Archivio per Giugno 2007

conosci le tue vittime.

26 Giugno 2007, Martedì

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Anche oggi l’estate fa capolino nel paradiso impiegatizio che i più chiamano Milanofiori. Timidamente, s’intende, e rigorosamente sottovetro. Fuori dalla finestra, oltre la cartina che Mimmo ha appeso per ripararsi dal sole che ogni pomeriggio trasforma quest’angolo di palazzo in una succursale di Trinidad e Tobago, la tangenziale perpetua la sua imperturbabile ripetitività, deturpando uno sfondo che farebbe invidia a qualsiasi pubblicità del Mulino Bianco.

E’ una beffarda metafora che ogni mattina mi saluta fuori da questa finestra. Campagna a perdita d’occhio, campi di grano e balle di fieno, cielo azzurro, un vero paradiso. Ma prima, subito prima, a ricordarti senza posa che il campo di grano e il cielo te li devi sudare, che prima il dovere e poi il piacere, che sei solo un ingranaggio nell’eterna macchina produttiva dell’umanità, ci sono loro, le sei corsie d’asfalto sulle quali quotidianamente sfreccia, imperterrito, il tuo target di riferimento. Già, perché noi, qui alla cattedrale di Santa Rustichella, lavoriamo per loro. Ogni nostro sforzo, ogni minuto del nostro tempo, ogni idea brillante, ogni salva con nome, ogni sbuffo del condizionatore (che non funziona) è dedicato a loro: all’autotrasportatore assonnato, all’impiegato incazzato, al turista esasperato, a tutti coloro che ogni giorno, senza soluzione di continuità, provvedono a scavare il solco nel possente bitume di questa tangenziale e di tutte le autostrade del pianeta.

Mi sono chiesto molte volte se e quanto la localizzazione di questo palazzo sia frutto di una coerente scelta manageriale, o piuttosto di un’allettante occasione immobiliare. Voglio dire, pensandoci bene è un po’ l’uovo di Colombo: al direttore marketing basta voltare la testa in direzione della finestra per scorgere subitamente lo sguardo del camionista in preda ai crampi della fame, del pony express con la gola riarsa, del motociclista in preda al calo di zuccheri, e individuare all’istante quale prodotto possa soddisfare al meglio la loro brama (per poi , ovviamente, riversare le sue percezioni in un’email inviata al sottoscritto). E il direttore generale, poche decine di metri più in là ma sullo stesso lato del palazzo (facendo mente locale, mi rendo conto solo ora che gli uffici di quasi tutti gli alti dirigenti hanno almeno una finestra che dà sulla tangenziale, mi chiedo se siano anche dotati di binocolo brandizzato d’ordinanza), riesce immediatamente a carpire, dallo sguardo del pendolare afflitto, se e quanto il cappuccino consumato tre chilometri prima sia stato efficace nel placarne il male da lunedì mattina. Diabolico.

Siamo scaltri, qui nel santuario del Camogli.

il questionario.

13 Giugno 2007, Mercoledì

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Cominciamo col dire che Marcel Proust, per chi come me ha fatto le superiori in francese, è una sorta di incubo ancestrale né più né meno di quanto per il liceale italiano medio lo è Dante, Manzoni o Leopardi. La Ricerca del Tempo Perduto, questa opera che tutti magnificano come capolavoro della letteratura europea, è stata per me soltanto una colossale palla da smazzarmi negli ultimi due anni di scuola, con il risultato che ancora oggi il solo pensiero di avere a che fare con il tipo qui sopra mi provoca nausee istantanee. Il tutto sempre nell’ambito del “facciamo sì che la scuola faccia amare la letteratura ai ragazzi”. Vabbè.

Detto questo, quando qualche giorno fa ho trovato il “questionario di Proust” sul blog di Bill, ho pensato subito di farlo anche io e di piazzarlo qui, perché pur non essendo un grandissimo appassionato di questo genere di cose in fondo sarei disposto a tutto pur di far sparire il post su Justin Timberlake dalla cima della pagina… Subito dopo, però, ho cominciato a pormi qualche dubbio: perché il “questionario di Proust”? Voglio dire, alcune domande suonavano un tantino sospette: che c’entra Proust con lo sport? E con i registi cinematografici?

Basta poco per scatenare la mia detestabile pignoleria. Ed è così che mi sono messo a curiosare un po’ sul web, fino a giungere su marcelproust.it, sito italiano dedicato all’opera del grande scrittore e grande infestatore dei miei pomeriggi di inizio anni ‘90. Oltre alle inevitabili note biografiche e bibliografiche e a tutte le varie ed eventuali del caso, nella sezione “Marcel Proust par lui même” il sito riporta appunto il famoso questionario (che leggo essere stato proposto a Proust, in giovinezza, da una sua amica), in due versioni diverse, compilate rispettivamente a 14 e 20 anni circa. Da qui ho evinto che la versione di Bill ne è evidentemente una rilettura rivista ed aggiornata, con domande più attuali e magari anche più interessanti. Ma visto che io sono odioso e schifosamente pignolo, risponderò alla versione originale…

Il tratto principale del mio carattere
Bisognerebbe chiederlo a qualcun altro.

La qualità che desidero in un uomo
La sincerità.

La qualità che preferisco in una donna
La dolcezza e l’imprevedibilità.

Quel che apprezzo di più nei miei amici
Ancora una volta, la sincerità.

Il mio principale difetto
La pigrizia.

La mia occupazione preferita
Stare su un palco, con un microfono in mano, il pubblico davanti e il mio gruppo intorno.

Il mio sogno di felicità
Vivere suonando, ogni giorno una città diversa e un pubblico diverso.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
Rimanere solo.

Quel che vorrei essere
Me stesso, dieci anni fa, con la testa di oggi.

Il paese dove vorrei vivere
Tutti, indiscriminatamente, a patto di non restarci più di un tot.

Il colore che preferisco
Citando Proust, “la bellezza non è nei colori ma nella loro armonia“. Dovendo scegliere, l’arancione.

Il fiore che amo
Diciamo la margherita, ma difficilmente distinguo un baobab da un’orchidea, il che rende il mio parere decisamente ininfluente.

L’uccello che preferisco
Il dodo? No, beh, dai, probabilmente il falco.

I miei autori preferiti in prosa
Hornby, Benni, Tolkien, da qualche tempo Ammaniti.

I miei poeti preferiti
Bob Dylan.

I miei eroi nella finzione
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, Sam Gamgee, Neil Perry (dall’Attimo Fuggente), Forrest Gump.

Le mie eroine preferite nella finzione
Aeris Gainsborough, Amélie Poulain, Oscar François de Jarjayes, Beatrix Kiddo (la Sposa), un po’ anche Hermione Granger. Ma ne avrei tante altre (e altri), che tanto per cambiare ora non mi vengono in mente.

I miei compositori preferiti
Berlioz, Ravel… E Wagner. Ma non sono propriamente un esperto di musica classica.

I miei pittori preferiti
Per quel poco che ne capisco Caravaggio. E beh, dai, da qualche tempo anche Paul Klee.

I miei eroi nella vita reale.
Chi non si perde d’animo.

Le mie eroine nella storia.
Madre Teresa.

I miei nomi preferiti
Nadia, Sebastiano, Niccolò. Ma anche Diego.

Quel che detesto più di tutto
L’ipocrisia, il vanto dell’ignoranza.

I personaggi storici che disprezzo di più.
Troppi, e nel contempo nessuno. I dittatori sanguinari. Gli inquisitori. Tutti coloro che hanno soffocato la cultura e la libertà degli uomini in nome del proprio potere.

L’impresa militare che ammiro di più.
Senza voler essere un pacifista a tutti i costi, mi risulta veramente difficile provare una sincera ammirazione per qualsivoglia impresa militare. Rispetto l’ingegno tattico, posso apprezzare la sottigliezza strategica, ma alla fine si tratta sempre di persone che si ammazzano tra loro, cosa che sinceramente trovo ben poco ammirevole.

La riforma che apprezzo di più.
Vivo in Italia, le ultime riforme degne di questo nome risalgono probabilmente a prima della mia nascita.

Il dono di natura che vorrei avere
Una forma fisica decente.

Come vorrei morire
Felice.

Stato attuale del mio animo
Inquieto, e vagamente nostalgico.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
I ritardi. Essendo un ritardatario cronico, se così non fosse dovrei schiaffeggiarmi sonoramente tutte le mattine.

Il mio motto
Non ne ho uno, renderebbe tutto troppo semplice.

…E visto che oltre che pignolo sono pure prolisso, aggiungo le domande “in più” che c’erano nella versione di Bill:

Qual è per te il colmo della miseria?
Non avere alternative.

Qual è il personaggio storico che più ammiri?
Probabilmente Gandhi.

Saresti mai capace di uccidere?
Non credo. Ma chissà.

Quali sport pratichi?
In questo momento assolutamente nulla, se non con un joypad in mano. Ho giocato per anni a basket e a pallavolo, e me la cavo piuttosto bene sugli sci. Ma ora come ora sono l’emblema della sedentarietà.

Quali sono i tuoi musicisti preferiti?
Bruce Springsteen e la E Street Band.

Che cosa ti colpisce per primo in una donna?
Fisicamente? Gli occhi. E altre due cose un po’ più in basso.

Quali sono i registi cinematografici che più apprezzi?
I fratelli Coen, Tarantino, Tornatore.

Qual è la cosa che ti riesce meglio fare?
Mah, probabilmente dormire.

A cosa dai meno importanza?
Alle prime impressioni.

Quali per te sono i brani musicali più belli di tutti i tempi?
La lista è infinita. I primi che mi passano per la testa: Jason Reed – Cowboy in the rain, R.E.M. – Nightswimming, Alphaville – Forever young, U2 – Where the streets have no name, Bruce Springsteen – Thunder Road, Pink Floyd – Comfortably Numb.

Credi alla sopravvivenza dell’anima?
Tutto sommato sì. Ma per il momento non intendo controllare di persona.

Credi in Dio?
Tutto sommato sì. Ma nutro una profonda diffidenza nei confronti dei suoi “rappresentanti ufficiali”.

Che cosa più di ogni altra ti rincresce fare?
Svegliarmi la mattina…

Bene, Giustino è sceso di una posizione. Missione compiuta.

giustino lagodilegno…

12 Giugno 2007, Martedì

…cuoredistagno, burattino! quando diventerai un bimbo come noi? (cit.)

Cominciamo col dire che trovare l’immagine qui sopra mi è costato non poco in termini di autostima e dignità. Provate voi (dove per “voi” intendo uomini sui trenta, magari barbuti) a digitare “Justin Timberlake” nella ricerca immagini di Google, e vedete cosa salta fuori. Per rimediare questa stupidissima foto del soggetto in questione ho dovuto dribblare cascate di addominali e sguardi languidi, con l’onnipresente rischio di venire sorpreso da qualche collega con l’occhio lungo che inevitabilmente si sarebbe posto domande sconvenienti sulle mie nuove tendenze “creative”… E vogliamo parlare del fatto che il mio blog nuovo nuovo sarà indelebilmente segnato dall’essere stato inaugurato con una foto di Giustino LagoDiLegno? Anni e anni di credibilità gettati al vento per pochi pixel…

Ebbene sì, ho visto quest’uomo dal vivo. Venerdì scorso. Segue inevitabile schiera di giustificazioni per l’orrendo misfatto:

  1. (economica – pitocca) Avevo i biglietti gratis (e questa volta il pony me li ha consegnati in tempo). Vabbè il masochismo, ma pagare per Justin Timberlake era davvero, davvero troppo;

  2. (filosofica – musicofila) Per apprezzare il meglio, si sa, bisogna conoscere il peggio;

  3. (affettiva – caritatevole) Ci dovevo portare mia sorella, la mia povera piccola sorellina di diciassette anni, fisicamente ipertrofica (è alta un metro e ottanta) ma psicologicamente vittima inerme e inconsapevole dell’ormone impazzito, per la quale il Giustino è ancora la crema della musica mondiale (non averle ancora fatto un adeguato lavaggio del cervello è un crimine che non mi perdonerò mai, cacchio, io a 17 anni ascoltavo i Dire Straits…), tanto che ora se la tira a mostro con tutti i suoi compagni di scuola;

  4. (opportunistica – spot Mastercard) Due biglietti per uno skybox al forum, con visuale stupenda, bibite gratis, ineguagliabile opportunità di buttare le patatine (gentilmente offerte dallo sponsor) in testa alle ragazzine urlanti tre metri più in basso e, summa di tutto questo, sottile soddisfazione nel sapere che chi sta sotto di te ha pagato, per quell’insulso spettacolo, cifre dai 40 ai quattrocentoventicinque (avete letto bene, 425) euro mentre tu hai dovuto fare una telefonata (vabbè, diciamo tre o quattro) non si possono rifiutare…

Ma tanto che parlo a fare? Qualsivoglia premessa punto servirà a lavare l’onta che implacabile insozza la mia reputazione. Di conseguenza, passiamo testé alla fredda cronaca.

Sorvolerò sulla parentesi pomeridiana, con mia sorella che si è fatta accompagnare qui alla Cattedrale di Santa Rustichella e ha passato tre ore cercando ripetutamente di crackare la password del pc della mia collega in malattia per usare internet a scrocco, facendosi nel frattempo foto da sola seduta alla mia scrivania, il tutto circondata da frotte di mie colleghe chiacchieranti che tentavano (invano, spero) di estorcerle dettagli imbarazzanti sulla mia vita privata, e passerò direttamente al concerto.

Siamo arrivati al forum leggermente in anticipo, in tempo per vedere la fine della memorabile (si sente il sarcasmo?) esibizione del gruppo di supporto. Ebbene sì, anche Justin Timberlake ha un “gruppo di supporto”, perfettamente in target: tanto per fare un parallelismo, i Pearl Jam avevano i Killers, il signor LagoDiLegno aveva la signorina Natasha Bedingfield, che i non-teenagers come me hanno riconosciuto solo all’ultima canzone, nota ai più come “quella dello spot dello shampoo”, non ricordo nemmeno quale.

(Altre foto del fantastico evento)

Due note sul palco, ma che dico il palco, il prodigio dell’ingegneria che vedete qui sopra: il disco volante/quadrifoglio/gigantesco aggeggio vagamente simile al simbolo dell’artista un tempo noto come Prince era piazzato in mezzo all’arena, e non in fondo come per i comuni mortali, e da parte a parte aveva una lunghezza di almeno una cinquantina di metri. Inoltre, intorno ai due lati “tondi” erano posizionate una serie di persone comodamente (è un eufemismo) appollaiate ad alcuni sgabelli da bar, con la bella faccia giusto giusto all’altezza delle tibie del signor LagoDiLegno. Eccoli lì, i gonzi, che per questo incredibile privilegio avevano sborsato la vergognosa cifra di cui sopra. Come dire che per un terzo del mio stipendio avrei finalmente scoperto di che marca sono le scarpe di Justin Timberlake, e se usa o meno il divor odor. Wow, vuoi mettere?

Parentesi cinica: nella pausa fra l’avvenente corista mancata e la venuta del Biondo, mentre gustavo il mio cocktail a scrocco, mi sono vanamente beato della visione di un forum semivuoto, rimuginando fra me e me che in fondo, se la costosissima unica data italiana dell’idiota andava mezza deserta, al mondo c’era ancora una giustizia. Ovviamente mi sbagliavo. Nemmeno il tempo di illustrare a mia sorella quanto era dannatamente pieno il forum quando sono venuto a vedere i Pearl Jam lo scorso settembre, che la popolazione adolescente di mezza Italia ha raggiunto Assago. La cosa ha subitamente provocato due effetti collaterali: primo, mia profonda depressione dovuta al fatto che l’uomo di Scarlett Johansson (altra profonda manifestazione di quanto il mondo sia ingiusto) tira su la stessa gente dei Pearl Jam; secondo, la tonalità del casino presente in loco si è immediatamente spostata in alto di due ottave. I vostri timpani non sono veri timpani se non hanno sopportato l’urlo simultaneo di dodicimila sedicenni in delirio, fidatevi.

Insomma, la catastrofe sembrava imminente ed inevitabile. Ero già psicologicamente pronto ad una serata di noia mortale e terrificanti commenti da reprimere per non contrariare la giovane consanguinea… E invece no. Tanto per cominciare si sono presentati i musicisti: eh già, sul palco con Justin Timberlake c’erano dei musicisti. Già questo è stata una grossa scoperta; io mi aspettavo di vedere una dozzina di imbecilli ballare su qualche base, nel mezzo di effetti pirotecnici e minchiate varie, e se sulla seconda e sulla terza parte non ci sono poi andato lontano (gli imbecilli e gli effetti pirotecnici), sulla prima decisamente sì. Sul palco c’era un gruppo in piena regola, che per “scaldarsi” prima dell’inizio ha tirato fuori una decina di battute di funk tiratissimo, dislocando la mia mascella e dandomi, di colpo, tutta una nuova visione della serata… Poi, vabbè, è apparso lui.

Uscendo da un allegro buco nel pavimento della meraviglia architettonica il signor sexyculo è arrivato sul palco, circondato da quattro coristi e dai suddetti imbecilli, e ha cominciato lo show. La musica, mi spiace, era davvero raccapricciante. Voglio dire, non metto in dubbio che a qualcuno quel simpatico R&B all’acqua di rose possa piacere, io lo trovo terrificante e stentavo a distinguere un pezzo dal successivo, ma lo show, beh, lo show… Giustino (unico bianco sul palco, a parte forse un paio di ballerini, dettaglio piccolo ma significativo) ballava, cantava, faceva un po’ il podista correndo da una parte all’altra dell’incredibile ghirigoro pianeggiante, il tutto in mezzo ad un casino di pazzi: si muoveva tutto, pezzi di palco che salivano e scendevano, gente che entrava e usciva da imperscrutabili pertugi, “tende” con immagini proiettate che saltavano fuori dal soffitto nei momenti meno opportuni, luci a strafottere, insomma ogni possibile effetto speciale, che a volerla vedere in maniera strettamente cinica sortiva magnificamente l’effetto di distrarre gli astanti dalla terrificante qualità dell’audio. Però, cacchio, non era male.

Ma la vera, clamorosa rivelazione, è venuta dopo: Giustino suona! Una chitarra bianca spuntata fuori da non si sa bene quale dimensione parallela ad un certo punto gli si è materializzata in mano, e il ragazzino (in elegante abito gessato) ha attaccato a strimpellare. E mentre cercavo affannosamente di capire, in mezzo a cotanta opulenza di effetti e giravolte, se e quanto il tutto fosse in playback, dal sorprendente foro delle meraviglie posto in mezzo all’improbabile struttura scenica è saltato fuori un pianoforte, e il LagoDiLegno si è seduto e ha attaccato a suonare pure quello. Suona pure il piano, Giustino! E pure il minimoog, da giovane erede del mai dimenticato Sandy Marton. Per il prossimo tour attendo l’arpa celtica e il putipù.

Insomma, facendo il conto: Justin Timberlake canta, e nemmeno così male, balla, e nemmeno così male, e suona pure. Non è Keith Emerson e nemmeno Baryshnikov, non è Tommy Emmanuel né tantomeno Freddie Mercury (che si starà rivoltando nella tomba per il solo fatto di essere stato nominato in un post che parla di Justin Timberlake), strumentalmente fa giusto il minimo indispensabile, però, insomma, se la cava. Se le sue canzoni non facessero così schifo…

E intrattiene anche il pubblico! In un concerto che mi aspettavo programmato al millimetro (e che in effetti è programmato al millimetro, entrate, uscite, movimenti del palco, coreografie mi sanno di provate centinaia di volte) riesce anche a ficcarci due o tre pause prettamente “discorsive”, in cui con suprema originalità di argomenti decanta la bontà della cucina italiana e la bellezza delle donne italiane (mancavano solo la mafia e il mandolino, ma vabbè, non si può avere tutto), il tutto con piglio da consumato showman, manco fosse Spr… Ahem, lasciamo stare. Certo, il fatto che il pubblico fosse composto per il novanta per cento da ragazzine in preda all’ormone pronte a gridare al miracolo per un semplice rutto aiutava, però…

Rimangono, implacabili, il cinismo e il sospetto: il dubbio sul playback è sempre in agguato, non sarebbe né la prima né l’ultima volta, e il passato da boyband dell’ex signor Diaz (sempre a proposito della giustizia divina) non aiuta a fugare i dubbi. Il doppio ear monitor del nostro, inoltre, suscita tremendi sospetti di “Ambriana” memoria, sulla presenza di una qualche regia occulta che suggerisce al buon sexyculo cosa fare, come farlo e quando farlo. Ma, in ogni caso, c’è da dire che il ragazzino, finto o non finto, sembrava molto naturale. Sarà che ’sta roba la fa da quando aveva dodici anni. Sarà che in fondo nella vita non ha altro da fare. Sarà che forse mi sono fatto trascinare dall’entusiasmo di mia sorella, che era in visibilio, si agitava, urlava e fotografava qualsiasi cosa, ma, beh, mi è quasi piaciuto.

Ho detto quasi, eh.