Archivio per Settembre 2007

a volte, la genetica…

24 Settembre 2007, Lunedì

Estate 2007.

Mirko – Uè, Diè, mi hanno passato una serie bellissima, passa su Italia1 questo autunno, si chiama Heroes. Devi troppo guardarla.
Diego – Ah sì? E di cosa parla?
Mirko – C’è questo gruppo di personaggi qui che scoprono tutti di avere dei superpoteri… Ma una cosa bellissima, davvero, devi troppo vederla.
Diego – Bella?
Mirko – Bella? Una figata. Devi troppo vederla. E poi c’è uno che è uguale a te, guarda, una cosa pazzesca, uguale, l’ho visto e ho detto “ma cosa ci fa Diego in Heroes?”. Devi troppo vederlo, guarda, è uguale a te, vero Marta?
Marta – Ma dici quello lì, il poliziotto…?
Mirko – Sì, Matt Parkman, il poliziotto. Vero che è uguale?
Marta – Aaaaah sì! E’ vero! Guarda Diè, è impressionante, è uguale a te, ma proprio uguale uguale, faceva impressione.
Diego – Maddai. E che poteri ha ’sto tizio?
Mirko – Legge nel pensiero.
Diego – Ah. Interessante.
Mirko – Davvero, Diè. Devi troppo vederlo. E’ uguale a te, ma uguale, ti giuro, uguale.

Azz.
Ok, ho aggiunto la barba a Parkman, però… Quasi quasi mi riciclo come sosia.

uno che ne sa.

4 Settembre 2007, Martedì

dannyclick.jpg

Quando si parla di musica, per qualche strano motivo la gente mi considera “uno che ne sa”. La cosa di solito mi fa sorridere, perché se è vero che il fatto di di aver studiato musica, di suonare in un gruppo e di ascoltare abitualmente cose un po’ diverse da Tiziano Ferro e (giusto per insistere ancora un po’ sul tema :D ) Justin Timberlake mi pone probabilmente un filino al di sopra della media nazionale, è altrettanto vero che a. ci sono orde barbariche di persone che “ne sanno” molto più di me e b. la musica è arte e non matematica, e conoscere tre dischi invece di uno non rende un ascoltatore migliore di un altro. Inoltre, è innegabile che buona parte del mio suscitare questa impressione derivi dall’inarrestabile logorrea che mi contraddistingue, caratteristica che mi porta a rispondere anche alla più semplice domanda a tema musicale con un discorso di venti minuti il cui novanta per cento è assolutamente fuori tema, ma fa tanto scena, spiazza l’ascoltatore, lo disorienta, lo assopisce e lo porta miracolosamente a credere che io sia il nuovo Lester Bangs, cosa, ovviamente, del tutto falsa.

Ma al di là delle considerazioni legate al mio background culturale e alla mia dannata tendenza alla pedanteria, da qualche tempo ci sono anche altri motivi che mi spingono a credere di non essere affatto una persona degna di cotanta considerazione (e per spiegarli, ovviamente, partirò da lontanissimo cominciando ad illustrare il consueto aneddoto, come sempre con dovizia di particolari e terminologia forbita, a titolo di esempio e nel vano tentativo di redere il discorso il più lungo possibile… :D )

Un mesetto fa, di ritorno dalla montagna, mentre Mirella sonnecchiava allegramente sul sedile accanto, ho tirato fuori dal porta cd Forty Miles, un album del signor Danny Click, blues rocker dell’Indiana ritratto tra l’altro qui sopra in un’esibizione al Blues to Bop di Lugano di qualche anno fa, disco meritevole ma non eccelso, che ho riascoltato con piacere dopo qualche anno dall’ultima volta. Disco, dettaglio importante, del 1998. A quei tempi la mia casa era piena di dischi come quello, dove l’espressione “dischi come quello” è da intendersi come “album decisamente interessanti di artisti decisamente sconosciuti”. Li compravo a nastro, dal buon vecchio Carù di Gallarate, dove il rock e il country sono di casa e dalle casse esce sempre qualcosa di buono.

A quei tempi la lista dei miei artisti preferiti comprendeva, insieme a “qualche” grosso personaggio, una schiera piuttosto nutrita di illustri sconosciuti: era già iniziata da tempo la mia deriva Springsteeniana, ascoltavo da un pezzo i R.E.M., i Counting Crows e i Pearl Jam, ma nel frattempo professavo imperterrito la mia ammirazione per gente come Todd Snider, Kenny Wayne Shepherd e James McMurtry, compravo dischi di Garnet Rogers, dei Swinging Steaks, di Juliana Hatfield, di Mary Cutrufello e di Matthew Ryan, per non parlare della mia sconfinata passione per il grande Jason Reed, di cui ho già parlato altrove, e del quale sono andato molto vicino a fondare addirittura un fan club. Erano anni in cui, se così si può dire, prendevo la musica maledettamente sul serio: leggevo il Buscadero tutti i mesi, spulciando ogni articolo manco fosse la Bibbia, compravo anche due o tre cd alla settimana e andavo a concerti (spesso meravigliosi) di gente assolutamente dimenticata da Dio, che suonava davanti a platee delle quali io e i miei amici spesso costituivamo una percentuale a due cifre.

Volendo potrei addirittura arrivare a vantarmi (se della cosa ha senso vantarsi) di essere stato, in quegli anni, un “precursore”: ho comprato il mio primo disco di Ben Harper quando un buon novantanove per cento del pianeta non aveva idea di chi fosse; conoscevo benissimo “quei tre tipi strani” che aprivano i concerti dei R.E.M. nel tour di Monster (erano i Grant Lee Buffalo, per anni miei idoli assoluti) e regalavo album di Norah Jones agli amici mesi prima che la signorina Shankar finisse nelle siglette di Retequattro. Ho conosciuto Ryan Adams quando ancora faceva il cantante (anzi, uno dei cantanti) dei Whiskeytown, ed ero fra i pochissimi, oltreoceano, che apprezzava Lyle Lovett come musicista e non come “quel tipo con la faccia strana che ha sposato Julia Roberts”. Ai tempi sì, era forse legittimo considerarmi “uno che ne sapeva”. Non un guru, certo, ma probabilmente uno di quelli a cui era interessante chiedere un consiglio su un cd da ascoltare.

Oggi, ahimé, non è più così. Ed è questo che mi dà fastidio. Oggi, dando un’occhiata alla mia pagina personale su Last.fm rimango spiazzato da quanto la musica che ascolto sia drammaticamente simile a quella che già ascoltavo otto, dieci, dodici anni fa. In mezzo al solito Springsteen (ti prego Bruce, perdonami per averti definito “solito”), agli Stones e ai Pearl Jam ci sono ancora i soliti Steve Earle, Bocephus King, Dave Matthews e Andrew Dorff, e se nella lista fossero compresi anche i cd che ascolto in macchina, e non solo gli mp3 che passano in ufficio e a casa, salterebbero fuori anche i Dan Bern, i Jack Ingram, i John Hiatt e i Dave Alvin. Una serie di personaggi che rappresentano veri e propri macigni all’interno della mia cultura musicale, magari non tutti sconosciuti, ma tutti legati allo stesso filo conduttore: li ho conosciuti, e ho cominciato ad ascoltarli, quando avevo venti, ventitré, venticinque anni. E da allora, se mi passate il termine, ho l’impressione che la mia “evoluzione” si sia fermata.

E’ vero, c’è anche qualche nome “nuovo”: sorvolando sugli Scissor Sisters (che in quella lista stanno come il branzino nella torta alla crema, ma che ci volete fare, mi piacciono un casino) un osservatore attento noterà nomi come i Wolfmother o i Black Rebel Motorcycle Club, gruppi relativamente recenti, che in parte “salvano” la situazione, ma fino a un certo punto. Come dire che sì, qualcosa di nuovo ascolto, una volta ogni tanto, ma tanto per cominciare si tratta di band relativamente famose, che quindi mi sono “piovute in testa” e non mi sono, come facevo un tempo, andato a cercare (negli ultimi anni, ad esempio, ho scoperto anche di apprezzare gruppi come i Muse o i Killers, ma è un po’ un’altra cosa, ed è passato parecchio tempo, rispetto a quando mi capitava di “scoprire” gruppi come i Say Zuzu o Jason Boland & the Stragglers), e poi si tratta, come è facile notare, di una sparuta minoranza. E tutto questo non è bene.

Comincio a sentirmi un po’ come quei vecchi sessantenni irranciditi, che in gioventù hanno ascoltato tonnellate di dischi e ogni volta che si trovano ad ascoltare qualcosa di nuovo, bello o brutto che sia, se ne escono con considerazioni del tipo “carino, ma niente a che vedere con (nome di rocker sessantenne che ascoltavano in gioventù), lui è sempre il migliore”. Voglio dire, non sono ancora arrivato a questo punto, ma poco ci manca. Mi sto rendendo conto un po’ alla volta di quanto le mie orecchie si siano “irrigidite” nel corso degli ultimi anni, e di quanto io sia diventato molto meno flessibile ed attento alla “nuova” musica di quanto non lo fossi anni fa. I Mars Volta? Tecnicamente spettacolari, ma alla lunga mi infastidiscono. I White Stripes? Troppo vuoti, tre canzoni e non li sopporto più. I Franz Ferdinand? Uguali a tutti gli altri gruppi indie. E via così. Il problema è che di anni non ne ho sessanta, ne ho trentadue, e a quest’età (come a sessant’anni, per la verità, ma vabbè) da me ci si aspetterebbe un po’ di apertura in più… L’impressione è che io abbia smesso di cercare la musica che mi piace, cosa che dal mio punto di vista costituisce la vera differenza fra i veri appassionati e chi la musica si limita a subirla. Un tempo non mi accontentavo di “aspettare” il nuovo disco dei miei artisti preferiti, ma mi tenevo occupato, mi guardavo in giro, “ingannavo l’attesa” cercando e scoprendo musica nuova. Oggi capita addirittura che mi perda le uscite dei miei artisti preferiti…

Volendo a tutti i costi trovare un modo per discolparmi, le armi a mia disposizione sarebbero parecchie; tanto per cominciare, oggi le mie giornate sono parecchio più piene di quanto non lo fossero dieci anni fa: oggi non ho più ’sto gran tempo per mettermi ad ascoltare musica. O meglio, ce l’ho (dopotutto iTunes è perennemente acceso mentre sono in ufficio, per la gioia dei miei colleghi, in macchina ho un’autoradio e in treno un iPod) ma, non è tempo “di qualità”, tempo “rilassato”, tempo in cui io non sia troppo occupato o troppo stanco, e in cui io sia quindi in grado di ascoltare musica “sul serio”. L’attenzione necessaria per dedicarmi ad ascoltare qualcosa di veramente nuovo mi manca. Il mio cervello è probabilmente troppo assorbito e troppo affaticato dal lavoro per concentrarsi su quello che sto ascoltando, e per questo motivo finisco per preferire pezzi e artisti che già conosco, che ho già “metabolizzato”, e che quindi mi rilassano e mi distraggono senza però impegnarmi troppo.

Secondo, è inutile negarlo: oggi ho molti meno soldi di quanti ne avevo dieci anni fa. Di conseguenza, anche se leggessi tuttora il Buscadero tutti i mesi come la Bibbia (e, mea culpa, non lo faccio più) non potrei comunque più permettermi di comprare i due/tre cd alla settimana sui quali indulgevo ai tempi d’oro. E se qualcuno sta pensando “ma c’è sempre il peer to peer”, beh, in realtà il peer to peer aiuta poco: al di là delle considerazioni puramente legali, parliamo di artisti che spesso su eMule non si trovano nemmeno, e che, anche se si trovassero, mi sentirei veramente un verme a scaricare, visto che si tratta spesso e volentieri di ragazzi che vendono due, tre, cinquemila copie dei loro album, e che più che mai meritano un supporto “materiale” alla propria attività.

E poi, volendo, si potrebbe anche fare una considerazione un po’ più generale, anche se si rischierebbe di sconfinare nella sindrome del sessantenne: forse, e dico forse, è almeno un pochino vero che il rock, oggi, non è più quello di qualche anno fa. Voglio dire, se gli stessi sedicenni che quindici anni fa per sentirsi “alternativi” ascoltavano i Pearl Jam oggi ascoltano i Linkin Park, è evidente che qualcosa è cambiato… Ormai i gruppi rock “overground” decenti i cui componenti abbiano un’età media inferiore ai cinquanta si contano sulle dita di una mano, e anche quelli “underground” scarseggiano. E per quanto riguarda l’alternative country che tanto mi piaceva a quei tempi, dopo l’incredibile boom che ha caratterizzato la seconda metà degli anni novanta siamo tornati in gran parte al buio più completo. O almeno così credo, visto che, come ho già detto, ormai da qualche tempo non sono più “dell’ambiente”.

E in fondo a tutto questo, per finire, c’è un aspetto forse ancora più malinconico: la mia vita non è più la stessa di cinque, otto o dieci anni fa. Le persone che frequentavo, quelle che a quei tempi erano la mia prima fonte di conoscenza, che mi segnalavano i dischi, che mi consigliavano e accompagnavano ai concerti, con le quali potevo parlare dei Blues Traveler e di Kelly Joe Phelps senza che facessero facce strane, oggi non ci sono più. Perché non ci vediamo più. Perché sono andate a vivere altrove. Perché anche loro hanno cominciato a sentire il peso dei tre paragrafi qui sopra. Perché un po’ tutti, come è inevitabile, siamo cambiati, e la “nostra” musica con noi. Vuol dire che sto invecchiando? Chissà. Nel frattempo, però, i consigli sulla musica cominciate a chiederli (anche) a qualcun altro…