesso con la Gialappa. Il libro era divertentissimo, e allo stesso tempo terribilmente inquietante nel rispecchiare ciò che davvero succede nei rapporti fra un’azienda che lancia un nuovo prodotto e quella che sviluppa l’apposita strategia di comunicazione.

-   Nel cazzeggio pre-partenza di ieri sera sono anche riuscito a mettere un po’ a posto il template. Ora il contatore è a destra, come volevo fin dall’inizio, e sono riuscito ad aggiungere qualche link. Adesso mi piacerebbe aggiungerne altri, ed eventualmente dividerli per “categoria”, ma ovviamente non so come fare. Andrò per tentativi, esattamente come prima.

Vabbè, potrei proseguire con ciò che ho mangiato per cena e con altre cose, ma non credo che la qualità dello scritto ne guadagnerebbe. Di conseguenza mi limiterò a continuare a fare ciò per cui mi pagano. Poco, ma mi pagano.

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

schizofrenia potenziale.

21 Settembre 2004, Martedì

Non è vero che non esiste più la mezza stagione. Sono due giorni che giro tranquillo e beato con il mio giumbotto di cotone nero apposito, e si sta da Dio.

Sono giorni dubbiosi, questi. Fin dalla settimana scorsa continuano a capitare cose che mi ricordano quanto la mia vita, da qui ai prossimi mesi, si svolgerà su due binari distinti, che oggi sono paralleli ma poco a poco finiranno per divergere. Sbilenca metafora per raffigurare come ogni giorno io mi trovi davanti al dilemma della scelta fra un’altamente improbabile ma sicuramente meravigliosa carriera da rockstar e una decisamente più fattibile ma molto meno esaltante carriera da impiegato nel marketing. La settimana scorsa, qui in ufficio, ho terminato un lavoro abbastanza “tirato per i capelli” che mi ha fruttato i complimenti del direttore marketing, giratimi dal mio capo. Una di quelle soddisfazioni che per uno stagista valgono parecchio. Per qualche ora (beh, dai, diciamo pure qualche giorno) ho quasi creduto di essere bravo a fare questo lavoro.

Nel frattempo però ho anche rivisto i miei insegnanti di canto, che ovviamente hanno passato buona parte della serata a chiedermi com’era andata l’estate, e i gruppi come vanno, e quanti concerti avete fatto, e come siete messi per quest’autunno, e il disco quando lo fate, eccetera eccetera eccetera. E così anche buona parte degli altri ragazzi che vengono a lezione, per molti dei quali, del tutto ingiustificatamente, sono una specie di “idolo”, in quanto il mio avere ben due gruppi che fanno serate mi fa passare per una specie di celebrità. E’ inutile negarlo, questo è il lavoro che vorrei fare. E mi accontenterei, per il momento, anche di uno stipendio poco più che da fame, arrangiandomi con le serate, tutte quelle che si riesce a rimediare, un tot alla settimana sperando di fare il botto prima o poi. Il fatto è che, per ora, non riuscirei a fare nemmeno quello. Come dice De Gregori, per il momento non si alza una lira. Si suona tanto, ma si guadagna poco. Quando va bene. Quando va male non si suona nemmeno. L’importante, però, è continuare a crederci.

Così non mi stupisce che il mio rispondere “cantante” a chi mi chiede cosa faccio nella vita talvolta lasci la gente un po’ perplessa. Perché “cantante”, nell’immaginario comune, corrisponde a Tiziano Ferro o Mick Jagger, che spero mi perdonerà per averlo inserito nella stessa frase con quello prima. “Cantante” è un tizio strafico che passa in tv e vende milioni di dischi. E’ anche, tra l’altro, un tizio pieno di soldi. Vai poi tu a spiegare alla gente che “lavoro” non è necessariamente ciò che ti permette di campare, ma ciò che, fra le tue attività, occupa la maggior parte delle tue energie, oltre che della tua volontà. Per questo mi sforzo di credere, ancora oggi, che il mio vero “lavoro” sia su un palco. Ma, ogni tanto, anche io finisco per credere che forse dovrei cominciare ad abituarmi a questo ufficio. Per fortuna, almeno per ora, succede di rado.

Umilmente, buona giornata a tutti.

free (the) press. please.

14 Settembre 2004, Martedì

La pagina bianca è diventata arancio. E mentre continuo a fare esperimenti nel disperato tentativo di cambiare allineamenti e spostare il contatore sulla destra (ogni suggerimento è, ovviamente, ben accetto), tanto vale che cominci a dedicarmi alla scrittura.

Arancio perché l’arancione è il mio colore preferito. Devo dire che ci ho messo qualche anno a capirlo, per anni ho pensato fosse il giallo, ma poi era un po’ troppo “freddo”. Il rosso, invece, è un po’ troppo aggressivo. Non che io non lo sia, quando ce n’è bisogno, ma forse non abbastanza da dire che “il mio colore preferito è il rosso”. Così sono finito sull’arancione, e ho scoperto che quello sì, mi piace parecchio. Parentesi: si dice che non stia bene dire in giro che l’arancione è il proprio colore preferito, perché è un colore “impuro”, un misto fra altri due, il che denota una personalità ambigua, insicura e parzialmente disturbata. Nel dubbio, ad un colloquio di lavoro, rispondete sempre che il vostro colore preferito è il blu. Chiusa parentesi. Ah, già, dimenticavo, chissenefrega.

Oggi, nel mio sotterraneo peregrinare da Cadorna a Famagosta (sì, insomma, sulla metropolitana) meditavo a proposito degli allegri giornaletti gratuiti che quei gustosi extracomunitari in giubbotti fosforescenti distribuiscono presso le stazioni. Facciamo pubblicità occulta? E facciamola: Metro, City, Leggo… Ce ne sono altri? Tanto per cominciare, chi ha inventato quei cosi è un genio. Fa soldi a palate vendendo spazi pubblicitari (chi non sarebbe disposto a dissanguarsi pur di avere uno spazio su un periodico che quotidianamente finisce nelle mani di centinaia di migliaia di pendolari grazie al melodioso suono della parola “gratis”?), e si dà anche una sana parvenza da benefattore, perché, fin dai tempi dello storico Big Issue in UK si narra di come questi filantropi contribuiscano al benessere di homeless e poveri cristi assortiti pagandoli per distribuire i loro giornali. Non so se sia ancora vero, né so quanto effettivamente questi derelitti vengano retribuiti per affrontare mandrie di revisori e segretarie incazzosi e rincoglioniti alle otto del mattino, ma tant’è.

Ma è il contenuto la parte più interessante di questi giornali. Una trentina di pagine di articoli non più lunghi di tre/quattro paragrafi, che saltano con la massima disinvoltura dalla politica estera, all’economia, alla tv, allo sport. Le due ragazze rapite in Iraq hanno lo stesso spazio di Gina Lollobrigida che cita la Swarowski per aver copiato una sua scultura (sticazzi!) e qualche centimetro in meno del papà inglese che si è vestito da Batman e si è arrampicato su Buckingham Palace per protestare contro la legge sul divorzio. La nuova Hyundai Tucson invece ha una pagina intera. Mi viene qualche sospetto… In sostanza questi giornali sono il perfetto complemento del pendolare mattutino. Trenta pagine di tutto e niente, dove le quotazioni del Nasdaq passano placidamente la mano al gatto sopravvissuto alla lavatrice, e dove la mente annebbiata del dirigente può sguazzare prima di cominciare a pensare alle cose serie, senza che le cose serie ne vengano intaccate. Inutile ammorbare lo spirito parlando della sciagura ferroviaria in piemonte, una mezza paginetta può bastare, abbastanza per parlarne alla macchina del caffè, ma non per distogliere la mente dalla riunione delle undici. Geniale.

Sia chiaro, questa non vuole essere una critica, né una qualche forma di considerazione sulla società. Quella, se volete, fatela voi. Stamattina ammetto di aver parlato con un mio collega di quanto sia triste il fatto che i quotidiani tradizionali siano stati sostituiti, spesso del tutto, da questi “cosi”. Ma, d’altronde, occupano anche meno spazio. Voglio vedervi ad aprire il Corriere nel bel mezzo di un vagone della metro, alle otto e venti.

Umilmente, buona giornata a tutti.

miti.

6 Settembre 2004, Lunedì

Ieri sera ero a Bologna, a vedere un concerto. Il che si porta dietro, come conseguenza inevitabile, che oggi sono al lavoro dopo aver dormito per quattro ore scarse. Ma non è questo che conta, almeno per ora. Ne riparleremo verso le tre del pomeriggio, quando arriverà, inesorabile, il Supremo Abbiocco. Per il momento sono ancora apparentemente lucido, e in grado di scrivere cose apparentemente sensate.

Ieri sera ero a Bologna, dicevo, a vedere un concerto. Più di uno, ad essere sinceri, c’era l’Independent Days Festival all’Arena Parco Nord, nome che sa tanto di postbellico (non me ne vogliano i bolognesi, ma a me fa quest’effetto), e quando sono arrivato, verso le otto, stavano suonando gli MC5. Gruppo magnifico, purtroppo non li conosco quasi per nulla, mi devo documentare. Io ero lì per i Darkness, e devo dire che non me ne sono pentito. Ma di questo parlerò altrove. Il fatto è che prima dei Darkness, come “co-headliner” della serata, c’erano, udite udite, i Velvet Revolver.

…Premesse, inevitabili premesse:

Premessa 1: a me il disco dei Velvet Revolver NON è piaciuto. Mi sono sforzato, l’ho ascoltato e riascoltato, ma non mi piace proprio. I suoni sono impastati, Slash è lontano parecchio dalla forma migliore e Scott Weiland, beh… Ne parliamo dopo. Il Chegue invece, amico nonché chitarrista del mio gruppo metal (ero lì con tutti i Silent Eyes, batterista escluso) li apprezza parecchio, anche e soprattutto per via della sua devozione assoluta verso Slash, del quale è il sosia italiano non ufficiale (andate a guardare il nostro sito se non ci credete), e del quale possiede un santino che tiene sul cruscotto accanto alla madonnina che gli ha attaccato sua madre. Non è uno scherzo, lo tiene davvero.

Premessa 2: a me i Guns n’Roses piacevano. Parecchio. Me ne sono reso conto dopo, quando erano all’apice io avevo sedici anni e li ascoltavo principalmente perché li ascoltavano anche gli altri. Come gli altri anche io ad un certo punto ho subito l’inevitabile crisi di rigetto da sovraesposizione, arrivata tanto per intenderci quando avevano cominciato ad uscire gli zaini e i quaderni per la scuola dei Guns n’Roses e Axl e Slash apparivano anche durante la messa in diretta della domenica mattina… Ora però, a più di dieci anni di distanza, mi rendo conto che erano davvero un gruppo della Madonna, e che le loro canzoni fanno indelebilmente parte dello strato più profondo della mia cultura musicale.

Ma torniamo a ieri sera. I Velvet (o i Revolver, forse è meglio, altrimenti sembrano quelli di “Boyband”, e non è proprio la stessa cosa) arrivano in ritardo, e Duff si piazza sull’altarino montato per il cantante e si mette a suonare il basso. Poi arriva lui, Scott Weiland, abbigliato come uno dei Village People, magro fino all’inverosimile e sinuoso peggio di Iggy Pop quando stava male. Ma tanto nessuno lo caga, tutti sono lì per Slash. Slash arriva, è ingrassato, non ha nemmeno il cilindro, suona una chitarra strana, ma cazzo, è Slash. Boato, casino, io mi sposto indietro perché non vedo più una mazza.

Il concerto procede fra canzoni che non mi esaltano particolarmente e momenti di smodata ingiustizia: ci sono tre riflettori ad occhio di bue, e sono perennemente puntati su Slash, Scott e Duff. Il povero Dave Kuschner, che è bravo pure lui e fa salti mortali ed altre amenità per farsi notare, è come se non ci fosse, non lo illuminano mai. E, manco a dirlo, nessuno caga nemmeno lui. Nella mia mente, sottile ma concreto, comincia ad insinuarsi il confronto. Non deve, ma comincia a farlo. Ma io taccio.

Poi succede il fattaccio. Ad un certo punto il signor Weiland, con il fare profondamente “sono fico e maleducato” che ha tenuto per tutto il concerto, annuncia la presenza di un “amico” della band, presente a Bologna quasi per caso. E sale sul palco, guarda un po’, Izzy Stradlin. In pratica ora sul palco ci sono i Guns n’Roses, con in più un povero Cristo pelato che suona la chitarra senza che nessuno se ne accorga (il buon Dave) e in meno, beh, Axl Rose. Al suo posto c’è un tizio vestito come uno dei Village People, che con movenze sinuose ed effeminate intona… It’s so Easy!

Scandalo! I Velvet Revolver suonano una canzone dei Guns! Inutile dire che all’Arena scoppia il finimondo: legioni di fans ricoperti di magliette risalenti a dieci anni prima, inneggianti ad Axl e ad un gruppo che, praticamente, non esiste più, si danno alla pazza gioia, ballando, cantando e facendo un casino da pazzi. La canzone finisce, Izzy saluta e se ne va, ma il pubblico rumoreggia ancora. E, immancabile, parte il coro “Gans-en-rosis! Gans-en-rosis!”…

…Al che Slash, serio peggio di un predicatore gesuita, si avvicina al microfono e fa “ok, now let’s cut that shit, we’re Velvet Revolver!”.

Silenzio imbarazzato.

Scott non caga nessuno, e passeggia vicino alla batteria.

Slash cerca di fare il simpatico e tira fuori un “C’mon, it’s easy: Vel-vet-revol-ver! Vel-vet-revol-ver!”. Ma non è la stessa cosa. E, detto fra noi, suona anche abbastanza male.

Nel frattempo, c’è poco da fare, nella mia testa il confronto che non dovevo fare lo sto facendo, eccome. E ad ogni canzone stresso Fabio, che i Guns li conosce pochino, con considerazioni su quanto Scott Weiland sia inadatto a cantare in quel gruppo, non perché non sia bravo a cantare o perché non sia un buon frontman, ma semplicemente perché non è Axl. In fondo è colpa di Slash. Poteva andare avanti a suonare con gli Snakepit, a fare la guest star e a godersi i soldi, ma ha voluto rimettere insieme i vecchi amici… Poi non può lamentarsi se la gente va al concerto aspettandosi di trovare i Guns n’Roses.

E’ un po’ come andare nel tuo ristorante preferito, per vedere come cucina il nuovo cuoco appena assunto, e scoprire che il ristorante è ancora buono, magari non come prima, ma ci sta, però il tuo piatto preferito non lo fanno più. Perché il nuovo cuoco è bravo, ma fa cose diverse, e al proprietario, tutto sommato, va bene così. Il problema è che il mio piatto preferito non solo non lo suonano più, non esiste proprio più. Perché Axl ormai si è bevuto il cervello. Perché non ha più voce. E perché lui, contrariamente a Slash che comunque ha tutti i meriti di questo mondo, la voglia di suonare non ce l’ha più. I Guns non esistono più, e non torneranno, nemmeno come un allegro gruppo di cinquantenni tipo gli Who o i Black Sabbath. Quindi tanto vale ascoltare Appetite For Destruction sulla via del ritorno.

Mai cercare di fare i conti con i propri miti. Ci si fa solo del male. Per fortuna, poi sono arrivati i Darkness.

Umilmente…

un anno di più.

2 Settembre 2004, Giovedì

Sono più vecchio di un anno.
Ancora una volta.

Il compleanno è una festa strana, che nel mio immaginario si porta dietro un che di pagano e ancestrale… Si fanno gli auguri ad una persona semplicemente perché è sopravvissuta un anno in più, come se in tutto ciò ci fosse un merito, come se quelli che si ammalano, che finiscono sotto un camion o semplicemente se ne vanno di vecchiaia, e quindi mancano all’appello degli auguri successivi, abbiano in qualche modo commesso una colpa che li priva del diritto di riceverne.

Stamattina la mia ragazza mi ha mandato un messaggio in cui mi augurava “mille milioni di questi giorni”. Era un messaggio molto affettuoso, io le voglio un sacco di bene e lei ne vuole a me. Io però non voglio vivere per mille milioni di anni. Già una quarantina in più potrebbero cominciare a pesarmi. Certo, ho la mia personalissima teoria sull’immortalità, che un giorno esporrò a quei pochi in grado di capirmi senza scoppiare a ridere o prendermi per scemo, ma in un’accezione più tradizionalista penso che vivere per mille milioni di anni sia ancora un po’ troppo impegnativo…

Considerazioni sull’anno passato… E’ stato uno dei più intensi di tutta la mia vita, insieme all’85, al ‘92 e a pochi altri. Nel corso degli ultimi dodici mesi mi sono laureato e ho trovato il mio primo lavoro “normale”. Ho perso il gruppo con cui suonavo da due anni, per trovarne altri due e scoprirmi, tra l’altro, un’anima metal. Ho litigato ancora, e ancora, e ancora con i miei genitori, ma in quello non c’è nulla di nuovo. Ho perso la mia ultima nonna, che se n’è andata pochi giorni dopo il suo compleanno, a giugno. Gli auguri glieli abbiamo fatti, ma aveva un ictus, chissà se ci ha sentito.

Quest’anno ho visto due dei miei migliori amici sposarsi, e a uno di loro ho fatto anche da testimone. Purtroppo ho visto anche un altro dei miei migliori amici morire di cancro, a trent’anni. Michele non si dimenticava mai di farmi gli auguri, tutti gli anni, da quando lo conoscevo. Lavorava quattordici ore al giorno, ma un attimo per me, il due di settembre, lo trovava sempre. Così come ha trovato la forza di telefonarmi per congratularsi della mia laurea, diciotto giorni prima di andarsene, quando le energie lo avevano già abbandonato. Penso a lui in continuazione, ogni volta che ho bisogno di un consiglio. Ironia della sorte, quando era vivo i suoi consigli non li ascoltavo mai.

Lui a me teneva tantissimo. E’ quello che tutti speriamo e ci aspettiamo dai nostri amici, è vero, ma nel suo caso era più di una semplice speranza. Più di una volta ho pensato a lui come al padre che mi sarebbe piaciuto avere. E oggi che non c’è più, certe mattine, quando mi faccio il nodo della cravatta davanti allo specchio, quando sono in ufficio a lavorare, o certe sere, mentre torno a casa da solo sul treno delle otto e quaranta, mi chiedo se almeno in qualche particolare sono riuscito ad essere come lui. E mi chiedo se lui sarebbe soddisfatto di me.

Vabbè. E’ il mio compleanno, fatemi gli auguri.
Umilmente…