Sabato sera, sai, sono andato a vedere la PFM. Mi hanno proposto i biglietti tre settimane fa, costava poco, era un evento, non li ho mai visti suonare e ho accettato. Solo dopo ho scoperto che buona parte del concerto sarebbe stato dedicato a Fabrizio De André, e solo lì, sul posto, ho scoperto che sarebbe stata una pedissequa riesecuzione di quei due dischi, i due live del ‘78/’79 di De André con la PFM, che tu avevi in vinile e che da qualche parte in soffitta devi avere ancora, anche se probabilmente non li ascolti da più di un decennio. Io me li sono ricomprati in cd, qualche anno fa, perché il giradischi non ce l’ho e, fra le altre cose, erano due importanti pezzi che mancavano alla mia collezione.
Strana, questa storia di De André: una settimana fa, il giorno dopo il mio compleanno, alla Corte del Ciliegio c’era la terza edizione di “Mille anni al mondo e mille ancora”, una manifestazione che ogni anno viene organizzata proprio davanti casa mia, in cui gruppi e cantanti da mezza Italia vengono a cantare le canzoni di Fabrizio, per tramandare e ricordare. E’ davvero una bella manifestazione: ci vanno in tantissimi, giovani, anziani e tanti trentenni come me che magari, proprio come me, con le canzoni di Fabrizio ci sono cresciuti. Ci sono foto, racconti, testimonianze e persino uno stand di cucina tipica ligure. E anche se tutta quella gente finisce per incasinarmi il viale e fregarmi il parcheggio, in fondo ne vale la pena. Pensa, proprio davanti casa, dal mio balcone si sente quasi come davanti al palco. Da tre anni. E’ un po’ come se mi perseguitasse, Fabrizio De André. Per tramandare, e soprattutto per ricordare.
Sabato sera mi sono venuti gli occhi lucidi parecchie volte. Ho risentito quelle canzoni, suonate in quel modo, le stesse canzoni che tu mi facevi sentire quando avevo cinque, sette, otto anni, nella tua macchina, con le cassettine che registravi la domenica pomeriggio dallo stereo del salotto. E anche sabato, a più di vent’anni di distanza, mi sono sorpreso a pensare che a varcare la frontiera in un bel giorno di primavera fosse il tuo amico Piero, che in guerra non c’era mai stato, ma che io nella mia ingenuità di bambino avevo identificato nel protagonista di quella canzone, tanto che quando molti anni dopo lui se ne andò, me lo immaginavo sul serio sepolto in un campo di grano, coperto da mille papaveri rossi. Ti ricordi? Mi capitava anche con la canzone di Marinella, che non era evidentemente dedicata a zia Marinella, ma vallo a spiegare a un bambino di otto anni.
Mi sono ricordato della mamma, che si metteva a ridere cercando di spiegarmi la storia del nano che aveva il cuore troppo vicino al buco del culo, o che mi raccontava di come il Pescatore parlasse in realtà di Gesù, che aveva versato il vino e spezzato il pane per chi aveva sete e chi aveva fame. Ci pensavo mentre ballavo e cantavo con i miei amici, e la gente mi guardava strano. E quando è partita Amico Fragile mi sono ricordato di quelle sere di gennaio in mezzo alla nebbia, quando di ritorno dalle lezioni di judo mi lasciavi in macchina per aprire la porta del garage. Intorno era tutto fumo, colorato dal bianco dei fari, dal rosso degli stop e dall’arancio intermittente delle frecce della vecchia bmw, e in macchina c’era quel lungo assolo di chitarra che mi faceva davvero pensare di essere evaporato in una nuvola rossa. Certo, all’epoca non avevo idea di cosa fosse un assolo, e l’unica chitarra che conoscevo era la vecchia e scassata acustica su cui studiava Marcello, ma l’effetto era buono ugualmente.
E per tutta la sera ho avuto davvero voglia di chiamarti, di dirtelo, di farti sapere che ero lì, e che in qualche modo lì, in quel campo sportivo di Fagnano Olona, c’eri anche tu, o almeno quella parte di te che ancora, nonostante tutto, mi piace ricordare. Volevo dirti grazie, perché fra le tante cose belle che mi hai regalato ci sono state anche quelle canzoni, che ancora oggi mi fanno pensare che sei mio padre, e che forse se oggi in me c’è qualcosa di buono almeno una parte di merito è tuo. Per un attimo, davvero, avrei voluto davvero che tu ci fossi, lì con me.
Poi però mi sono ricordato il resto. E il mio pensiero è andato alla lettera che mi hai spedito per farmi gli auguri di compleanno. Alle discussioni, al tuo modo di pensare assurdo, alla tua immensa ipocrisia. A come, a più di vent’anni da quei giorni, tu pretenda ancora di trattarmi come un bambino di otto anni. E a come tutto, nel frattempo, sia cambiato. Ora ci rimane soltanto il silenzio, un silenzio che tu hai voluto e che tu continui a mantenere, senza un motivo né una spiegazione. Chissà, forse qualche volta le ascolti ancora, le canzoni di Fabrizio. Ma oramai ho il sospetto che tu non ci abbia mai capito niente.
Umilmente, buona giornata a tutti.