Archivio per la categoria ‘la famiglia non te la scegli’

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

a casa.

23 Dicembre 2006, Sabato

A casa.

22 dicembre.

Oggi pomeriggio, in ufficio.

Gente che torna a casa.

Fuori dalla porta sfrecciano colleghi con il trolley, badge in mano, per non perdere il treno.

Sorrisi.

Abbracci.

Buon Natale.

Se non ci vediamo buon anno.

Io in riunione guardo bicchieri colorati.

Alla fine cosa fai? Mah, non so, vado a casa di Mirella, forse, lo passo con i suoi. O magari in Sicilia da mia zia.

Adesso vattene però, ti ho aiutato a mettere i pacchi in macchina, adesso lasciami in pace, non ho voglia di farmi venire i lucciconi davanti al capo. Vai a casa, tu.

Natale con i tuoi.

Da Smallville, alle luminarie, ai cazzo di canguri sul logo di Google.

La bambina del mio capo e l’autoarticolato per il nipotino.

Winnie the Pooh.

Il panettone, chissà, magari papà ha fatto anche la pastiera.

Nel frattempo però mi ha fatto gli auguri, e il regalo, per posta elettronica. Una settimana fa.

Niente di tutto questo, per me. Quest’anno non si torna a casa.

fabrizio, come tanti anni fa.

11 Settembre 2006, Lunedì

Sabato sera, sai, sono andato a vedere la PFM. Mi hanno proposto i biglietti tre settimane fa, costava poco, era un evento, non li ho mai visti suonare e ho accettato. Solo dopo ho scoperto che buona parte del concerto sarebbe stato dedicato a Fabrizio De André, e solo lì, sul posto, ho scoperto che sarebbe stata una pedissequa riesecuzione di quei due dischi, i due live del ‘78/’79 di De André con la PFM, che tu avevi in vinile e che da qualche parte in soffitta devi avere ancora, anche se probabilmente non li ascolti da più di un decennio. Io me li sono ricomprati in cd, qualche anno fa, perché il giradischi non ce l’ho e, fra le altre cose, erano due importanti pezzi che mancavano alla mia collezione.

Strana, questa storia di De André: una settimana fa, il giorno dopo il mio compleanno, alla Corte del Ciliegio c’era la terza edizione di “Mille anni al mondo e mille ancora”, una manifestazione che ogni anno viene organizzata proprio davanti casa mia, in cui gruppi e cantanti da mezza Italia vengono a cantare le canzoni di Fabrizio, per tramandare e ricordare. E’ davvero una bella manifestazione: ci vanno in tantissimi, giovani, anziani e tanti trentenni come me che magari, proprio come me, con le canzoni di Fabrizio ci sono cresciuti. Ci sono foto, racconti, testimonianze e persino uno stand di cucina tipica ligure. E anche se tutta quella gente finisce per incasinarmi il viale e fregarmi il parcheggio, in fondo ne vale la pena. Pensa, proprio davanti casa, dal mio balcone si sente quasi come davanti al palco. Da tre anni. E’ un po’ come se mi perseguitasse, Fabrizio De André. Per tramandare, e soprattutto per ricordare.

Sabato sera mi sono venuti gli occhi lucidi parecchie volte. Ho risentito quelle canzoni, suonate in quel modo, le stesse canzoni che tu mi facevi sentire quando avevo cinque, sette, otto anni, nella tua macchina, con le cassettine che registravi la domenica pomeriggio dallo stereo del salotto. E anche sabato, a più di vent’anni di distanza, mi sono sorpreso a pensare che a varcare la frontiera in un bel giorno di primavera fosse il tuo amico Piero, che in guerra non c’era mai stato, ma che io nella mia ingenuità di bambino avevo identificato nel protagonista di quella canzone, tanto che quando molti anni dopo lui se ne andò, me lo immaginavo sul serio sepolto in un campo di grano, coperto da mille papaveri rossi. Ti ricordi? Mi capitava anche con la canzone di Marinella, che non era evidentemente dedicata a zia Marinella, ma vallo a spiegare a un bambino di otto anni.

Mi sono ricordato della mamma, che si metteva a ridere cercando di spiegarmi la storia del nano che aveva il cuore troppo vicino al buco del culo, o che mi raccontava di come il Pescatore parlasse in realtà di Gesù, che aveva versato il vino e spezzato il pane per chi aveva sete e chi aveva fame. Ci pensavo mentre ballavo e cantavo con i miei amici, e la gente mi guardava strano. E quando è partita Amico Fragile mi sono ricordato di quelle sere di gennaio in mezzo alla nebbia, quando di ritorno dalle lezioni di judo mi lasciavi in macchina per aprire la porta del garage. Intorno era tutto fumo, colorato dal bianco dei fari, dal rosso degli stop e dall’arancio intermittente delle frecce della vecchia bmw, e in macchina c’era quel lungo assolo di chitarra che mi faceva davvero pensare di essere evaporato in una nuvola rossa. Certo, all’epoca non avevo idea di cosa fosse un assolo, e l’unica chitarra che conoscevo era la vecchia e scassata acustica su cui studiava Marcello, ma l’effetto era buono ugualmente.

E per tutta la sera ho avuto davvero voglia di chiamarti, di dirtelo, di farti sapere che ero lì, e che in qualche modo lì, in quel campo sportivo di Fagnano Olona, c’eri anche tu, o almeno quella parte di te che ancora, nonostante tutto, mi piace ricordare. Volevo dirti grazie, perché fra le tante cose belle che mi hai regalato ci sono state anche quelle canzoni, che ancora oggi mi fanno pensare che sei mio padre, e che forse se oggi in me c’è qualcosa di buono almeno una parte di merito è tuo. Per un attimo, davvero, avrei voluto davvero che tu ci fossi, lì con me.

Poi però mi sono ricordato il resto. E il mio pensiero è andato alla lettera che mi hai spedito per farmi gli auguri di compleanno. Alle discussioni, al tuo modo di pensare assurdo, alla tua immensa ipocrisia. A come, a più di vent’anni da quei giorni, tu pretenda ancora di trattarmi come un bambino di otto anni. E a come tutto, nel frattempo, sia cambiato. Ora ci rimane soltanto il silenzio, un silenzio che tu hai voluto e che tu continui a mantenere, senza un motivo né una spiegazione. Chissà, forse qualche volta le ascolti ancora, le canzoni di Fabrizio. Ma oramai ho il sospetto che tu non ci abbia mai capito niente.

Umilmente, buona giornata a tutti.