E’ cominciato tutto poco più di un anno e mezzo fa. Era il settembre del 2003: da qualche settimana i NoDrumma avevano esalato il loro ultimo respiro in uno scantinato di Cavaria, dopo trenta mesi buoni di onorato servizio come cover band. E io stavo cercando un nuovo gruppo. Avevo già fatto un provino con una band dal nome abbastanza pittoresco, che mi aveva davvero impressionato. Erano davvero bravi, ma non pensavo mi avrebbero preso. Così nel frattempo mi ero aggregato a tre simpatici ragazzi di Busto Arsizio, gli Eufòria, che avevano in mente di mettere insieme un gruppo pop “minimalista”, una cosa tipo i Velvet, quattro elementi, riffettini divertenti, io amo te perché tu ami me, cose così. Avevano le idee chiare, i ragazzi: “facciamo una quindicina di cover, ci ficchiamo dentro i nostri pezzi che abbiamo già scritto, facciamo un po’ di serate, poi troviamo un produttore e diventiamo famosi“. Wow. Io ho assistito alla prima parte del progetto. Alle prime cinque cover, per essere precisi. Poi mi hanno proposto di fare “Almeno stavolta” di Nek, e la prova dopo mi sono presentato dicendo che mi era andato male un esame importantissimo, e dovevo assolutamente mollare il gruppo per laurearmi. Che vergogna. Chissà che fine hanno fatto.
Uno di quei pomeriggi ricordo che Fiorella, la mia maestra di canto, mi disse che la sera prima era passato da lei un ragazzo, chiedendole se per caso uno dei suoi allievi fosse disponibile ad entrare nel suo gruppo, che ormai era senza cantante da marzo. Lei, sapendo che in quel periodo ero “a spasso”, gli aveva fatto il mio nome. Così mi diede il numero. Telefonai a Paolo appena uscito da lezione. Saltò fuori che era il batterista di un gruppo metal, i Silent Eyes, che veniva anche lui a lezione (di Batteria) in Villa Pomini e che qualche mese prima aveva messo un annuncio in bacheca, proprio per cercare un cantante. Feci mente locale e mi ricordai che effettivamente qualche mese prima nella bacheca della scuola avevo notato un annuncio che diceva una cosa del tipo “Cercasi cantante heavy metal con voce tipo Bruce Dickinson, Eric Adams, Andi Deris“. Un po’ come dire “Cercasi calciatore con piedi tipo Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Pelè”. Avevo accantonato quell’annuncio all’istante, non prima di essermi fatto una grassa risata. ‘Sti qua non troveranno mai nessuno, avevo pensato, e le mie previsioni si erano rivelate funestamente corrette.
Un gruppo metal, insomma. Avevo telefonato al batterista di un gruppo metal. Che cercava un cantante metal. E io stavo a un cantante metal più o meno come un canguro sta ad un transatlantico. Tutto lasciava pensare che la cosa si sarebbe esaurita lì, dopo quel piccolo ma essenziale chiarimento. Invece io e Paolo rimanemmo al telefono per un’ora. Attaccai soltanto quando mi si scaricò la batteria del telefono, e chiudendo la telefonata mi resi conto che non ci eravamo nemmeno messi d’accordo sulle canzoni che avrei dovuto studiare per il provino. Perché, primo, Paolo mi convinse a farlo, quel provino, nonostante il metal. E perché, secondo, per un’ora parlammo di una marea di cose, ci raccontammo di tutto, parlammo di musica, di improvvisazioni, di cover riarrangiate, di donne e di vacanze, ridemmo e scherzammo come due persone che si conoscevano da sempre. E non ci eravamo mai visti prima. Mi lasciai letteralmente travolgere dal suo entusiasmo, che avrebbe tranquillamente potuto spostare montagne con la stessa facilità con cui mi comunicava come arrivare a Castano Primo. Fu letteralmente incredibile.
A Castano Primo ci andai una settimana dopo. Me lo immaginavo come un luogo arcano e misterioso, che immaginavo ostile e lontanissimo, un po’ come quella famosa sera di ritorno dal concerto degli U2. Invece, quella sera, mi si manifestò sotto forma di saletta-francobollo, con le pareti ricoperte di spugna bianca a piramidi e il pavimento di moquette rossa. Cantai Enter Sandman e Master of the wind, probabilmente le uniche canzoni metal che a quei tempi conoscevo ed ero in grado di cantare. E poi parlammo e scherzammo per un paio d’ore buone.
I Silent Eyes non suonano benissimo, è inutile negarlo. Il confronto con i Vappa non regge, da nessun punto di vista, e quello con la media delle cover bands che girano per locali li pone, secondo me, nella media o appena sopra. Ma non conta. I Silent Eyes, prima di essere una band, sono un gruppo. Il gruppo, per come la gente comune immagina che il gruppo debba essere. Sono unici e indivisibili, amici da una vita, uno per tutti e tutti per uno, una stirpe, una compagnia, un vero e proprio clan. Da quando suono con i Vappa sono “il cantante dei Vappa”. Da quando suono con i Silent Eyes sono un Silent Eye. Basta vedere il loro sito, che è bello finché si vuole, e vorrei vedere, con un web designer e un ingegnere informatico nel gruppo, ma al di là della facciata sprizza energia ed entusiasmo da ogni pixel. Basta parlare con Paolo dieci minuti, e meravigliarsi come me di come riesca a mettere chiunque a proprio agio nei primi dieci secondi di conversazione. In un anno e mezzo di Vappa ho imparato cosa vuol dire suonare “sul serio”, scrivere e interpretare le proprie canzoni e tentare di farsi strada in questo ambiente. In un anno e mezzo di Silent Eyes ho conosciuto quattro dei miei migliori amici.
Con Paolo, Fabio, Dic e Chegue ho suonato in giro una quindicina di volte. Sono stati concerti divertentissimi, sempre e comunque. Forse nessuno è mai venuto a decantare quanto suonassimo bene, ma tutti, sempre, sono rimasti entusiasti dello spettacolo. I Vappa ci hanno messo del tempo ad abituarsi alle mie “stranezze” sul palco. I Silent Eyes mi sono venuti dietro subito. E così sono nati i Commercialisti del Signore, il Mazurka Metal, le mani che roteavano sul finale di Melancholy, “Il master da lei richiesto non è al momento disponibile”, Fear of the Duck, Fear of the Park, Fear of the Mark e Fear of the Shark. Abbiamo rovinato una festa dell’oratorio, con i figli che pogavano sotto il palco e le madri che mi sussurravano all’orecchio “non è che potete suonare qualcosa di un po’ più dolce?”. Abbiamo fatto da ciliegina sulla torta ad un raduno di bikers, con il festeggiato che alla fine ci ha minacciato di gonfiarci di botte se non gli risuonavamo Bomber. Grazie ai Silent Eyes ho conosciuto un genere che prima mi era totalmente ignoto. Ho imparato ad amare i Motorhead, i Maiden e i Black Sabbath, i “Rage e basta” e i Manowar, i Saxon e i Running Wild. E ho scoperto che fare il metallaro mi piace, se a farlo con me ci sono anche loro.
E poi c’è tutto il resto. C’è la Crew dei Silent Eyes, che ci viene a vedere sempre, con i suoi riti e i suoi miti. C’è il Guru, il metallo fatto persona, che non manca mai e mi presta sempre il suo ciondolo dei Blind Guardian. C’è l’enorme batteria di Paolo, ridicola nella sua potenza, che occupa da sola metà della nostra saletta. C’è tutto e il contrario di tutto, in questi quattro ragazzi che mi hanno cambiato la vita. Paolo e gli altri mi sono stati vicini in un sacco di occasioni. Mi hanno sopportato nei mesi della tesi, quando per vedermi cinque minuti sveglio bisognava prenotare. Mi hanno tirato su quando le cose andavano davvero male. Mi hanno portato in giro per chilometri, e lo fanno ancora, da quando non ho più la macchina. E hanno sopportato in silenzio l’inevitabile dualismo con i Vappa, sapendo di essere in una posizione di svantaggio, senza mai farmelo pesare. Li conosco da meno di due anni, ma li amo come fratelli.
Purtroppo, le mie corde vocali non sono d’accordo. La prima avvisaglia c’è stata un anno fa, quando con i Vappa a Parabiago mi è partita la voce dopo tre canzoni. Poi due settimane di raucedine, afonia e antinfiammatori. E’ successo di nuovo a dicembre, e siamo passati a tre settimane di antibiotici. E’ successo di nuovo un mese fa. E se vado avanti così succederà ancora chissà quante volte. Perciò, entro stasera, mi toccherà prendere la decisione che ho rimandato, evitato e temuto per un sacco di tempo. Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Ma speravo che le circostanze, le motivazioni, il momento… Boh, speravo che sarebbe stato diverso. Inutile inventare palle: speravo che non sarebbe mai successo. Invece succederà. Perché voglio continuare a cantare, e di corde vocali ne ho solo due, che non si cambiano come quelle della chitarra. E il metal, che pure ormai amo, me le tira al limite ogni volta, ed esige un tributo che sta diventando troppo pesante.
Stasera andrò dai Silent Eyes, e gli spiegherò tutto questo. Forse loro lo sanno già, se ne rendono conto, oltre che amici sono anche ragazzi intelligenti. Ma dovrò ugualmente trovare il coraggio di dirgli che tutto questo finirà. E ho paura. Paura di lasciare per strada un gruppo che di strada merita ancora di farne tanta, di abbandonare un sogno proprio quando stava per nascere, di spezzare di nuovo quell’equilibrio meraviglioso che avevamo creato. Ma soprattutto ho paura di perdere tutto il resto. Non so, non so davvero come farò.
Oggi fiorella mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stava la mia gola. Le ho risposto che stasera non sapevo cosa fare. Lei mi ha risposto “Devi farlo, gli amici capiscono”.
Ho paura.