Archivio per la categoria ‘musica!’

dite quello che volete…

19 Giugno 2008, Giovedì

…Ma dopo aver visto ieri sera quello di sinistra in concerto qui a Milano sono stato improvvisamente folgorato da un’immagine: me lo sono visto in pantaloncini corti e racchettone, candido come la neve su un campo di Wimbledon a prendersi a pallate con Stefan Edberg… Non ci sono dubbi, è lui. Thom Yorke è l’identità segreta di Boris Becker. Con giusto qualche dose di acido in più.

come un bambino.

14 Dicembre 2007, Venerdì

childrunninghappiness.jpg

Tutti hanno giorni come quelli che sto vivendo
In cui ti attacchi a tutto ciò che puoi
Per evitare di fare qualunque cosa che non sia ridere
Guardando indietro fin dove riesci a sopportare.

Fuori dalla finestra l’inverno è quasi finito
Riesco quasi a vedere il sole dietro alle nuvole
Guardando indietro a dov’ero oggi un anno fa,
Ridendo della condizione in cui mi trovo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.
Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Vorrei ritrovare il sentimento di quei tempi,
da qualche parte, nel mezzo di ciò che sono diventato.
Ad un certo punto questa strada mi deve essere sembrata interessante,
Perciò immagino che per qualcuno funzioni,

Ma io voglio tornare a quando diventavo scemo
E credevo a tutto quello che mi raccontavano.
Perché ogni tanto, crescendo, ho l’impressione di diventare più saggio,
Ma spesso mi accorgo che sto solo diventando vecchio.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Dio, come vorrei ricordare quello che dicevo.

Todd Snider – I spoke as a child (Songs for the Daily Planet, 1994)

uno che ne sa.

4 Settembre 2007, Martedì

dannyclick.jpg

Quando si parla di musica, per qualche strano motivo la gente mi considera “uno che ne sa”. La cosa di solito mi fa sorridere, perché se è vero che il fatto di di aver studiato musica, di suonare in un gruppo e di ascoltare abitualmente cose un po’ diverse da Tiziano Ferro e (giusto per insistere ancora un po’ sul tema :D ) Justin Timberlake mi pone probabilmente un filino al di sopra della media nazionale, è altrettanto vero che a. ci sono orde barbariche di persone che “ne sanno” molto più di me e b. la musica è arte e non matematica, e conoscere tre dischi invece di uno non rende un ascoltatore migliore di un altro. Inoltre, è innegabile che buona parte del mio suscitare questa impressione derivi dall’inarrestabile logorrea che mi contraddistingue, caratteristica che mi porta a rispondere anche alla più semplice domanda a tema musicale con un discorso di venti minuti il cui novanta per cento è assolutamente fuori tema, ma fa tanto scena, spiazza l’ascoltatore, lo disorienta, lo assopisce e lo porta miracolosamente a credere che io sia il nuovo Lester Bangs, cosa, ovviamente, del tutto falsa.

Ma al di là delle considerazioni legate al mio background culturale e alla mia dannata tendenza alla pedanteria, da qualche tempo ci sono anche altri motivi che mi spingono a credere di non essere affatto una persona degna di cotanta considerazione (e per spiegarli, ovviamente, partirò da lontanissimo cominciando ad illustrare il consueto aneddoto, come sempre con dovizia di particolari e terminologia forbita, a titolo di esempio e nel vano tentativo di redere il discorso il più lungo possibile… :D )

Un mesetto fa, di ritorno dalla montagna, mentre Mirella sonnecchiava allegramente sul sedile accanto, ho tirato fuori dal porta cd Forty Miles, un album del signor Danny Click, blues rocker dell’Indiana ritratto tra l’altro qui sopra in un’esibizione al Blues to Bop di Lugano di qualche anno fa, disco meritevole ma non eccelso, che ho riascoltato con piacere dopo qualche anno dall’ultima volta. Disco, dettaglio importante, del 1998. A quei tempi la mia casa era piena di dischi come quello, dove l’espressione “dischi come quello” è da intendersi come “album decisamente interessanti di artisti decisamente sconosciuti”. Li compravo a nastro, dal buon vecchio Carù di Gallarate, dove il rock e il country sono di casa e dalle casse esce sempre qualcosa di buono.

A quei tempi la lista dei miei artisti preferiti comprendeva, insieme a “qualche” grosso personaggio, una schiera piuttosto nutrita di illustri sconosciuti: era già iniziata da tempo la mia deriva Springsteeniana, ascoltavo da un pezzo i R.E.M., i Counting Crows e i Pearl Jam, ma nel frattempo professavo imperterrito la mia ammirazione per gente come Todd Snider, Kenny Wayne Shepherd e James McMurtry, compravo dischi di Garnet Rogers, dei Swinging Steaks, di Juliana Hatfield, di Mary Cutrufello e di Matthew Ryan, per non parlare della mia sconfinata passione per il grande Jason Reed, di cui ho già parlato altrove, e del quale sono andato molto vicino a fondare addirittura un fan club. Erano anni in cui, se così si può dire, prendevo la musica maledettamente sul serio: leggevo il Buscadero tutti i mesi, spulciando ogni articolo manco fosse la Bibbia, compravo anche due o tre cd alla settimana e andavo a concerti (spesso meravigliosi) di gente assolutamente dimenticata da Dio, che suonava davanti a platee delle quali io e i miei amici spesso costituivamo una percentuale a due cifre.

Volendo potrei addirittura arrivare a vantarmi (se della cosa ha senso vantarsi) di essere stato, in quegli anni, un “precursore”: ho comprato il mio primo disco di Ben Harper quando un buon novantanove per cento del pianeta non aveva idea di chi fosse; conoscevo benissimo “quei tre tipi strani” che aprivano i concerti dei R.E.M. nel tour di Monster (erano i Grant Lee Buffalo, per anni miei idoli assoluti) e regalavo album di Norah Jones agli amici mesi prima che la signorina Shankar finisse nelle siglette di Retequattro. Ho conosciuto Ryan Adams quando ancora faceva il cantante (anzi, uno dei cantanti) dei Whiskeytown, ed ero fra i pochissimi, oltreoceano, che apprezzava Lyle Lovett come musicista e non come “quel tipo con la faccia strana che ha sposato Julia Roberts”. Ai tempi sì, era forse legittimo considerarmi “uno che ne sapeva”. Non un guru, certo, ma probabilmente uno di quelli a cui era interessante chiedere un consiglio su un cd da ascoltare.

Oggi, ahimé, non è più così. Ed è questo che mi dà fastidio. Oggi, dando un’occhiata alla mia pagina personale su Last.fm rimango spiazzato da quanto la musica che ascolto sia drammaticamente simile a quella che già ascoltavo otto, dieci, dodici anni fa. In mezzo al solito Springsteen (ti prego Bruce, perdonami per averti definito “solito”), agli Stones e ai Pearl Jam ci sono ancora i soliti Steve Earle, Bocephus King, Dave Matthews e Andrew Dorff, e se nella lista fossero compresi anche i cd che ascolto in macchina, e non solo gli mp3 che passano in ufficio e a casa, salterebbero fuori anche i Dan Bern, i Jack Ingram, i John Hiatt e i Dave Alvin. Una serie di personaggi che rappresentano veri e propri macigni all’interno della mia cultura musicale, magari non tutti sconosciuti, ma tutti legati allo stesso filo conduttore: li ho conosciuti, e ho cominciato ad ascoltarli, quando avevo venti, ventitré, venticinque anni. E da allora, se mi passate il termine, ho l’impressione che la mia “evoluzione” si sia fermata.

E’ vero, c’è anche qualche nome “nuovo”: sorvolando sugli Scissor Sisters (che in quella lista stanno come il branzino nella torta alla crema, ma che ci volete fare, mi piacciono un casino) un osservatore attento noterà nomi come i Wolfmother o i Black Rebel Motorcycle Club, gruppi relativamente recenti, che in parte “salvano” la situazione, ma fino a un certo punto. Come dire che sì, qualcosa di nuovo ascolto, una volta ogni tanto, ma tanto per cominciare si tratta di band relativamente famose, che quindi mi sono “piovute in testa” e non mi sono, come facevo un tempo, andato a cercare (negli ultimi anni, ad esempio, ho scoperto anche di apprezzare gruppi come i Muse o i Killers, ma è un po’ un’altra cosa, ed è passato parecchio tempo, rispetto a quando mi capitava di “scoprire” gruppi come i Say Zuzu o Jason Boland & the Stragglers), e poi si tratta, come è facile notare, di una sparuta minoranza. E tutto questo non è bene.

Comincio a sentirmi un po’ come quei vecchi sessantenni irranciditi, che in gioventù hanno ascoltato tonnellate di dischi e ogni volta che si trovano ad ascoltare qualcosa di nuovo, bello o brutto che sia, se ne escono con considerazioni del tipo “carino, ma niente a che vedere con (nome di rocker sessantenne che ascoltavano in gioventù), lui è sempre il migliore”. Voglio dire, non sono ancora arrivato a questo punto, ma poco ci manca. Mi sto rendendo conto un po’ alla volta di quanto le mie orecchie si siano “irrigidite” nel corso degli ultimi anni, e di quanto io sia diventato molto meno flessibile ed attento alla “nuova” musica di quanto non lo fossi anni fa. I Mars Volta? Tecnicamente spettacolari, ma alla lunga mi infastidiscono. I White Stripes? Troppo vuoti, tre canzoni e non li sopporto più. I Franz Ferdinand? Uguali a tutti gli altri gruppi indie. E via così. Il problema è che di anni non ne ho sessanta, ne ho trentadue, e a quest’età (come a sessant’anni, per la verità, ma vabbè) da me ci si aspetterebbe un po’ di apertura in più… L’impressione è che io abbia smesso di cercare la musica che mi piace, cosa che dal mio punto di vista costituisce la vera differenza fra i veri appassionati e chi la musica si limita a subirla. Un tempo non mi accontentavo di “aspettare” il nuovo disco dei miei artisti preferiti, ma mi tenevo occupato, mi guardavo in giro, “ingannavo l’attesa” cercando e scoprendo musica nuova. Oggi capita addirittura che mi perda le uscite dei miei artisti preferiti…

Volendo a tutti i costi trovare un modo per discolparmi, le armi a mia disposizione sarebbero parecchie; tanto per cominciare, oggi le mie giornate sono parecchio più piene di quanto non lo fossero dieci anni fa: oggi non ho più ’sto gran tempo per mettermi ad ascoltare musica. O meglio, ce l’ho (dopotutto iTunes è perennemente acceso mentre sono in ufficio, per la gioia dei miei colleghi, in macchina ho un’autoradio e in treno un iPod) ma, non è tempo “di qualità”, tempo “rilassato”, tempo in cui io non sia troppo occupato o troppo stanco, e in cui io sia quindi in grado di ascoltare musica “sul serio”. L’attenzione necessaria per dedicarmi ad ascoltare qualcosa di veramente nuovo mi manca. Il mio cervello è probabilmente troppo assorbito e troppo affaticato dal lavoro per concentrarsi su quello che sto ascoltando, e per questo motivo finisco per preferire pezzi e artisti che già conosco, che ho già “metabolizzato”, e che quindi mi rilassano e mi distraggono senza però impegnarmi troppo.

Secondo, è inutile negarlo: oggi ho molti meno soldi di quanti ne avevo dieci anni fa. Di conseguenza, anche se leggessi tuttora il Buscadero tutti i mesi come la Bibbia (e, mea culpa, non lo faccio più) non potrei comunque più permettermi di comprare i due/tre cd alla settimana sui quali indulgevo ai tempi d’oro. E se qualcuno sta pensando “ma c’è sempre il peer to peer”, beh, in realtà il peer to peer aiuta poco: al di là delle considerazioni puramente legali, parliamo di artisti che spesso su eMule non si trovano nemmeno, e che, anche se si trovassero, mi sentirei veramente un verme a scaricare, visto che si tratta spesso e volentieri di ragazzi che vendono due, tre, cinquemila copie dei loro album, e che più che mai meritano un supporto “materiale” alla propria attività.

E poi, volendo, si potrebbe anche fare una considerazione un po’ più generale, anche se si rischierebbe di sconfinare nella sindrome del sessantenne: forse, e dico forse, è almeno un pochino vero che il rock, oggi, non è più quello di qualche anno fa. Voglio dire, se gli stessi sedicenni che quindici anni fa per sentirsi “alternativi” ascoltavano i Pearl Jam oggi ascoltano i Linkin Park, è evidente che qualcosa è cambiato… Ormai i gruppi rock “overground” decenti i cui componenti abbiano un’età media inferiore ai cinquanta si contano sulle dita di una mano, e anche quelli “underground” scarseggiano. E per quanto riguarda l’alternative country che tanto mi piaceva a quei tempi, dopo l’incredibile boom che ha caratterizzato la seconda metà degli anni novanta siamo tornati in gran parte al buio più completo. O almeno così credo, visto che, come ho già detto, ormai da qualche tempo non sono più “dell’ambiente”.

E in fondo a tutto questo, per finire, c’è un aspetto forse ancora più malinconico: la mia vita non è più la stessa di cinque, otto o dieci anni fa. Le persone che frequentavo, quelle che a quei tempi erano la mia prima fonte di conoscenza, che mi segnalavano i dischi, che mi consigliavano e accompagnavano ai concerti, con le quali potevo parlare dei Blues Traveler e di Kelly Joe Phelps senza che facessero facce strane, oggi non ci sono più. Perché non ci vediamo più. Perché sono andate a vivere altrove. Perché anche loro hanno cominciato a sentire il peso dei tre paragrafi qui sopra. Perché un po’ tutti, come è inevitabile, siamo cambiati, e la “nostra” musica con noi. Vuol dire che sto invecchiando? Chissà. Nel frattempo, però, i consigli sulla musica cominciate a chiederli (anche) a qualcun altro…

giustino lagodilegno…

12 Giugno 2007, Martedì

…cuoredistagno, burattino! quando diventerai un bimbo come noi? (cit.)

Cominciamo col dire che trovare l’immagine qui sopra mi è costato non poco in termini di autostima e dignità. Provate voi (dove per “voi” intendo uomini sui trenta, magari barbuti) a digitare “Justin Timberlake” nella ricerca immagini di Google, e vedete cosa salta fuori. Per rimediare questa stupidissima foto del soggetto in questione ho dovuto dribblare cascate di addominali e sguardi languidi, con l’onnipresente rischio di venire sorpreso da qualche collega con l’occhio lungo che inevitabilmente si sarebbe posto domande sconvenienti sulle mie nuove tendenze “creative”… E vogliamo parlare del fatto che il mio blog nuovo nuovo sarà indelebilmente segnato dall’essere stato inaugurato con una foto di Giustino LagoDiLegno? Anni e anni di credibilità gettati al vento per pochi pixel…

Ebbene sì, ho visto quest’uomo dal vivo. Venerdì scorso. Segue inevitabile schiera di giustificazioni per l’orrendo misfatto:

  1. (economica – pitocca) Avevo i biglietti gratis (e questa volta il pony me li ha consegnati in tempo). Vabbè il masochismo, ma pagare per Justin Timberlake era davvero, davvero troppo;

  2. (filosofica – musicofila) Per apprezzare il meglio, si sa, bisogna conoscere il peggio;

  3. (affettiva – caritatevole) Ci dovevo portare mia sorella, la mia povera piccola sorellina di diciassette anni, fisicamente ipertrofica (è alta un metro e ottanta) ma psicologicamente vittima inerme e inconsapevole dell’ormone impazzito, per la quale il Giustino è ancora la crema della musica mondiale (non averle ancora fatto un adeguato lavaggio del cervello è un crimine che non mi perdonerò mai, cacchio, io a 17 anni ascoltavo i Dire Straits…), tanto che ora se la tira a mostro con tutti i suoi compagni di scuola;

  4. (opportunistica – spot Mastercard) Due biglietti per uno skybox al forum, con visuale stupenda, bibite gratis, ineguagliabile opportunità di buttare le patatine (gentilmente offerte dallo sponsor) in testa alle ragazzine urlanti tre metri più in basso e, summa di tutto questo, sottile soddisfazione nel sapere che chi sta sotto di te ha pagato, per quell’insulso spettacolo, cifre dai 40 ai quattrocentoventicinque (avete letto bene, 425) euro mentre tu hai dovuto fare una telefonata (vabbè, diciamo tre o quattro) non si possono rifiutare…

Ma tanto che parlo a fare? Qualsivoglia premessa punto servirà a lavare l’onta che implacabile insozza la mia reputazione. Di conseguenza, passiamo testé alla fredda cronaca.

Sorvolerò sulla parentesi pomeridiana, con mia sorella che si è fatta accompagnare qui alla Cattedrale di Santa Rustichella e ha passato tre ore cercando ripetutamente di crackare la password del pc della mia collega in malattia per usare internet a scrocco, facendosi nel frattempo foto da sola seduta alla mia scrivania, il tutto circondata da frotte di mie colleghe chiacchieranti che tentavano (invano, spero) di estorcerle dettagli imbarazzanti sulla mia vita privata, e passerò direttamente al concerto.

Siamo arrivati al forum leggermente in anticipo, in tempo per vedere la fine della memorabile (si sente il sarcasmo?) esibizione del gruppo di supporto. Ebbene sì, anche Justin Timberlake ha un “gruppo di supporto”, perfettamente in target: tanto per fare un parallelismo, i Pearl Jam avevano i Killers, il signor LagoDiLegno aveva la signorina Natasha Bedingfield, che i non-teenagers come me hanno riconosciuto solo all’ultima canzone, nota ai più come “quella dello spot dello shampoo”, non ricordo nemmeno quale.

(Altre foto del fantastico evento)

Due note sul palco, ma che dico il palco, il prodigio dell’ingegneria che vedete qui sopra: il disco volante/quadrifoglio/gigantesco aggeggio vagamente simile al simbolo dell’artista un tempo noto come Prince era piazzato in mezzo all’arena, e non in fondo come per i comuni mortali, e da parte a parte aveva una lunghezza di almeno una cinquantina di metri. Inoltre, intorno ai due lati “tondi” erano posizionate una serie di persone comodamente (è un eufemismo) appollaiate ad alcuni sgabelli da bar, con la bella faccia giusto giusto all’altezza delle tibie del signor LagoDiLegno. Eccoli lì, i gonzi, che per questo incredibile privilegio avevano sborsato la vergognosa cifra di cui sopra. Come dire che per un terzo del mio stipendio avrei finalmente scoperto di che marca sono le scarpe di Justin Timberlake, e se usa o meno il divor odor. Wow, vuoi mettere?

Parentesi cinica: nella pausa fra l’avvenente corista mancata e la venuta del Biondo, mentre gustavo il mio cocktail a scrocco, mi sono vanamente beato della visione di un forum semivuoto, rimuginando fra me e me che in fondo, se la costosissima unica data italiana dell’idiota andava mezza deserta, al mondo c’era ancora una giustizia. Ovviamente mi sbagliavo. Nemmeno il tempo di illustrare a mia sorella quanto era dannatamente pieno il forum quando sono venuto a vedere i Pearl Jam lo scorso settembre, che la popolazione adolescente di mezza Italia ha raggiunto Assago. La cosa ha subitamente provocato due effetti collaterali: primo, mia profonda depressione dovuta al fatto che l’uomo di Scarlett Johansson (altra profonda manifestazione di quanto il mondo sia ingiusto) tira su la stessa gente dei Pearl Jam; secondo, la tonalità del casino presente in loco si è immediatamente spostata in alto di due ottave. I vostri timpani non sono veri timpani se non hanno sopportato l’urlo simultaneo di dodicimila sedicenni in delirio, fidatevi.

Insomma, la catastrofe sembrava imminente ed inevitabile. Ero già psicologicamente pronto ad una serata di noia mortale e terrificanti commenti da reprimere per non contrariare la giovane consanguinea… E invece no. Tanto per cominciare si sono presentati i musicisti: eh già, sul palco con Justin Timberlake c’erano dei musicisti. Già questo è stata una grossa scoperta; io mi aspettavo di vedere una dozzina di imbecilli ballare su qualche base, nel mezzo di effetti pirotecnici e minchiate varie, e se sulla seconda e sulla terza parte non ci sono poi andato lontano (gli imbecilli e gli effetti pirotecnici), sulla prima decisamente sì. Sul palco c’era un gruppo in piena regola, che per “scaldarsi” prima dell’inizio ha tirato fuori una decina di battute di funk tiratissimo, dislocando la mia mascella e dandomi, di colpo, tutta una nuova visione della serata… Poi, vabbè, è apparso lui.

Uscendo da un allegro buco nel pavimento della meraviglia architettonica il signor sexyculo è arrivato sul palco, circondato da quattro coristi e dai suddetti imbecilli, e ha cominciato lo show. La musica, mi spiace, era davvero raccapricciante. Voglio dire, non metto in dubbio che a qualcuno quel simpatico R&B all’acqua di rose possa piacere, io lo trovo terrificante e stentavo a distinguere un pezzo dal successivo, ma lo show, beh, lo show… Giustino (unico bianco sul palco, a parte forse un paio di ballerini, dettaglio piccolo ma significativo) ballava, cantava, faceva un po’ il podista correndo da una parte all’altra dell’incredibile ghirigoro pianeggiante, il tutto in mezzo ad un casino di pazzi: si muoveva tutto, pezzi di palco che salivano e scendevano, gente che entrava e usciva da imperscrutabili pertugi, “tende” con immagini proiettate che saltavano fuori dal soffitto nei momenti meno opportuni, luci a strafottere, insomma ogni possibile effetto speciale, che a volerla vedere in maniera strettamente cinica sortiva magnificamente l’effetto di distrarre gli astanti dalla terrificante qualità dell’audio. Però, cacchio, non era male.

Ma la vera, clamorosa rivelazione, è venuta dopo: Giustino suona! Una chitarra bianca spuntata fuori da non si sa bene quale dimensione parallela ad un certo punto gli si è materializzata in mano, e il ragazzino (in elegante abito gessato) ha attaccato a strimpellare. E mentre cercavo affannosamente di capire, in mezzo a cotanta opulenza di effetti e giravolte, se e quanto il tutto fosse in playback, dal sorprendente foro delle meraviglie posto in mezzo all’improbabile struttura scenica è saltato fuori un pianoforte, e il LagoDiLegno si è seduto e ha attaccato a suonare pure quello. Suona pure il piano, Giustino! E pure il minimoog, da giovane erede del mai dimenticato Sandy Marton. Per il prossimo tour attendo l’arpa celtica e il putipù.

Insomma, facendo il conto: Justin Timberlake canta, e nemmeno così male, balla, e nemmeno così male, e suona pure. Non è Keith Emerson e nemmeno Baryshnikov, non è Tommy Emmanuel né tantomeno Freddie Mercury (che si starà rivoltando nella tomba per il solo fatto di essere stato nominato in un post che parla di Justin Timberlake), strumentalmente fa giusto il minimo indispensabile, però, insomma, se la cava. Se le sue canzoni non facessero così schifo…

E intrattiene anche il pubblico! In un concerto che mi aspettavo programmato al millimetro (e che in effetti è programmato al millimetro, entrate, uscite, movimenti del palco, coreografie mi sanno di provate centinaia di volte) riesce anche a ficcarci due o tre pause prettamente “discorsive”, in cui con suprema originalità di argomenti decanta la bontà della cucina italiana e la bellezza delle donne italiane (mancavano solo la mafia e il mandolino, ma vabbè, non si può avere tutto), il tutto con piglio da consumato showman, manco fosse Spr… Ahem, lasciamo stare. Certo, il fatto che il pubblico fosse composto per il novanta per cento da ragazzine in preda all’ormone pronte a gridare al miracolo per un semplice rutto aiutava, però…

Rimangono, implacabili, il cinismo e il sospetto: il dubbio sul playback è sempre in agguato, non sarebbe né la prima né l’ultima volta, e il passato da boyband dell’ex signor Diaz (sempre a proposito della giustizia divina) non aiuta a fugare i dubbi. Il doppio ear monitor del nostro, inoltre, suscita tremendi sospetti di “Ambriana” memoria, sulla presenza di una qualche regia occulta che suggerisce al buon sexyculo cosa fare, come farlo e quando farlo. Ma, in ogni caso, c’è da dire che il ragazzino, finto o non finto, sembrava molto naturale. Sarà che ’sta roba la fa da quando aveva dodici anni. Sarà che in fondo nella vita non ha altro da fare. Sarà che forse mi sono fatto trascinare dall’entusiasmo di mia sorella, che era in visibilio, si agitava, urlava e fotografava qualsiasi cosa, ma, beh, mi è quasi piaciuto.

Ho detto quasi, eh.

good time for a change.

16 Novembre 2006, Giovedì

E’ il momento buono per un cambiamento
Sai, la fortuna che ho avuto può far diventare cattivo un uomo buono
Perciò, per favore, lasciami avere quello che voglio
Stavolta

E’ da tanto tempo che non ho un sogno
Sai, la fortuna che ho avuto può rendere cattivo un uomo buono
Perciò, per una volta nella vita, lasciami avere quello che voglio
Dio sa che sarebbe la prima volta

Saperlo, quello che voglio.

fabrizio, come tanti anni fa.

11 Settembre 2006, Lunedì

Sabato sera, sai, sono andato a vedere la PFM. Mi hanno proposto i biglietti tre settimane fa, costava poco, era un evento, non li ho mai visti suonare e ho accettato. Solo dopo ho scoperto che buona parte del concerto sarebbe stato dedicato a Fabrizio De André, e solo lì, sul posto, ho scoperto che sarebbe stata una pedissequa riesecuzione di quei due dischi, i due live del ‘78/’79 di De André con la PFM, che tu avevi in vinile e che da qualche parte in soffitta devi avere ancora, anche se probabilmente non li ascolti da più di un decennio. Io me li sono ricomprati in cd, qualche anno fa, perché il giradischi non ce l’ho e, fra le altre cose, erano due importanti pezzi che mancavano alla mia collezione.

Strana, questa storia di De André: una settimana fa, il giorno dopo il mio compleanno, alla Corte del Ciliegio c’era la terza edizione di “Mille anni al mondo e mille ancora”, una manifestazione che ogni anno viene organizzata proprio davanti casa mia, in cui gruppi e cantanti da mezza Italia vengono a cantare le canzoni di Fabrizio, per tramandare e ricordare. E’ davvero una bella manifestazione: ci vanno in tantissimi, giovani, anziani e tanti trentenni come me che magari, proprio come me, con le canzoni di Fabrizio ci sono cresciuti. Ci sono foto, racconti, testimonianze e persino uno stand di cucina tipica ligure. E anche se tutta quella gente finisce per incasinarmi il viale e fregarmi il parcheggio, in fondo ne vale la pena. Pensa, proprio davanti casa, dal mio balcone si sente quasi come davanti al palco. Da tre anni. E’ un po’ come se mi perseguitasse, Fabrizio De André. Per tramandare, e soprattutto per ricordare.

Sabato sera mi sono venuti gli occhi lucidi parecchie volte. Ho risentito quelle canzoni, suonate in quel modo, le stesse canzoni che tu mi facevi sentire quando avevo cinque, sette, otto anni, nella tua macchina, con le cassettine che registravi la domenica pomeriggio dallo stereo del salotto. E anche sabato, a più di vent’anni di distanza, mi sono sorpreso a pensare che a varcare la frontiera in un bel giorno di primavera fosse il tuo amico Piero, che in guerra non c’era mai stato, ma che io nella mia ingenuità di bambino avevo identificato nel protagonista di quella canzone, tanto che quando molti anni dopo lui se ne andò, me lo immaginavo sul serio sepolto in un campo di grano, coperto da mille papaveri rossi. Ti ricordi? Mi capitava anche con la canzone di Marinella, che non era evidentemente dedicata a zia Marinella, ma vallo a spiegare a un bambino di otto anni.

Mi sono ricordato della mamma, che si metteva a ridere cercando di spiegarmi la storia del nano che aveva il cuore troppo vicino al buco del culo, o che mi raccontava di come il Pescatore parlasse in realtà di Gesù, che aveva versato il vino e spezzato il pane per chi aveva sete e chi aveva fame. Ci pensavo mentre ballavo e cantavo con i miei amici, e la gente mi guardava strano. E quando è partita Amico Fragile mi sono ricordato di quelle sere di gennaio in mezzo alla nebbia, quando di ritorno dalle lezioni di judo mi lasciavi in macchina per aprire la porta del garage. Intorno era tutto fumo, colorato dal bianco dei fari, dal rosso degli stop e dall’arancio intermittente delle frecce della vecchia bmw, e in macchina c’era quel lungo assolo di chitarra che mi faceva davvero pensare di essere evaporato in una nuvola rossa. Certo, all’epoca non avevo idea di cosa fosse un assolo, e l’unica chitarra che conoscevo era la vecchia e scassata acustica su cui studiava Marcello, ma l’effetto era buono ugualmente.

E per tutta la sera ho avuto davvero voglia di chiamarti, di dirtelo, di farti sapere che ero lì, e che in qualche modo lì, in quel campo sportivo di Fagnano Olona, c’eri anche tu, o almeno quella parte di te che ancora, nonostante tutto, mi piace ricordare. Volevo dirti grazie, perché fra le tante cose belle che mi hai regalato ci sono state anche quelle canzoni, che ancora oggi mi fanno pensare che sei mio padre, e che forse se oggi in me c’è qualcosa di buono almeno una parte di merito è tuo. Per un attimo, davvero, avrei voluto davvero che tu ci fossi, lì con me.

Poi però mi sono ricordato il resto. E il mio pensiero è andato alla lettera che mi hai spedito per farmi gli auguri di compleanno. Alle discussioni, al tuo modo di pensare assurdo, alla tua immensa ipocrisia. A come, a più di vent’anni da quei giorni, tu pretenda ancora di trattarmi come un bambino di otto anni. E a come tutto, nel frattempo, sia cambiato. Ora ci rimane soltanto il silenzio, un silenzio che tu hai voluto e che tu continui a mantenere, senza un motivo né una spiegazione. Chissà, forse qualche volta le ascolti ancora, le canzoni di Fabrizio. Ma oramai ho il sospetto che tu non ci abbia mai capito niente.

Umilmente, buona giornata a tutti.

la terra dei sogni e delle speranze.

27 Giugno 2006, Martedì

Avrei tante, tante cose da dire. Ma sono cose pesanti, difficili e delle quali non ho molta voglia di parlare. In questi giorni ho provato a scriverne molte volte, usando le mie solite metafore e i miei giri di parole, ma proprio non ci sono riuscito. Per il momento, quindi, accontentatevi della canzone che mi sta illuminando la mattinata. Il resto verrà.

Prendi il biglietto e la valigia
Il tuono risuona sulle rotaie
Non sai dove stai andando
Ma sai che non tornerai
Cara, se sei triste
Appoggia la testa sul mio petto
Porteremo ciò che possiamo
E lasceremo tutto il resto

Grandi ruote corrono attraverso i campi
Illuminati dalla luce del sole
Ci vedremo nella terra dei sogni e delle speranze

Mi occuperò di te
E ti starò vicino
Avrai bisogno di un buon compagno
Per questa parte del viaggio
Lascia indietro i tuoi dispiaceri
Fà che questo giorno sia l’ultimo
Domani ci sarà il sole
E tutta questa oscurità sarà passata

Grandi ruote corrono attraverso i campi
Illuminati dalla luce del sole
Ci vedremo nella terra dei sogni e delle speranze

Questo treno
Porta santi e peccatori
Questo treno
Porta sconfitti e vincitori
Questo treno
Porta puttane e giocatori
Questo treno
Porta anime perse
Su questo treno
I sogni non avranno ostacoli
Su questo treno
La speranza sarà ricompensata
Questo treno
Senti le ruote d’acciaio che cantano
Questo treno
Le campane della libertà che suonano
Questo treno
Porta cuori infranti
Questo treno
Ladri e anime dipartite
Questo treno
Porta buffoni e re
Questo treno
Tutti a bordo

Su questo treno
I sogni non avranno ostacoli
Su questo treno
La speranza sarà ricompensata
Questo treno
Senti le ruote d’acciaio che cantano
Questo treno
Le campane della libertà che suonano

(Bruce Springsteen, Land of Hope and Dreams)

Umilmente, buona giornata a tutti.

i commercialisti del signore.

1 Giugno 2005, Mercoledì

E’ cominciato tutto poco più di un anno e mezzo fa. Era il settembre del 2003: da qualche settimana i NoDrumma avevano esalato il loro ultimo respiro in uno scantinato di Cavaria, dopo trenta mesi buoni di onorato servizio come cover band. E io stavo cercando un nuovo gruppo. Avevo già fatto un provino con una band dal nome abbastanza pittoresco, che mi aveva davvero impressionato. Erano davvero bravi, ma non pensavo mi avrebbero preso. Così nel frattempo mi ero aggregato a tre simpatici ragazzi di Busto Arsizio, gli Eufòria, che avevano in mente di mettere insieme un gruppo pop “minimalista”, una cosa tipo i Velvet, quattro elementi, riffettini divertenti, io amo te perché tu ami me, cose così. Avevano le idee chiare, i ragazzi: “facciamo una quindicina di cover, ci ficchiamo dentro i nostri pezzi che abbiamo già scritto, facciamo un po’ di serate, poi troviamo un produttore e diventiamo famosi“. Wow. Io ho assistito alla prima parte del progetto. Alle prime cinque cover, per essere precisi. Poi mi hanno proposto di fare “Almeno stavolta” di Nek, e la prova dopo mi sono presentato dicendo che mi era andato male un esame importantissimo, e dovevo assolutamente mollare il gruppo per laurearmi. Che vergogna. Chissà che fine hanno fatto.

Uno di quei pomeriggi ricordo che Fiorella, la mia maestra di canto, mi disse che la sera prima era passato da lei un ragazzo, chiedendole se per caso uno dei suoi allievi fosse disponibile ad entrare nel suo gruppo, che ormai era senza cantante da marzo. Lei, sapendo che in quel periodo ero “a spasso”, gli aveva fatto il mio nome. Così mi diede il numero. Telefonai a Paolo appena uscito da lezione. Saltò fuori che era il batterista di un gruppo metal, i Silent Eyes, che veniva anche lui a lezione (di Batteria) in Villa Pomini e che qualche mese prima aveva messo un annuncio in bacheca, proprio per cercare un cantante. Feci mente locale e mi ricordai che effettivamente qualche mese prima nella bacheca della scuola avevo notato un annuncio che diceva una cosa del tipo “Cercasi cantante heavy metal con voce tipo Bruce Dickinson, Eric Adams, Andi Deris“. Un po’ come dire “Cercasi calciatore con piedi tipo Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Pelè”. Avevo accantonato quell’annuncio all’istante, non prima di essermi fatto una grassa risata. ‘Sti qua non troveranno mai nessuno, avevo pensato, e le mie previsioni si erano rivelate funestamente corrette.

Un gruppo metal, insomma. Avevo telefonato al batterista di un gruppo metal. Che cercava un cantante metal. E io stavo a un cantante metal più o meno come un canguro sta ad un transatlantico. Tutto lasciava pensare che la cosa si sarebbe esaurita lì, dopo quel piccolo ma essenziale chiarimento. Invece io e Paolo rimanemmo al telefono per un’ora. Attaccai soltanto quando mi si scaricò la batteria del telefono, e chiudendo la telefonata mi resi conto che non ci eravamo nemmeno messi d’accordo sulle canzoni che avrei dovuto studiare per il provino. Perché, primo, Paolo mi convinse a farlo, quel provino, nonostante il metal. E perché, secondo, per un’ora parlammo di una marea di cose, ci raccontammo di tutto, parlammo di musica, di improvvisazioni, di cover riarrangiate, di donne e di vacanze, ridemmo e scherzammo come due persone che si conoscevano da sempre. E non ci eravamo mai visti prima. Mi lasciai letteralmente travolgere dal suo entusiasmo, che avrebbe tranquillamente potuto spostare montagne con la stessa facilità con cui mi comunicava come arrivare a Castano Primo. Fu letteralmente incredibile.

A Castano Primo ci andai una settimana dopo. Me lo immaginavo come un luogo arcano e misterioso, che immaginavo ostile e lontanissimo, un po’ come quella famosa sera di ritorno dal concerto degli U2. Invece, quella sera, mi si manifestò sotto forma di saletta-francobollo, con le pareti ricoperte di spugna bianca a piramidi e il pavimento di moquette rossa. Cantai Enter Sandman e Master of the wind, probabilmente le uniche canzoni metal che a quei tempi conoscevo ed ero in grado di cantare. E poi parlammo e scherzammo per un paio d’ore buone.

I Silent Eyes non suonano benissimo, è inutile negarlo. Il confronto con i Vappa non regge, da nessun punto di vista, e quello con la media delle cover bands che girano per locali li pone, secondo me, nella media o appena sopra. Ma non conta. I Silent Eyes, prima di essere una band, sono un gruppo. Il gruppo, per come la gente comune immagina che il gruppo debba essere. Sono unici e indivisibili, amici da una vita, uno per tutti e tutti per uno, una stirpe, una compagnia, un vero e proprio clan. Da quando suono con i Vappa sono “il cantante dei Vappa”. Da quando suono con i Silent Eyes sono un Silent Eye. Basta vedere il loro sito, che è bello finché si vuole, e vorrei vedere, con un web designer e un ingegnere informatico nel gruppo, ma al di là della facciata sprizza energia ed entusiasmo da ogni pixel. Basta parlare con Paolo dieci minuti, e meravigliarsi come me di come riesca a mettere chiunque a proprio agio nei primi dieci secondi di conversazione. In un anno e mezzo di Vappa ho imparato cosa vuol dire suonare “sul serio”, scrivere e interpretare le proprie canzoni e tentare di farsi strada in questo ambiente. In un anno e mezzo di Silent Eyes ho conosciuto quattro dei miei migliori amici.

Con Paolo, Fabio, Dic e Chegue ho suonato in giro una quindicina di volte. Sono stati concerti divertentissimi, sempre e comunque. Forse nessuno è mai venuto a decantare quanto suonassimo bene, ma tutti, sempre, sono rimasti entusiasti dello spettacolo. I Vappa ci hanno messo del tempo ad abituarsi alle mie “stranezze” sul palco. I Silent Eyes mi sono venuti dietro subito. E così sono nati i Commercialisti del Signore, il Mazurka Metal, le mani che roteavano sul finale di Melancholy, “Il master da lei richiesto non è al momento disponibile”, Fear of the Duck, Fear of the Park, Fear of the Mark e Fear of the Shark. Abbiamo rovinato una festa dell’oratorio, con i figli che pogavano sotto il palco e le madri che mi sussurravano all’orecchio “non è che potete suonare qualcosa di un po’ più dolce?”. Abbiamo fatto da ciliegina sulla torta ad un raduno di bikers, con il festeggiato che alla fine ci ha minacciato di gonfiarci di botte se non gli risuonavamo Bomber. Grazie ai Silent Eyes ho conosciuto un genere che prima mi era totalmente ignoto. Ho imparato ad amare i Motorhead, i Maiden e i Black Sabbath, i “Rage e basta” e i Manowar, i Saxon e i Running Wild. E ho scoperto che fare il metallaro mi piace, se a farlo con me ci sono anche loro.

E poi c’è tutto il resto. C’è la Crew dei Silent Eyes, che ci viene a vedere sempre, con i suoi riti e i suoi miti. C’è il Guru, il metallo fatto persona, che non manca mai e mi presta sempre il suo ciondolo dei Blind Guardian. C’è l’enorme batteria di Paolo, ridicola nella sua potenza, che occupa da sola metà della nostra saletta. C’è tutto e il contrario di tutto, in questi quattro ragazzi che mi hanno cambiato la vita. Paolo e gli altri mi sono stati vicini in un sacco di occasioni. Mi hanno sopportato nei mesi della tesi, quando per vedermi cinque minuti sveglio bisognava prenotare. Mi hanno tirato su quando le cose andavano davvero male. Mi hanno portato in giro per chilometri, e lo fanno ancora, da quando non ho più la macchina. E hanno sopportato in silenzio l’inevitabile dualismo con i Vappa, sapendo di essere in una posizione di svantaggio, senza mai farmelo pesare. Li conosco da meno di due anni, ma li amo come fratelli.

Purtroppo, le mie corde vocali non sono d’accordo. La prima avvisaglia c’è stata un anno fa, quando con i Vappa a Parabiago mi è partita la voce dopo tre canzoni. Poi due settimane di raucedine, afonia e antinfiammatori. E’ successo di nuovo a dicembre, e siamo passati a tre settimane di antibiotici. E’ successo di nuovo un mese fa. E se vado avanti così succederà ancora chissà quante volte. Perciò, entro stasera, mi toccherà prendere la decisione che ho rimandato, evitato e temuto per un sacco di tempo. Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Ma speravo che le circostanze, le motivazioni, il momento… Boh, speravo che sarebbe stato diverso. Inutile inventare palle: speravo che non sarebbe mai successo. Invece succederà. Perché voglio continuare a cantare, e di corde vocali ne ho solo due, che non si cambiano come quelle della chitarra. E il metal, che pure ormai amo, me le tira al limite ogni volta, ed esige un tributo che sta diventando troppo pesante.

Stasera andrò dai Silent Eyes, e gli spiegherò tutto questo. Forse loro lo sanno già, se ne rendono conto, oltre che amici sono anche ragazzi intelligenti. Ma dovrò ugualmente trovare il coraggio di dirgli che tutto questo finirà. E ho paura. Paura di lasciare per strada un gruppo che di strada merita ancora di farne tanta, di abbandonare un sogno proprio quando stava per nascere, di spezzare di nuovo quell’equilibrio meraviglioso che avevamo creato. Ma soprattutto ho paura di perdere tutto il resto. Non so, non so davvero come farò.

Oggi fiorella mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stava la mia gola. Le ho risposto che stasera non sapevo cosa fare. Lei mi ha risposto “Devi farlo, gli amici capiscono”.

Ho paura.

the final showdown.

11 Marzo 2005, Venerdì

Premessa: questo, in origine, era un commento che stavo postando sul blog di Viv. Poi però, come spesso succede, mi sono lasciato un po’ prendere la mano. Così ho deciso di trasportare il tutto qui, “aggiustandolo” un pochino. Viv, ti chiedo perdono…

Gli Europe sono stati il mio primo gruppo preferito. Avevo undici anni, e ricordo ancora che comprai la cassetta di The Final Countdown, strapiratata, al mercato, quando abitavo ancora a Lodi. Da qualche parte, nella soffitta dei miei, credo di averla ancora. Sull’armadio della mia camera c’è persino un terrificante adesivo-miniposter, tratto da una loro ”monografia” (le virgolette sono d’obbligo) che avevo preso all’epoca. Quella l’ho persa, ma ricordo che si trattava di una cosa davvero, davvero becera, il perfetto compendio dellA fan sfegatatA. D’altronde, con il senno di poi, credo di essere stato uno dei loro pochissimi fan di sesso maschile.

A The Final Countdown, Rock the Night e soprattutto Carrie sono legate moltissime delle immagini che mi restano di quegli anni, che per me furono piuttosto lunghi e turbolenti, ma anche pieni di esperienze che mi sono rimaste dentro. Sento quelle canzoni e mi ricordo di tutta una serie di facce, per molte delle quali ormai non ho più nemmeno un nome. Non che ricordarmelo, il nome, cambi di molto le cose: sono passati quasi vent’anni, io ho cambiato casa quattro volte piazzandoci dentro anche un paio d’anni in Africa, e ora come ora non ho la minima idea di dove tutte quelle persone siano finite. Ma i ricordi, quelli restano.

Ieri sera all’Alcatraz io non c’ero. E non so se ci sarei andato, ne avessi avuta l’occasione. Come già dissi tempo fa, è una questione di punti di vista: preferisco non fare i conti con i miei miti. Per me gli Europe rimarranno quelli dell’87, quando il Napoli vinceva lo scudetto e io andavo in vacanza a Riva Trigoso. Quando vedo quelli di oggi, faccio fatica a non essere cinico e a non pensare che sono lì perché hanno finito i soldi. Ho già parlato di come sia stato triste, a settembre, rivedere i Guns n’Roses travestiti da Velvet Revolver. Non mi andava di replicare.

In compenso ieri sera all’Alcatraz c’era Paolo, il batterista del mio gruppo metal. Lui nell’87 aveva nove anni, e non ha ricordi legati a Joey Tempest e soci. Però gli piace la musica, quella dei due dischi prima di The Final Countdown, che ha conosciuto dopo. Me li ha fatti sentire, un paio di volte, e non ho potuto fare a meno di notare che si tratta di due dischi profondamente diversi, senza tastiere, molto più metal, magari anche più belli, se analizzati dal punto di vista critico-metallar-musicale. Ma ovviamente non me ne frega niente: gli Europe che piacciono a lui e quelli che piacciono a me hanno lo stesso nome, ma sono due cose diverse. I suoi sono un gruppo musicale. I miei sono un sogno.

Umilmente, buon weekend a tutti…

juke box.

2 Marzo 2005, Mercoledì

Elton John – Sacrifice
Il Casinus usciva tutte le mattine. In famiglia Stevens era diventato una specie di rito: Diego, dopo cena, si mette sul divano e scrive il Casinus. Poi Diletta lo leggeva in macchina ad alta voce, la mattina dopo. Non so come mi fosse venuta l’idea, né da dove venisse quel nome così stupido. Semplicemente, una sera avevo cominciato a scrivere. E mi ero messo a raccontare di quelle giornate lunghissime, dei viaggi e delle bravate, delle serate illegali a giocare a biliardo nei pub e della gente di quel paesino, che a quindici anni ci sembrava così strana. E mentre il singolo di Healing Hands e Sacrifice monopolizzava la classifica inglese di quell’estate, senza pensarci avevo creato una specie di quotidiano indipendente. Una copia al giorno.

John Farnham – You’re the voice
Anche chi non ascolta Elio si ricorda di una festa delle medie. Anche chi è stato a venti feste delle medie, a distanza di anni se ne ricorda una sola. Perché ha ballato con la ragazza dei suoi sogni, perché ha fatto a botte con quello che gli stava qui, ma anche semplicemente “perché sì”. La mia festa delle medie era a casa di Monica. Io mettevo i dischi, o meglio, le cassette. C’erano degli svedesi, li avevamo conosciuti al torneo di basket delle scuole straniere, e le nostre compagne tanto per cambiare li avevano subito eletti a meraviglie del creato. C’era Jonas, una specie di Joey Tempest di tredici anni. C’era Andreas, un tipo magro con i capelli rossi. E c’era Toutounda, nero e alto un metro e ottanta, svedese come me. Dopotutto eravamo in Congo, e certe cose capitavano. Le ragazze volevano che mettessi solo lenti. Gli svedesi invece volevano John Farnham, per potersi mettere ad urlare “You’re the voice, try and understand it / Make a noise and make it clear / UO-OO-OOOO UO-OO-OOOO”. Io ero geloso, e davo retta a loro.

U2 – Who’s gonna ride your wild horses
Le amicizie, quelle grandi, nascono sempre da piccole cose. Luigi e Veronica dormono sul sedile posteriore. Io no, sono davanti che parlo con Francesco, perché Francesco sta guidando, e sono le due di notte. Da Torino a Como la strada è lunga, e se stai scroccando il passaggio non è bello trasformare gli amici in tassisti, anche se li conosci da poco. L’autostrada è piena di gente, tutti che come noi tornano dal concerto. Così usciamo, e ci perdiamo nella campagna novarese, fra Cameri (ma l’accento dove si mette?) e Galliate, Pernate e Romentino. Poi ci troviamo davanti un cartello che dice “Castano P.”, e passiamo due ore a fare ipotesi sul significato della “P”. Palla? Pippa? Puttano? Fa anche rima! E così, fino a casa.

Europe – Carrie
Una finestra, un cantiere navale, una strada senza uscita. Giugno, profumo di focaccia, salsedine e gasolio. La mia prima volta in Liguria. Io tormentavo tuo fratello con decine di domande, sempre le stesse, infinite varianti di una sola: “secondo te le piaccio”? Ormai le domande non gliele facevo nemmeno più, gli dicevo i numeri. “La 1?” “Sì…”. “La 2?” “Sì…”, “La 3?” “Basta Diego, hai rotto” “No, dai, la 3?” “Sì, sì, ho detto di sì!”. L’unica cosa che ricordo, di quei tre giorni, è quella finestra. Tu, accanto a me, a guardare il cantiere navale e a cronometrare quanto tempo ci metteva la saliva ad arrivare sul marciapiedi. Non credo ci si possa innamorare, a dodici anni. Però si finge benissimo.

Ronan Keating – Life is a rollercoaster
La vita è una montagna russa. E anche quelle stradine, su e giù, su e giù, in mezzo alle pecore e alle colline. Per radio passavano sempre le stesse due canzoni, Ronan Keating e Robbie Williams, e la Micra a noleggio si arrampicava con un po’ di fatica. Eravamo in tre, Andrea scriveva le sue poesie e ascoltava i Blind Guardian, mentre noi facevamo gli imbecilli. Quando passammo da Cahirciveen, terra natale di Daniel O’Connell, Pippo disse una cosa del tipo “non si può nascere qui e non desiderare di essere liberi”. Guardavo il mare. Aveva ragione.

Opus – Live is life
Lezione di storia. Mr. Allardyce dispensa notizie su Mary Stuart, regina degli scozzesi, dall’alto della sua barba e del suo metro e novantacinque. Ad un certo punto, dalla finestra di fronte arriva una specie di boato ritmato, di una potenza così spaventosa da sembrare ridicola, specie alle tre del pomeriggio nel bel mezzo di una scuola. Tun-za, tun-za, tun-za, tun-za, tun-za, tun-za, tun-za, tun-za, tun-za… LALLAAAAALALALAA! Oltughedernau! LALLAAAAAALALALAA! Venti facce, per ciò che mi è dato vedere, si girano istantaneamente da quella parte. In realtà sono molte di più. Il tutto dura venti secondi buoni. Qualcuno batte il piede, i più temerari canticchiano, Mr. Allardyce appare giusto un filo turbato, nella sua celtica imperturbabilità. Poi si sente una porta sbattere. Altri due, e la musica termina. Dalla finestra di fronte adesso arrivano urla un po’ meno ritmate. In tedesco. E’ incredibile quanto anche il discorso più dolce, in tedesco, riesca a sembrare cattivissimo. Figuriamoci un discorso cattivissimo. Risate, espressioni fra il divertito e il preoccupato, Stephan è davvero un deficiente. Si riparte con Mary Stuart.

Ryan Adams – La Cienega Just Smiles
Un giorno sei arrivata in redazione con un biglietto in mano. Mi hai chiesto se mi andava. Ti ho detto di sì. Era di martedì sera, e sul palco c’erano Bocephus King, Peter Case e John Hammond. John Hammond, dico. Una leggenda vivente, a dieci metri da me. Ma per me c’eri solo tu, con il tuo maglione a righe e il tuo cappotto grigio. E quando siamo usciti pioveva, una di quelle pioggerelline che non le vedi nemmeno, perché quando le vedi sei già fradicio. E c’era il lago, e la luce dei lampioni. E c’eri tu. Volevo darti un bacio, più di qualunque altra cosa. E’ stato un attimo. Una settimana dopo era tutto finito. Tutti e due sapevamo che non sarebbe nemmeno dovuto cominciare. Ora siamo amici, e tu sei ad un’eternità da qui. Chissà se ogni tanto te ne ricordi ancora.

I hold you close in the back of my mind
Feels so good, but damn it makes me hurt
And I’m too scared to know how I feel about you now
La Cienega just smiled, “see you around”

Ps- grazie a Franci, Themis e… Nick Hornby, per l’ispirazione.