Archivio per la categoria ‘il lavoro modifica l'uomo’

bambini professionisti.

26 Maggio 2008, Lunedì

Si registrano spot radio, qui all’Ente di Tutela dell’Automobilista Affamato. Approvato il testo, mi scrive l’agenzia per chiedere il mio parere su un punto:

Buongiorno Diego,

come ti accennavo, abbiamo provato ad incidere dei take con bambini ma non siamo soddisfatti del risultato, quindi vorremmo convocare altri 2 bambini professionisti con un’aggiunta di costo nel preventivo. Se mi dai l’ok procediamo. stiamo intanto facendo fare il casting.

Bambini professionisti?

Ok, faccio questo mestiere da qualche anno, ormai dovrei essere impermeabile a questo tipo di definizioni, ma, ecco, insomma, fa ancora un certo effetto. I “bambini professionisti”… Wow. Ogni giorno che passa, sento sempre più di aver buttato via la mia vita…

ps- E poi mi chiedo: ma un “bambino professionista”, da grande, cosa fa?

conosci le tue vittime.

26 Giugno 2007, Martedì

fuoridallafinestra.jpg

Anche oggi l’estate fa capolino nel paradiso impiegatizio che i più chiamano Milanofiori. Timidamente, s’intende, e rigorosamente sottovetro. Fuori dalla finestra, oltre la cartina che Mimmo ha appeso per ripararsi dal sole che ogni pomeriggio trasforma quest’angolo di palazzo in una succursale di Trinidad e Tobago, la tangenziale perpetua la sua imperturbabile ripetitività, deturpando uno sfondo che farebbe invidia a qualsiasi pubblicità del Mulino Bianco.

E’ una beffarda metafora che ogni mattina mi saluta fuori da questa finestra. Campagna a perdita d’occhio, campi di grano e balle di fieno, cielo azzurro, un vero paradiso. Ma prima, subito prima, a ricordarti senza posa che il campo di grano e il cielo te li devi sudare, che prima il dovere e poi il piacere, che sei solo un ingranaggio nell’eterna macchina produttiva dell’umanità, ci sono loro, le sei corsie d’asfalto sulle quali quotidianamente sfreccia, imperterrito, il tuo target di riferimento. Già, perché noi, qui alla cattedrale di Santa Rustichella, lavoriamo per loro. Ogni nostro sforzo, ogni minuto del nostro tempo, ogni idea brillante, ogni salva con nome, ogni sbuffo del condizionatore (che non funziona) è dedicato a loro: all’autotrasportatore assonnato, all’impiegato incazzato, al turista esasperato, a tutti coloro che ogni giorno, senza soluzione di continuità, provvedono a scavare il solco nel possente bitume di questa tangenziale e di tutte le autostrade del pianeta.

Mi sono chiesto molte volte se e quanto la localizzazione di questo palazzo sia frutto di una coerente scelta manageriale, o piuttosto di un’allettante occasione immobiliare. Voglio dire, pensandoci bene è un po’ l’uovo di Colombo: al direttore marketing basta voltare la testa in direzione della finestra per scorgere subitamente lo sguardo del camionista in preda ai crampi della fame, del pony express con la gola riarsa, del motociclista in preda al calo di zuccheri, e individuare all’istante quale prodotto possa soddisfare al meglio la loro brama (per poi , ovviamente, riversare le sue percezioni in un’email inviata al sottoscritto). E il direttore generale, poche decine di metri più in là ma sullo stesso lato del palazzo (facendo mente locale, mi rendo conto solo ora che gli uffici di quasi tutti gli alti dirigenti hanno almeno una finestra che dà sulla tangenziale, mi chiedo se siano anche dotati di binocolo brandizzato d’ordinanza), riesce immediatamente a carpire, dallo sguardo del pendolare afflitto, se e quanto il cappuccino consumato tre chilometri prima sia stato efficace nel placarne il male da lunedì mattina. Diabolico.

Siamo scaltri, qui nel santuario del Camogli.

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

io, dovunque sia

28 Marzo 2006, Martedì

E’ il cambio di stagione. E’ il lavoro. E’ che dormo poco. E’ che sono grasso. E’ che non sto tanto bene. E’ che, insomma, qualunque cosa sia, qualcosa non va. Ed è una forma piuttosto fastidiosa di “qualcosa”, sa di caso clinico, di malattia misteriosa, di cosa che ti fa venire i bubboni e la forfora senza apparente motivo, che non ti senti bene e il dottore ti prescrive duecento esami ma proprio non riesce a capire cos’hai. No, non ho niente di tutto questo. Ma qualcosa ce l’ho, lo so che ce l’ho, ma non capisco cos’è. Perché giro a vuoto. E ho un po’ la sensazione di star guidando un sommergibile nucleare con in mano il volante di Boss Robot.

Sto, di nuovo, perdendo contatto con la mia vita. Mi sto di nuovo guardando in terza persona. Sto di nuovo spegnendo il cervello, e lo sto facendo troppo spesso, anche e soprattutto quando non dovrei. Talmente spesso che non scrivo più qui da novembre, eppure di cose da dire ce ne sarebbero state. Ma non le dirò. Non qui. Non ora. Non mi riconosco più. Non mi piaccio più, il mio sdoppiamento di personalità sta diventando sempre più evidente e la parte che non mi piace, quella seria, posata, professionale (e fredda, calcolatrice e antipatica) sta cominciando ad emarginare, rinchiudere e guardare con sospetto l’altra, quella emozionale, infantile e spontanea, che ormai trova spazio solo su un palco o dopo parecchi bicchieri di vino. Sto diventando mio padre. La maschera del tuttologo, di quello che “di qualsiasi cosa si parli sei in grado di tirare impiedi un pistolotto di dieci minuti” si sta impadronendo di me, del mio tempo, e sta prendendo piede nella mente delle persone che mi conoscono. E mi va terribilmente stretta, ma più mi va stretta più lei cerca di allargarsi, e infarcisce di sorrisi di circostanza, risposte date senza ascoltare le domande e domande fatte senza ascoltare le risposte ogni angolo della mia vita.

Qualche settimana fa una persona che, almeno in teoria, “ne sa”, dopo avermi analizzato per una mattinata intera a spese dell’azienda, ne ha tirato fuori un profilo che mi ha fatto venire i brividi. Sono venuto fuori come una specie di behemoth cerebrale, un fenomeno nell’analizzare e risolvere problemi, adattarmi al cambiamento, definire priorità e trovare soluzioni. E un incapace nel gestire i rapporti umani. Sì, vabbè, incapace no, non sono né autistico né sociopatico, semplicemente “pongo come priorità l’obiettivo della discussione, e tendo a trascurare l’interlocutore”. In sostanza sono terribilmente efficiente e altrettanto stronzo. E per quanto si possa avere dei dubbi su questo genere di test, e mi si possa scusare adducendo che tali “misurazioni” sono state prese in un ambito prettamente lavorativo, in cui il mio primo interesse non era sicuramente quello di fare conversazione con la persona che mi stava valutando, dall’altro mi sto accorgendo che un pezzetto alla volta tutto questo sta pericolosamente entrando a far parte della mia vita “reale”, quella che passo fuori da questo ufficio, in luoghi più utili e reali di questa scrivania.

Immagino che il fatto che io me ne renda conto sia almeno in parte un punto a mio favore. Ma non aiuta più di tanto a riempire i minuti di silenzio, a cambiare gli sguardi, ad allentare inspiegabili tensioni che si creano con persone con le quali sono sempre andato d’accordo. Sto diventando antipatico. Chissà, forse lo sono sempre stato, ma prima non me ne rendevo conto. Adesso sì, la cosa è palpabile. Mi sento stupido, noioso, pedante, e in sostanza pesante, purtroppo non soltanto dal punto di vista relazionale. E sta peggiorando.

stavamo dicendo.

30 Agosto 2005, Martedì

Oggi il post lo finisco. Qualsiasi cosa salti fuori da queste dita, prometto che la posto. Aggiungerei “e che cazzo”. Prometto a chi, poi? In questo momento a me stesso, visto che se questa frase non appare sul blog è come se non l’avessi promesso a nessuno. In pratica è una promessa che per il solo fatto di essere formulata si realizza. Interessante paradosso semantico. Vi lascio nella contemplazione, e passo oltre.

E’ da giugno che non passo di qui. O meglio, ci passo in continuazione, scrivo, poi rinuncio e cancello. E’ assurdo, e abbastanza frustrante. Non è che non abbia avuto tempo, anzi, gli infiniti pomeriggi in ufficio, specie nelle ultime due settimane, erano l’ambientazione ideale per partorire discussioni filosofiche e buttare giù un paio di righe su questa immacolata distesa arancione. A proposito, dovrei fare qualcosa, comincia a non piacermi più. Non l’arancione, s’intende, quello rimarrà, ma vorrei rendere la pagina un po’ meno monotona, un po’ più artistica/colorata/varia/cacchiochebella, un po’ come quella dei blog di alcuni di voialtri che ogni tanto passate da queste parti. Qualsivoglia aiuto/consiglio/tentativo di dissuasione è ovviamente ben accetto, a patto che si consideri nell’offerta la mia patologica pigrizia, e la probabilità che alla vostra gentile offerta segua un imbarazzante silenzio, della pigrizia diretto discendente. Ma vi ringrazierò comunque per il pensiero.

Cosa stavo dicendo? Ah, sì, ho scritto un sacco ma non ho postato nulla. Solita storia, insomma. Potrei lanciarmi nella consueta disamina infinita a proposito della mia logorrea, del mio andare fuori tema e della mia patologica incapacità di concludere i discorsi, ma sarebbe solo un inconcludente discorso che si dimostrerebbe logorroico e fuori tema, quindi lascio stare. Per voi, in fondo, non cambia granché, quindi che ve lo dico a fare? Per correttezza, comunque, faccio le mie scuse a chi si aspettava qualcosa. E ovviamente non prometto nulla, potrei tornare qui fra altri due mesi senza alcun preavviso. Cercate di perdonarmi.

Riassunto delle puntate precedenti: i Silent Eyes sono tutti vivi e stanno bene. Si sono messi a fare musica loro, mi hanno detto che si erano stufati di fare la cover band e dal giorno del mio addio (o meglio, del mio arrivederci, consumatosi in mezzo a molte facezie e parecchia birra) si sono chiusi in saletta a inventare riff e melodie che, spero, un giorno sentirò. Il mio ruolo futuro in questa nuova versione degli Iron Maiden di Castano Primo è ancora da definire, nel senso che dai pezzi che nasceranno, quando nasceranno, si capirà se c’è spazio per la mia voce. Per ora non si sa. In ogni caso, penso che ci rivedremo. Comunicazione di servizio: per chi non avesse idea di ciò di cui parlo, le informazioni del caso le trovate nel precedente post.

Nel frattempo prosegue l’avventura di Funk Bazar (titolo di lavorazione, pregasi non divulgare, anche se scrivendolo qui l’ho già divulgato io a qualche milione di potenziali lettori, vabbè tant meglio), il primo meraviglioso disco dei Vappa. Le registrazioni sono pressoché concluse, mancano i cori su un paio di pezzi e Stefano deve rifare alcune parti di chitarra con una Les Paul bella-bella-bellissima che gli ha prestato un amico, così vengono belle grasse e cattive. A me piacevano anche quelle che ha fatto con la sua Strato, ma lui dice che così è meglio. Mai discutere con i chitarristi.

Sta venendo un bel lavoro. Ovviamente tutti speriamo (e qui proseguo con una mano sola) che questo disco ci lanci quanto prima nell’olimpo delle rockstar miliardarie, ma anche se non lo facesse sarà comunque un cd da poter far ascoltare agli amici dicendo “questo è il MIIIIIO disco” e sparandosi le pose. Facendo un paragone con il demo (unico oggetto confrontabile, essendo l’unica registrazione da studio di parte delle canzoni di FB), le canzoni sono registrate ZILIONI di volte meglio, è stata fatta una discreta ricerca sui suoni e sono state aggiunte delle tracce, in particolare cori, doppiaggi, parti acustiche, tutte quelle finezze che magari nemmeno si sentono ma danno un sacco di sostanza, tracciando l’essenziale distinzione fra il “demo” e il “disco”. insomma, con tutta la modestia del caso… Anzi, chissenefrega della modestia del caso: il disco è bello, e gli eventuali discografici che decideranno di non distribuircelo sono tutti dei grandissimi coglio… Ahem, non spingiamoci troppo oltre.

Rimanendo in tema, l’altro giorno mi sono messo a spulciare fra le mie vecchie cassette alla ricerca di qualche stupidata da inserire fra una canzone e l’altra, a mò di intermezzo, tanto per sentirci un po’ più simili ai gruppi seri che registrano tante belle cosine inutili-ma-che-fanno-tanto-figo fra una traccia e l’altra. Non so, come quando gli U2 hanno messo un tizio in strada che cantava “Freedom for my people” prima di Hawkmoon 269 su Rattle and Hum (era prima di Hawkmoon 269? Azz, non mi ricordo più), o Dave Matthews che risponde al cellulare fra Rapunzel e Last Stop… Insomma, quelle robe lì. Ecco, io fra una canzone e l’altra ci volevo mettere alcuni spezzoni del Diego Show, uno stupendo spettacolo radiofonico che io, nello splendore della mia età prepuberale, registravo con un microfonino sullo stereo di casa nei lunghi pomeriggi autunnali, quando ancora abitavo a Lodi. Si parla di… Uhm… Vent’anni fa?

Il Diego Show era una sorta di contenitore pomeridiano (nel senso che lo registravo di pomeriggio) un po’ alla Domenica In, però per radio. Come nella migliore tradizione dei varietà di quegli anni si alternavano interviste (a malcapitati amici che non sapevano mai cosa dire e causavano le mie profonde incazzature per la loro patologica mancanza di fantasia e interpretazione), canzoni (rigorosamente cantate da me, con tanto di accompagnamento musicale “vocale” fra una strofa e l’altra) e quiz, anche questi realizzati brutalizzando amici miei e dei miei genitori, costretti a rispondere a domande idiote e a fare cose stupide tipo lanciare palline da ping pong dentro bicchieri posti a metri di distanza, con io che registravo la cosa in audio. Durante i mondiali dell’86 ricordo che mi misi a registrare anche delle finte telecronache di partite di calcio, con tanto di “commento tecnico” a cura di Michele, uno dei miei amici dell’epoca, che si sforzava di essere coinvolgente e credibile (credibile nei confronti di chi, poi?), con risultati alterni che andavano dall’annoiato-ma-ti-dò-corda allo scazzato-ti-prego-smettila, al vai-a-cagare-mi-sono-rotto. Non vedo Michele da più di dieci anni, nonostante sia andato più volte a trovare i suoi genitori. Ho il sospetto che mi stia evitando.

Del Diego Show mi sono rimaste due cassette, una sovraincisa su una fantastica cassetta-lezione di aerobica di Lara Saint-Paul presumibilmente acquistata da mia madre su qualche rivista (e resa registrabile coprendo i forellini superiori con lo scotch, nella migliore tradizione dell’epoca) e una su una SERISSIMA tdk da quarantasei minuti, che all’epoca, almeno per me, era un supporto di lusso. Credo che nella soffitta dei miei ci sia anche dell’altro, ma sono troppo pigro per andare a cercare.

Per dirla tutta non so nemmeno se sul disco ci finirà davvero qualcosa, del Diego Show. Quelle registrazioni, intendiamoci, sono un tantino imbarazzanti, perché se è vero che da un lato puoi sempre dire “avevo dieci anni”, dall’altro quello che si sente canticchiare motivetti senza senso e inventare nomi di concorrenti inesistenti che rispondono a quiz di dubbio interesse sei incontrovertibilmente e drammaticamente tu. Al momento non riesco ad ascoltare più di tre secondi di cassetta senza provare sensazioni di vergogna profonda tipo “nudo in mezzo a piazza Tien An Men” e schiacciare immediatamente stop. La cosa mi succede anche quando sono da solo, figuriamoci farla sentire ad altri, mi verrebbero l’itterizia, i foruncoli e le convulsioni. Però sarebbe interessante, anche se qualcosa del genere l’ha già fatta Samuele Bersani, se non sbaglio prima della Barcarola Albanese in fondo a Freak (o forse era ***?).

Al di là del disco, quelle cassette hanno per me un’importanza tutta particolare. Nella mia famiglia non c’è mai stata una videocamera (o meglio, c’è stata, ma molto più tardi, io ero già grande e comunque non l’ho mai utilizzata tantissimo), e quindi al di là della valanga di foto gli unici ricordi “mobili”, “dinamici”, “vivi”, se mi passate il termine, della mia infanzia, sono lì dentro. Sono l’unica testimonianza che ho di me a nove, dieci, undici anni, con la mia vocina da bambino e le mie seghe mentali, i miei mondi immaginari e le mie manie di grandezza. Di tutte quelle cose che crescendo finisci per nascondere, nella migliore delle ipotesi, ed eliminare, nella peggiore. Della mia “anima candida” che Monica (quella della canzone), il marketing, l’università, la vita e tutta questa smania di crescere e maturare hanno finito per mangiarsi, lasciandomi solo qualche briciola che ancora cerco di ficcare nelle mie canzoni.

Che dire, mancano ancora tre giorni, eppure sono già entrato nel tunnel dei trentenni che vogliono tornare bambini. Mah. Buona giornata a tutti.

disillusione cap. 95

11 Aprile 2005, Lunedì

Ultimamente scrivo poco. Non solo qui, scrivo poco in generale. Perché non è un bel periodo. Molte delle belle premesse di poche settimane fa sono scoppiate come bolle di sapone, trasformandosi in cupi presagi, se non in pesanti disillusioni. Sono saltati fuori nuovi problemi, primo fra tutti l’ennesimo guaio (questa volta definitivo) della mia macchina, e in generale molte delle luci che vedevo dinanzi a me si sono spente, trasformando di nuovo il mio futuro nelle Oscure Distese dell’Ignoto. Distese che mi tocca affrontare a piedi, non solo metaforicamente. E visto che non ho voglia di venire qui a stressarvi con i miei guai, preferisco starmene per i fatti miei. Chiedo scusa, spero capirete.

Ci risentiremo quando avrò qualcosa di interessante da raccontarvi. Per ora sono abbastanza concentrato sul raccontare storie a me stesso.

Umilmente, buona giornata a tutti.

magma.

16 Marzo 2005, Mercoledì

Cambiamenti. Speranze. Futuro. Parole e, beh, musica. Il caos primordiale, meraviglioso e terribile turbinio di variabili e traiettorie, collisioni e separazioni, particelle incontrollabili di vita che nascono, maturano e muoiono in continuazione. Io galleggio e, finché posso, osservo.

Ieri il mio capo mi ha dato una speranza. Pare che qui dentro io sia più popolare del previsto. E’ solo una speranza, non c’è nulla di certo. Ma è meglio che sentirsi dire che sono un incapace. Cambierò lavoro, diventerà tutto più grande e più complicato, ma forse avrò un lavoro.

Alcuni dei miei amici mi ritengono uno stronzo. Giorni fa uno di loro mi ha fatto incazzare, e glielo sono andato a dire. Loro (cogliere prego le relazioni chiave: io-lui che diventa “loro”) l’hanno presa come una ribellione, un intollerabile affronto alla sacralità del “gruppo”. Non sapevo che avessimo stabilito inderogabili regole di comportamento. Forse nei prossimi mesi avrò qualche sabato sera libero in più.

La mia ragazza si è rotta un dito, giocando a pallavolo.

Ho scoperto che Paolo, il mio quasi-capo, scrive. E lo fa piuttosto bene. Ieri due suoi racconti sono passati dal mio pc, perché dovevo salvarglieli su un dischetto e lui il floppy non ce l’ha. Sono belli, davvero.

Ad aprile si fa il disco. Il mio primo album, una cosa seria. Non ha un titolo, non ha una copertina, ci sarà da spenderci un sacco di soldi che non abbiamo, soldi che con ogni probabilità non rivedremo più. Vediamo innanzi a noi produttori affamati di diritti, studi costosissimi e fatica, fatica e poi ancora fatica. E’ il nostro disco. Una di quelle cose per cui vale la pena spendere la vita.

Pezzi, che si attaccano, si staccano e spariscono sotto il tavolo, come quando facevo i puzzle con la mia mamma, da piccolo. Cominciavamo sempre dalla cornice. Ora no, la cornice non c’è, e vado a blocchi: trovo la variopinta camicia del pirata e cerco di finirla, ma se nel frattempo saltano fuori i pezzi della finestra della cabina metto insieme anche quelli. E tutti i pezzi blu, mi raccomando, nello stesso mucchio, sono il cielo e il mare, e un po’ alla volta verranno fuori anche loro. Un blocco qui, un blocco là. Chissà che cosa verrà fuori, alla fine.

Umilmente, buona giornata a tutti.

il natale mercifica l’uomo con la barba.

19 Ottobre 2004, Martedì

Oddio.

Sono un mostro.

La cosa mi è balenata davanti agli occhi come il lampo di una ghigliottina stamattina, mentre preparavo una descrizione del messaggio che abbiamo intenzione di trasmettere con i bigliettini di Natale per mandarla all’agenzia che li realizzerà. I classici bigliettini di “buone feste, e già che ci siete venite a comprare i cesti da noi”. Ommioddio. Annego nei sensi di colpa.

Che razza di uomo sono?

Sto mercificando il Natale!

Babbo Natale non mi parlerà più.

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

oh, insomma, ho un blog, lo potrei anche usare, ogni tanto!

31 Agosto 2004, Martedì

Vabbè, vabbè, mi sono laureato, è successo quasi cinque mesi fa. Bravo. Grazie. Da allora non ho scritto più nulla.

Ho un blog.
Scriverò qualcosa.
Da oggi in poi userò il mio blog, promesso. Tanto di tempo da perdere, bene o male, ce n’è sempre.

Da qualche giorno la mia vita è ancora più varia. La mia “capa” si è licenziata, venerdì, da un giorno all’altro, il che mi ha reso uno stagista senza tutor… In pratica non ho una mazza da fare, nessuno mi “insegna” più nulla (non che prima… Ma vabbè, almeno avevo qualcuno da copiare) e i lavori li devo letteralmente “prendere al volo” prima che il mio capo (quello che è rimasto, che gerarchicamente mi è avanti di CHILOMETRI) li affidi a qualcun altro. Tutti mi dicono che questa è una grande opportunità, che ho la possibilità di venire assunto, che ho avuto un culo pazzesco e cose così. Io invece ho la curiosa impressione che in questa azienda tutti, a cominciare da quelli che sono in ufficio con me, facciano davvero fatica a rendersi conto della mia presenza. Mah.

Sarà un lavoro lungo e difficile.
Umilmente…