pane.

By Abi

La primavera sembra finalmente aver avuto la meglio sulle cisterne d’acqua che inesorabili si sono abbattute su di noi fino all’altroieri. Qui a Rozzano, però, stamattina c’era la nebbia. Ma ormai la prendo con filosofia, ho definitivamente accettato il fatto che si tratta di un fatto fisiologico, un’ineluttabile destino, un po’ come Berlusconi o la forfora: Milanofiori è un luogo avulso dal resto del mondo, una realtà parallela in cui tutto, dagli alberi ai cestini della spazzatura, dai parcheggiatori alle fermate dei bus, è pensato e creato a misura di impiegato, e come tale deve essere triste, mogio, ripetitivo e resistente a ciò che di mutevole ed eventualmente interessante proviene dall’esterno. La definitiva conferma è arrivata quando anche i campi a perdita d’occhio che vedevo dalla finestra del mio precedente ufficio sono stati invasi dalle montagne di fango trasportate dai tir provenienti dai lavori per la stazione del metrò. Poi mi hanno cambiato ufficio. Adesso dalla finestra vedo il tetto in lamiera del capannone vicino e un’insegna DHL in lontananza, ed è tutto molto più coerente e rassicurante.

Che c’entra questo con il pane? Niente. Era solo un’introduzione. Del pane parlo adesso.

Lo sono andato a comprare l’altroieri mattina, il pane. E’ successo per caso, sono uscito prima di andare in ufficio e sono andato a comprarlo dal panificio sotto casa. Il panificio sotto casa. A dirlo così sembra una cosa normale, quasi una frase fatta. In realtà erano anni, forse una decina, che non mettevo piede in un qualsiasi panificio sotto casa. Quello sotto casa mia, poi è uno di quei bei panifici spartani, sembra uscito di peso dagli anni settanta: banco in legno smaltato bianco senza fronzolo alcuno, alle sue spalle ceste di ferro, qualche scaffale di impronta vagamente sovietica con prodotti di merceologie rigorosamente affini (grissini, schiacciatine, merendine, massima divagazione qualche vasetto di marmellata o Nutella), un timidissimo banco del latte fresco rinchiuso nell’angolo, illuminazione scarna e insufficiente e cassiera di mezz’età con grembiule bianco infarinato d’ordinanza. Niente eleganti ceste in legno, niente artistiche composizioni in pasta di sale a forma di spiga-nastro-cupola di San Pietro, niente ferraresi creativi, niente luce calda e soffusa, anni luce di distanza dalle “panetterie evolute” alla Princi che tanto vanno di questi tempi. Il caro, vecchio “prestinaio”.

Ero lì, in coda dietro un paio di vecchiette, e il mio naso si beava di quel profumo antico, quasi dimenticato, così diverso dall’asettica perfezione degli ipermercati e delle baguette in busta dell’Auchan, così lontano e così semplice da sembrare finto. Il profumo del pane. Pagine e pagine sono state scritte, sul suo profondo significato e sul suo grande potere. Il potere di riportarmi a quando ero bambino, e andavo con le mie cinquecento lire a prendere la focaccia da mangiare all’intervallo. Di farmi ricordare della vecchia casa di Lodi, dove il panettiere passava alle otto, lasciava il sacchetto vicino al giornale sul pianerottolo e suonava il campanello prima di scappare via. O di quando, in vacanza in Sicilia, Maria arrivava per fare i mestieri e ci lasciava la pagnotta ancora calda.

E’ passato tanto tempo. Ma sembra molto di più. Oggi, nella mia vita aliena, il pane è in busta chiusa e ha marchi famosi. Ogni tanto mi sforzo ancora di prenderlo “fresco”, ma nei banchi del supermercato (eleganti ceste in legno, luce soffusa, eccetera eccetera) sembra sempre un po’ di plastica. E se è vero che potrei, con un piccolo sforzo, fare ancora il semplice gesto di uscire tutte le mattine, non per caso, a prendere i miei tre panini dal panificio sotto casa, è altrettanto vero che nella quotidiana gara podistica che mi trascina (tardi) in ufficio e poi di nuovo (ancora più tardi) a casa, un posto per quel gesto non c’è più. Se l’è preso il benzinaio, il casello, la coda in tangenziale, la suprema stanchezza che si mangia i miei giorni come un tarlo affamato. Un’altro granello che ho lasciato scorrere nella clessidra.

2 Risposte a “pane.”

  1. Franci Dice:

    Premessa: capisco.
    La maggior parte delle persone con un lavoro, una serie di impegni che sembrano sempre inderogabili, importantissimi, urgenti, ti capisce.
    Il punto pero’ e’ un altro.
    Questo tipo di tempo te lo devi prendere. Ce lo dobbiamo prendere, lo dico come monito anche a me stessa. Quei 5 minuti rubati magari al sonno li devi pretendere da te stesso, prendere quasi fosse una medicina.
    Perche’ sono queste piccole cose che magari raddrizzano la giornata, che danno un senso, che ci fanno andare avanti ma non per inerzia. Sono un motore o forse sono la benzina nel motore che sei tu.
    Io non me ne intendo tanto di meccanica, ma so cosa vuol dire avere una macchina in folle, spenta ma lanciata lungo una discesa.
    Non la controlli, non era quello che volevi ed hai pure un po’ paura per la piega che stanno prendendo le cose.
    A rischio di farti male, buttati fuori da quella macchina e riprendi il controllo.
    A volte bastano 5 minuti. Non e’ facile, ma se ti puo’ essere di consolazione, altri ci stanno provando.
    Un abbraccio.

  2. Berek Dice:

    Beh più che buttarsi dalla macchina basterebbe frenare, accenderla e ingranare la retro…

    Comunque il pane del fornaio è tutta un’altra cosa, e non solo per il gusto che lascia in bocca ma anche per il gusto che lascia nella testa.

    Ocio però che la nostalgia è estremamente golosa e va tenuta un po’ a bada, se la lasci libera di cibarsi di tutti questi stimoli poi si rischia di cadere nella dipendenza… parola di chi spesso e volentieri ha lasciato fare indigestione alla propria nostalgia! :)

    P.s.
    Sono un pantofolaio, ma se fossi differente io il pane lo andrei a prendere tutti i giorni dal fornaio…

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