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phil tifa boston.

6 Giugno 2008, Venerdì

…e sinceramente non me l’aspettavo. Voglio dire, uno dei sacri dogmi che mi hanno sempre guidato nel “fotografare” le persone, almeno quelle della mia età, è sempre stata la squadra per cui tifavano nelle storiche finali NBA degli anni ‘80, quelle fra Lakers e Celtics. Finali che io NON ho visto, se non a decenni di distanza, e delle quali dal punto di vista cestistico non capivo una mazza, visto che nell’84 avevo 9 anni e non avevo mai visto un pallone da basket da vicino, fatte salve le volte in cui d’estate andavo a trovare i miei zii, e guardavo Manlio fare le partitelle con i pulcini della Juvecaserta, capendoci anche lì ben poco.

Ma non era necessario vederle, quelle sfide, anzi, forse proprio il fatto di NON vederle, la mancanza di informazioni, quelle poche immagini che arrivavano accompagnate dal commento del grande Dan, i servizi di American Ball, tutti quei colori e quei nomi altisonanti , tutti quegli highlights al rallentatore (pardon, “spezzoni”, all’epoca “highlights” era un termine al quale come minimo avrei risposto con un sonoro “tua sorella”), non facevano che alimentare il mito, la grande leggenda dello sport americano, che oggi sembra così semplice e immediato, con nba.com che pubblica i risultati in tempo reale e Andrea Bargnani prima scelta assoluta, ma all’epoca veniva davvero da un’altro pianeta.

Chi tifavi, nelle finali degli anni ‘80? I Lakers o i Celtics? Magic o Bird? Jabbar o Parish? Worthy o McHale? L’orgoglio o lo Showtime? Fino ad oggi, fino a prima che Phil mi facesse questa strana rivelazione, ero in grado di individuare la risposta a questa domanda con straordinaria precisione. Perché certe cose sono scritte nel destino: da piccolo tifi Celtics, e diventerai una persona precisa, ordinata, lavoratrice, con un’etica ferrea e un’affidabilità senza pari. Perché loro erano così, loro erano gli operai, i faticatori, quelli seri e affidabili. La loro stella era un bianco slavato e biondiccio, testardo come un mulo (e con lo stesso grado di atletismo), che magari non ti faceva mai saltare sulla sedia, ma che non mollava mai, e per questo sarà sempre ricordato come uno dei più grandi. Loro erano la tradizione, la dinastia, l’orgoglio, quelli duri a morire, quelli che incassavano senza mai darsi per vinti.

Manco a dirlo, io tifavo Lakers. Per Kareem, certo, perché come fai, a dieci anni, a non amare un tizio che si chiama KAREEM ABDUL JABBAR, anche se non l’hai mai visto in vita tua? Perché erano gialli e viola, opposti a quel triste verdino bostoniano, e mai contrasto cromatico fu più rivelatore. Perché il loro più grande eroe si chiamava Magic, e incarnava in sé tutto ciò che lo sport deve essere per un bambino di dieci anni: una magia. Magic che sul campo faceva quello che voleva. Magic che giocava in tutte le posizioni. Magic che sguardo da una parte, palla dall’altra. Magic che, accidenti a lui, sorrideva sempre, e chi mai gliela dava quell’energia ancora me lo chiedo, e ancora me lo chiedevo quando nel ‘93 lo venni a vedere qui al Forum, quando ormai si era ritirato e la malattia l’aveva reso più grasso e più lento. E sorrideva lo stesso.

Se nella vita almeno una volta hai cercato di essere fuori dagli schemi, se sei impulsivo, inaffidabile, se sei uno da colpi di testa e decisioni dell’ultimo momento, se la noiosa routine non fa per te, se vivi di sogni e per tutta la vita sei stato perseguitato da persone che per qualche motivo ti hanno considerato “strano”, allora, beh, da piccolo tifavi Lakers. Non si scappa. E da un markettaro come Phil, da uno che ha inventato i film di Natale e ha condiviso con me milioni di frasi sul buon vecchio Chuck, beh, non me l’aspettavo. Non che Phil non sia anche serio, ordinato e affidabile, per carità, lo è molto più di me. Ma, beh, ci sono rimasto un po’ male, ecco. Tutti i teoremi falliscono, prima o poi.

Tutto questo per dare il mio piccolo contributo alla celebrazione del fatto che da ieri sera, dopo più di vent’anni, Lakers e Celtics sono di nuovo in finale. Finale che non ha niente a che vedere con quelle di vent’anni fa: non ci sono più i buoni e i cattivi, le formiche e le cicale, con Garnett, Pierce e Allen da una parte e WonderKobe dall’altra lo spettacolo è garantito ai quattro angoli del parquet, senza pause né timori di smentita. Ma il mito rimane. Anche se la testa, la mia, non è proprio più la stessa di quando avevo dieci anni, e se in tutto questo tempo il basket ho imparato a conoscerlo molto meglio, da spettatore e da giocatore, senza diventare un guru ma con almeno la capacità di capire la differenza fra un blocco e una stoppata. E anche se non sono più innocente, se oggi Sky mi spara dirette di quattro ore con venti telecamere e ogni tipo di replay, se su internet sono in grado di capire in meno di dieci minuti anche quante volte Gasol è andato in bagno prima della partita, sembra ancora tutta una gigantesca favola. Perché questo, e solo questo, ai miei occhi, è lo sport.

Poi, certo, dopodomani cominciano gli europei di calcio. Ma, sinceramente, chissenefrega.