favole.

By Abi

Sabato pomeriggio sono passati a trovarmi Daniele e Lara. Dubbio. Posso citare i loro veri nomi? Massì, dai, in fondo cosa vuoi che succeda. E poi, che ne sapete, magari li ho cambiati, loro si chiamano Ismaele e Rosmunda e vi sto tutti prendendo per il culo. Vabbè, insomma, Demetrio e Callista sono passati a trovarmi sabato pomeriggio. Mi hanno telefonato verso mezzogiorno, io ero perso fra il sonno e il raffreddore, e devo aver assunto un’aria non particolarmente amichevole. Mi hanno chiesto se potevano passare verso le due e mezza, e io devo avergli detto di sì, perchè effettivamente due ore e mezza dopo erano seduti sul mio divano.

Sul momento non mi sono nemmeno chiesto perché avessero deciso di venirmi a trovare di sabato pomeriggio, situazione in cui di solito la gente mi evita, consapevole del fatto che prima delle quattro la mia casa è un serraglio, io uno yeti e il mio alito il lascito di parecchi bambini morti. Devo aver pensato che volevano portarmi un regalo di compleanno con due settimane di ritardo. O che magari volevano soltanto passarmi a trovare, visto che non ci si vedeva da luglio. Ma in generale credo di essermi limitato parecchio nei dettagli, cercando di abbreviare il più possibile la telefonata per potermi rispaparanzare per un’altra oretta. In ogni caso, la prima previsione si era rivelata in parte esatta: mi hanno portato il regalo di compleanno, un libro, interessante, lo leggerò. Il biglietto d’auguri era un Calendario di Frate Indovino, con un post-it a marcare una data, il 15 luglio. Accanto c’era una scritta: “non prendere impegni”.

Daniele e Lara… Ops, volevo dire Pancrazio e Domitilla si sposano. Da qualche tempo devo ammettere che la cosa ha perso quell’alone di terrore che esercitava su di me fino a qualche anno fa. Ora, dopo che quattro dei miei migliori amici si sono sposati e che uno di loro, al quale tra l’altro ho fatto da testimone, si appresta a diventare papà, sono in grado di sopportare la notizia senza essere preso dal panico. Anche se, in effetti, mi risulta ancora difficile manifestare la mia felicità ai diretti interessati. Voglio dire, sono sinceramente e completamente felice per loro, ma esteriormente, al posto dell’abbraccio condito da lacrime e urli di gioia, riesco soltanto a produrre un mezzo sorriso imbarazzato accompagnato da un tremito diffuso ad entrambe le braccia, dovuto all’indecisione che deriva dal non sapere se produrmi nel sopracitato abbraccio o se toccarmi vistosamente le palle. Che ci volete fare, allo stato attuale delle cose il matrimonio (ecco, me le sono toccate di nuovo) rimane qualcosa di troppo grande, troppo serio e al contempo troppo vicino a me per poterne parlare serenamente. Passerà. Spero.

Ma torniamo a Vigezzio e Sigismonda. Devo dire che un po’ di questo matrimonio, un bel pezzo in verità, lo sento mio. Loro li ho conosciuti ai tempi dell’università, e abbiamo condiviso un progetto che ancora oggi considero fra le cose più belle e interessanti alle quali ho partecipato, almeno in ambito accademico. Non stavano ancora insieme, Temistocle e Liutpranda, anche se lui non avrebbe disdegnato l’ipotesi. E quando lei, dopo l’estate, lasciò il suo ragazzo, il suo “mancato disdegno” si trasformò in una propensione ben più marcata. Propensione che gli costò parecchia sofferenza, perché lei, almeno all’inizio, non ne voleva sapere. Fu un autunno di telefonate e fotografie, di vacanze e frasi non dette, in cui io e altri facemmo del nostro meglio per dare una mano a lui e per “ammorbidire” lei.

Quando finalmente li vidi insieme, davvero, per la prima volta, era passato quasi un anno. Eravamo a casa di lei, per il suo compleanno, e ricordo che io e la mia ragazza le regalammo quell’edizione speciale del dvd di Moulin Rouge che sulla seconda di copertina aveva stampata la famosa frase “la cosa più grande che potrai imparare è amare, e lasciarti amare“. Banale, forse, ma quale regalo avrebbe potuto essere migliore? Ricordo che quella sera ero quasi commosso. Perché a leggerla così potrebbe sembrare che li avessimo messi insieme a forza, che avessimo costretto una ragazza che non ne voleva sapere a stare con uno perché ci stava simpatico, ma non era così. Era il completarsi di una storia già scritta. Era l’ultimo pezzo del puzzle che andava al suo posto. Era scritto che dovesse finire così. Ed era bello. E poi noi, alla fine, cosa mai avevamo fatto? Era stato lui, e soltanto lui, ad arrivare fin lì. E mai il verbo “conquistare”, ai miei occhi, aveva assunto un significato più pieno.

Daniele… Pardon, Gioberto è un po’ il mio eroe. Il termine fu coniato in primis dalla mia ragazza, che durante una di quelle eterne telefonate gli disse letteralmente una cosa del tipo “tu per me rappresenti il prototipo dell’eroe romantico”. Una cosa da niente, insomma. Ma come puoi giudicare altrimenti un uomo che decide di dare tutto sé stesso per avere la donna che ama, mettendosi in gioco completamente e accettando qualsiasi conseguenza, nella maniera più nobile, soffrendo come un cane e rifiutando di darsi per vinto anche dopo l’ennesimo rifiuto? Quella di Daniele è stata un’impresa d’altri tempi, un corteggiamento durato mesi nel quale il termine “romanticismo” ha assunto per me tutto un’altro significato, andando a minimizzare tutte le (poche) sofferenze d’amore che avevo patito fino ad allora. E il fatto che alla fine lei abbia ceduto, un po’ perché lo sapeva fin dall’inizio, un po’ perché dubito che cuore umano possa resistere a cotanta valanga d’affetto, ha dato a tutto questo un alone di vera e propria leggenda. E’ stata una di quelle cose che poteva trasformarsi in una tragedia o in una favola. Ieri la scelta si è compiuta, definitivamente.

E io, che sono qui a guardare, ancora una volta sono sgomento. Ancora una volta l’eroe d’oltrecortina (è svizzero, Trismegisto) mi ha spiazzato, presentandosi a casa mia con il suo sorriso e la sua stretta di mano. E ancora una volta, sposato o meno, ho desiderato di essere come lui. E mi sono reso conto che non lo sarò mai. E non tanto perché lui è in un momento fantastico della sua vita, in cui sta per sposare la donna che ama per poi trasferirsi fra un anno a New York (mentre io mi sto ancora chiedendo se avrò ancora un lavoro, fra un anno), quanto perché lui, oggi come sempre, ha saputo renderci partecipi della sua felicità, senza clamori né eccessi, solo con il suo calore e la sua semplicità. Come quando ci ha invitati tutti alla festa del suo trentesimo compleanno, noi, i suoi parenti e i suoi colleghi di lavoro, ed è stato costretto, imbarazzatissimo, a fare un discorso in tre lingue per poter far capire tutti quanti, senza mai perdere il sorriso sulle labra. E’ una mente eletta, Daniele. E un animo nobile. E io gli voglio bene.

Umilmente, buona serata a tutti.

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