Archivio per la categoria ‘una vita al minimo’

pane.

23 Aprile 2008, Mercoledì

La primavera sembra finalmente aver avuto la meglio sulle cisterne d’acqua che inesorabili si sono abbattute su di noi fino all’altroieri. Qui a Rozzano, però, stamattina c’era la nebbia. Ma ormai la prendo con filosofia, ho definitivamente accettato il fatto che si tratta di un fatto fisiologico, un’ineluttabile destino, un po’ come Berlusconi o la forfora: Milanofiori è un luogo avulso dal resto del mondo, una realtà parallela in cui tutto, dagli alberi ai cestini della spazzatura, dai parcheggiatori alle fermate dei bus, è pensato e creato a misura di impiegato, e come tale deve essere triste, mogio, ripetitivo e resistente a ciò che di mutevole ed eventualmente interessante proviene dall’esterno. La definitiva conferma è arrivata quando anche i campi a perdita d’occhio che vedevo dalla finestra del mio precedente ufficio sono stati invasi dalle montagne di fango trasportate dai tir provenienti dai lavori per la stazione del metrò. Poi mi hanno cambiato ufficio. Adesso dalla finestra vedo il tetto in lamiera del capannone vicino e un’insegna DHL in lontananza, ed è tutto molto più coerente e rassicurante.

Che c’entra questo con il pane? Niente. Era solo un’introduzione. Del pane parlo adesso.

Lo sono andato a comprare l’altroieri mattina, il pane. E’ successo per caso, sono uscito prima di andare in ufficio e sono andato a comprarlo dal panificio sotto casa. Il panificio sotto casa. A dirlo così sembra una cosa normale, quasi una frase fatta. In realtà erano anni, forse una decina, che non mettevo piede in un qualsiasi panificio sotto casa. Quello sotto casa mia, poi è uno di quei bei panifici spartani, sembra uscito di peso dagli anni settanta: banco in legno smaltato bianco senza fronzolo alcuno, alle sue spalle ceste di ferro, qualche scaffale di impronta vagamente sovietica con prodotti di merceologie rigorosamente affini (grissini, schiacciatine, merendine, massima divagazione qualche vasetto di marmellata o Nutella), un timidissimo banco del latte fresco rinchiuso nell’angolo, illuminazione scarna e insufficiente e cassiera di mezz’età con grembiule bianco infarinato d’ordinanza. Niente eleganti ceste in legno, niente artistiche composizioni in pasta di sale a forma di spiga-nastro-cupola di San Pietro, niente ferraresi creativi, niente luce calda e soffusa, anni luce di distanza dalle “panetterie evolute” alla Princi che tanto vanno di questi tempi. Il caro, vecchio “prestinaio”.

Ero lì, in coda dietro un paio di vecchiette, e il mio naso si beava di quel profumo antico, quasi dimenticato, così diverso dall’asettica perfezione degli ipermercati e delle baguette in busta dell’Auchan, così lontano e così semplice da sembrare finto. Il profumo del pane. Pagine e pagine sono state scritte, sul suo profondo significato e sul suo grande potere. Il potere di riportarmi a quando ero bambino, e andavo con le mie cinquecento lire a prendere la focaccia da mangiare all’intervallo. Di farmi ricordare della vecchia casa di Lodi, dove il panettiere passava alle otto, lasciava il sacchetto vicino al giornale sul pianerottolo e suonava il campanello prima di scappare via. O di quando, in vacanza in Sicilia, Maria arrivava per fare i mestieri e ci lasciava la pagnotta ancora calda.

E’ passato tanto tempo. Ma sembra molto di più. Oggi, nella mia vita aliena, il pane è in busta chiusa e ha marchi famosi. Ogni tanto mi sforzo ancora di prenderlo “fresco”, ma nei banchi del supermercato (eleganti ceste in legno, luce soffusa, eccetera eccetera) sembra sempre un po’ di plastica. E se è vero che potrei, con un piccolo sforzo, fare ancora il semplice gesto di uscire tutte le mattine, non per caso, a prendere i miei tre panini dal panificio sotto casa, è altrettanto vero che nella quotidiana gara podistica che mi trascina (tardi) in ufficio e poi di nuovo (ancora più tardi) a casa, un posto per quel gesto non c’è più. Se l’è preso il benzinaio, il casello, la coda in tangenziale, la suprema stanchezza che si mangia i miei giorni come un tarlo affamato. Un’altro granello che ho lasciato scorrere nella clessidra.

nulla.

21 Febbraio 2008, Giovedì

gmork.jpg

Sono giorni in cui non ho nulla da dire. Anzi, meglio: diciamo che sono giorni in cui quando apro il cassetto con l’etichetta “cose che avrei da dire” vengo sorpreso da una specie di esplosione di creaturine e oggettini colorati, che saltano fuori tutti insieme guizzando e scalciando e sbrilluccicando e tintinnando, e cercano di farsi notare sfrecciando a destra e a sinistra e agitando cartelli con la scritta “parla di me! parla di me!”… Mi colgono alla sprovvista, mi rincoglioniscono, e alla fine riescono anche a convincermi a scrivere qualcosa, però poi – puf! – di colpo svaniscono, e dal cassetto aperto salta fuori una specie di pantera, una cosa nera, gigantesca e pelosa, che si getta su di me cercando di azzannarmi alla gola, e tutte le volte riesco a fermarla appena in tempo, chiudendo il cassetto, a fatica, a calci e spallate. E della pantera nera no, di quella davvero non ho voglia di parlare.

come un bambino.

14 Dicembre 2007, Venerdì

childrunninghappiness.jpg

Tutti hanno giorni come quelli che sto vivendo
In cui ti attacchi a tutto ciò che puoi
Per evitare di fare qualunque cosa che non sia ridere
Guardando indietro fin dove riesci a sopportare.

Fuori dalla finestra l’inverno è quasi finito
Riesco quasi a vedere il sole dietro alle nuvole
Guardando indietro a dov’ero oggi un anno fa,
Ridendo della condizione in cui mi trovo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.
Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Vorrei ritrovare il sentimento di quei tempi,
da qualche parte, nel mezzo di ciò che sono diventato.
Ad un certo punto questa strada mi deve essere sembrata interessante,
Perciò immagino che per qualcuno funzioni,

Ma io voglio tornare a quando diventavo scemo
E credevo a tutto quello che mi raccontavano.
Perché ogni tanto, crescendo, ho l’impressione di diventare più saggio,
Ma spesso mi accorgo che sto solo diventando vecchio.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Dio, come vorrei ricordare quello che dicevo.

Todd Snider – I spoke as a child (Songs for the Daily Planet, 1994)

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

a casa.

23 Dicembre 2006, Sabato

A casa.

22 dicembre.

Oggi pomeriggio, in ufficio.

Gente che torna a casa.

Fuori dalla porta sfrecciano colleghi con il trolley, badge in mano, per non perdere il treno.

Sorrisi.

Abbracci.

Buon Natale.

Se non ci vediamo buon anno.

Io in riunione guardo bicchieri colorati.

Alla fine cosa fai? Mah, non so, vado a casa di Mirella, forse, lo passo con i suoi. O magari in Sicilia da mia zia.

Adesso vattene però, ti ho aiutato a mettere i pacchi in macchina, adesso lasciami in pace, non ho voglia di farmi venire i lucciconi davanti al capo. Vai a casa, tu.

Natale con i tuoi.

Da Smallville, alle luminarie, ai cazzo di canguri sul logo di Google.

La bambina del mio capo e l’autoarticolato per il nipotino.

Winnie the Pooh.

Il panettone, chissà, magari papà ha fatto anche la pastiera.

Nel frattempo però mi ha fatto gli auguri, e il regalo, per posta elettronica. Una settimana fa.

Niente di tutto questo, per me. Quest’anno non si torna a casa.

good time for a change.

16 Novembre 2006, Giovedì

E’ il momento buono per un cambiamento
Sai, la fortuna che ho avuto può far diventare cattivo un uomo buono
Perciò, per favore, lasciami avere quello che voglio
Stavolta

E’ da tanto tempo che non ho un sogno
Sai, la fortuna che ho avuto può rendere cattivo un uomo buono
Perciò, per una volta nella vita, lasciami avere quello che voglio
Dio sa che sarebbe la prima volta

Saperlo, quello che voglio.

io, dovunque sia

28 Marzo 2006, Martedì

E’ il cambio di stagione. E’ il lavoro. E’ che dormo poco. E’ che sono grasso. E’ che non sto tanto bene. E’ che, insomma, qualunque cosa sia, qualcosa non va. Ed è una forma piuttosto fastidiosa di “qualcosa”, sa di caso clinico, di malattia misteriosa, di cosa che ti fa venire i bubboni e la forfora senza apparente motivo, che non ti senti bene e il dottore ti prescrive duecento esami ma proprio non riesce a capire cos’hai. No, non ho niente di tutto questo. Ma qualcosa ce l’ho, lo so che ce l’ho, ma non capisco cos’è. Perché giro a vuoto. E ho un po’ la sensazione di star guidando un sommergibile nucleare con in mano il volante di Boss Robot.

Sto, di nuovo, perdendo contatto con la mia vita. Mi sto di nuovo guardando in terza persona. Sto di nuovo spegnendo il cervello, e lo sto facendo troppo spesso, anche e soprattutto quando non dovrei. Talmente spesso che non scrivo più qui da novembre, eppure di cose da dire ce ne sarebbero state. Ma non le dirò. Non qui. Non ora. Non mi riconosco più. Non mi piaccio più, il mio sdoppiamento di personalità sta diventando sempre più evidente e la parte che non mi piace, quella seria, posata, professionale (e fredda, calcolatrice e antipatica) sta cominciando ad emarginare, rinchiudere e guardare con sospetto l’altra, quella emozionale, infantile e spontanea, che ormai trova spazio solo su un palco o dopo parecchi bicchieri di vino. Sto diventando mio padre. La maschera del tuttologo, di quello che “di qualsiasi cosa si parli sei in grado di tirare impiedi un pistolotto di dieci minuti” si sta impadronendo di me, del mio tempo, e sta prendendo piede nella mente delle persone che mi conoscono. E mi va terribilmente stretta, ma più mi va stretta più lei cerca di allargarsi, e infarcisce di sorrisi di circostanza, risposte date senza ascoltare le domande e domande fatte senza ascoltare le risposte ogni angolo della mia vita.

Qualche settimana fa una persona che, almeno in teoria, “ne sa”, dopo avermi analizzato per una mattinata intera a spese dell’azienda, ne ha tirato fuori un profilo che mi ha fatto venire i brividi. Sono venuto fuori come una specie di behemoth cerebrale, un fenomeno nell’analizzare e risolvere problemi, adattarmi al cambiamento, definire priorità e trovare soluzioni. E un incapace nel gestire i rapporti umani. Sì, vabbè, incapace no, non sono né autistico né sociopatico, semplicemente “pongo come priorità l’obiettivo della discussione, e tendo a trascurare l’interlocutore”. In sostanza sono terribilmente efficiente e altrettanto stronzo. E per quanto si possa avere dei dubbi su questo genere di test, e mi si possa scusare adducendo che tali “misurazioni” sono state prese in un ambito prettamente lavorativo, in cui il mio primo interesse non era sicuramente quello di fare conversazione con la persona che mi stava valutando, dall’altro mi sto accorgendo che un pezzetto alla volta tutto questo sta pericolosamente entrando a far parte della mia vita “reale”, quella che passo fuori da questo ufficio, in luoghi più utili e reali di questa scrivania.

Immagino che il fatto che io me ne renda conto sia almeno in parte un punto a mio favore. Ma non aiuta più di tanto a riempire i minuti di silenzio, a cambiare gli sguardi, ad allentare inspiegabili tensioni che si creano con persone con le quali sono sempre andato d’accordo. Sto diventando antipatico. Chissà, forse lo sono sempre stato, ma prima non me ne rendevo conto. Adesso sì, la cosa è palpabile. Mi sento stupido, noioso, pedante, e in sostanza pesante, purtroppo non soltanto dal punto di vista relazionale. E sta peggiorando.

casa.

16 Novembre 2005, Mercoledì

Qualche giorno fa stavo pensando che proprio in questo periodo cade il nono anniversario del mio trasferimento a Castellanza. La data precisa non la so, il processo si è svolto in maniera troppo poco “lineare” per ricordarmene. Voglio dire, di solito in questi casi si trova una casa, la si arreda un pezzo alla volta, poi si prendono le proprie cose e ci si va a vivere. Si segna la data sul calendario, e magari si organizza anche una bella mangiata con gli amici per celebrare l’evento. Io mi sono fermato al primo stadio della procedura: ho trovato la casa. Poi una sera ho litigato alla morte con i miei, cosa che in quel periodo succedeva anche tre o quattro volte al giorno, ho tirato su un po’ di biancheria e un sacco a pelo e ci sono andato a dormire. Per fortuna c’era il riscaldamento acceso.

Per le prime due settimane ho dormito per terra, cambiandomi da uno zaino e mangiando fra università e McDonald’s. Poi ho preso un furgone a noleggio, e una domenica in cui i miei erano in montagna sono passato a prendere i mobili della mia camera, uno scaffale di plastica da campeggio e un frigoriferino che tenevamo in cantina. La mia vita a Castellanza è cominciata così. Con il senno di poi, credo che questo possa in buona parte spiegare il perché, a nove anni di distanza, io continui a vivere in un appartamento arredato solo per metà, con tanto di scatoloni e lampadine a vista. E spiega anche perché, anche se nel frattempo i rapporti con i miei sono migliorati di parecchio, io non mi senta di “festeggiare” quel trasferimento in alcun modo. Non che me ne sia pentito, anzi. Ma, insomma, ci siamo capiti.

Al di là dei ricordi, c’è la dimensione prettamente “numerica”: con lo scadere del nono anno Castellanza diventa ufficialmente il luogo in cui ho vissuto più a lungo, nel corso della mia trentennale esistenza su questo pianeta, superando Lodi, luogo nel quale ho trascorso buona parte della mia infanzia, pur senza esserci nato. Come dire che da oggi, quando qualcuno mi chiederà “di dove sei”, domanda che tradizionalmente mi getta nel panico e provoca chilometriche e inconcludenti risposte, potrò limitarmi a rispondere “di Castellanza”. Anche se non è vero.

Io non sono di Castellanza. Non me ne vogliano gli eventuali castellanzesi che leggono queste parole, ma io castellanzese non mi ci sento neanche un po’. Voglio dire, al di là dei sessantasette metri quadrati di primo piano che occupo da nove anni, in quella città di mio non c’è quasi nulla. L’università, forse, ma il LIUC con Castellanza non ha nulla a che spartire. Anche il LIUC, in fondo, a Castellanza ci è capitato per caso: poteva finire a Lainate o a Cerro Maggiore, o in un qualsiasi paesino delle vicinanze con un po’ di imprenditori e un edificio abbastanza grande. E’ un’isola, un mondo popolato di varia umanità che quindici anni fa è improvvisamente atterrato nel cuore del varesotto, e in cui anche i pochi castellanzesi presenti fanno del proprio meglio per mimetizzarsi con la fauna del luogo. Fauna di cui io, ovviamente, facevo parte.

No, non c’è niente da fare. Forse ho maturato l’anzianità necessaria per guadagnarmi il titolo di cittadino onorario, ma Castellanza non è la mia città, e non credo lo sarà mai. E a questo punto, ancora una volta, finisco per chiedermi quale sia, la mia città. Se ci sia una mia città. E mi chiedo se esista un modo, razionale o irrazionale, per capirlo. Ho già affrontato questo discorso molte altre volte, e ho già detto come spesso mi trovi ad invidiare chi a questa domanda non ha che una risposta, ovvia, scontata e inevitabile. Io quella risposta non ce l’ho, e nonostante i miei ripetuti tentativi di costruirmela proprio non ce la faccio.

Come si fa a decidere “qual’è la mia città”? Quali sono gli elementi distintivi, le sensazioni, i dati tangibili, le misurazioni necessarie a darsi questo tipo di risposta? E’ la città in cui si nasce? Quella in cui si va a scuola? Sì, ma quale scuola? Le elementari? Le medie? Le superiori? E se se ne fanno un po’ da una parte e un po’ da un’altra? E’ quella in cui si abita? O quella in cui si è stati più tempo? E’ dove ci siamo innamorati la prima volta? Dove abbiamo i vecchi amici? I parenti? E’ una cosa che si sceglie, o avviene nostro malgrado, poco per volta, e non ce ne rendiamo conto finché non ce ne andiamo via? No, perché se fosse davvero una scelta, allora potrei dire che la mia città è Galway. Ci sono stato due giorni, in vacanza, nel 2000, e me ne sono innamorato. Ma non ha senso. No, non credo sia una scelta. O almeno, credo che la componente razionale sia inevitabilmente minoritaria.

Il fatto è che anche la componente “emotiva” non mi aiuta: mi manca quella sensazione di appartenenza, la consapevolezza di conoscere un luogo, uno qualsiasi, “come le mie tasche”, topograficamente e umanamente. Mi mancano il tabaccaio all’angolo, la stradina alternativa da fare quando c’è coda, il panettiere, il giornalaio e il barbiere di fiducia, l’oratorio dove andavo da bambino, il medico che conosce i miei genitori, la compagna delle elementari e la zia pettegola che sa vita, morte e miracoli del quartiere. Mi manca la certezza di sapere qualcosa che chi in quel posto ci capita per caso, una volta ogni tanto, non sa e non saprà mai.

A dire il vero alcune di quelle cose ce le ho. Tanto per dire, dopo nove anni a Castellanza ho imparato a passare dal retro del Grancasa per evitare la coda da casa mia all’autostrada, e sarei stupido a non averlo fatto. Ma tutto il resto è sparso ai quattro angoli della mia memoria e, in alcuni casi, ai quattro angoli del pianeta. Angoli nei quali, quando torno, provo ancora un po’ di sana nostalgia. Come quando, un paio di mesi fa, sono passato con i miei accanto all’Isola Carolina, il parco di Lodi in cui andavo da piccolo in bicicletta con mio nonno. Oppure quando a Napoli vedo la scalinata di fronte all’ex casa di mia nonna, che ai tempi del primo scudetto del Napoli era stata interamente colorata di verde, bianco, rosso e azzurro. E persino quando passo accanto al campetto di Cavallasca, dove ho conosciuto le persone con cui solo pochi anni fa ho fondato la mia vecchia squadra di basket.

Il fatto è che sono tutti posti ai quali, di fatto, non appartengo più. Lodi, Napoli, Olgiate, Pointe Noire, Sandnes, sono andate avanti, cresciute, cambiate senza di me. Il giornalaio dove compravo i fumetti forse ha chiuso. Il supermercato norvegese dove i miei mi abbandonavano a giocare con i Lego forse si è trasferito. La mia anziana insegnante di pianoforte, forse, non c’è più. E magari qualcuno ha aggiunto un senso unico alla strada che facevo in bicicletta e messo un recinto alla spiaggia dove andavo a pescare. Le persone che mi conoscevano forse sono andate via, come me, e magari non si ricordano più. E ci sono persone nuove, che di me non hanno mai sentito parlare.

Ora, per me, c’è Castellanza. E domani chissà: Milano, Vladivostok o Marte. Continuerò a girare, con i miei ricordi e le mie lampadine senza paralume. E continuerò a invidiare i miei amici Vappa, che prima delle prove vanno a comprare la birra nella stessa latteria in cui da bambini compravano le caramelle. E loro continueranno a invidiare me, che ho visto il mondo, ma che ancora oggi cerco un posto da poter chiamare casa.

Umilmente, buona giornata a tutti.

stavamo dicendo.

30 Agosto 2005, Martedì

Oggi il post lo finisco. Qualsiasi cosa salti fuori da queste dita, prometto che la posto. Aggiungerei “e che cazzo”. Prometto a chi, poi? In questo momento a me stesso, visto che se questa frase non appare sul blog è come se non l’avessi promesso a nessuno. In pratica è una promessa che per il solo fatto di essere formulata si realizza. Interessante paradosso semantico. Vi lascio nella contemplazione, e passo oltre.

E’ da giugno che non passo di qui. O meglio, ci passo in continuazione, scrivo, poi rinuncio e cancello. E’ assurdo, e abbastanza frustrante. Non è che non abbia avuto tempo, anzi, gli infiniti pomeriggi in ufficio, specie nelle ultime due settimane, erano l’ambientazione ideale per partorire discussioni filosofiche e buttare giù un paio di righe su questa immacolata distesa arancione. A proposito, dovrei fare qualcosa, comincia a non piacermi più. Non l’arancione, s’intende, quello rimarrà, ma vorrei rendere la pagina un po’ meno monotona, un po’ più artistica/colorata/varia/cacchiochebella, un po’ come quella dei blog di alcuni di voialtri che ogni tanto passate da queste parti. Qualsivoglia aiuto/consiglio/tentativo di dissuasione è ovviamente ben accetto, a patto che si consideri nell’offerta la mia patologica pigrizia, e la probabilità che alla vostra gentile offerta segua un imbarazzante silenzio, della pigrizia diretto discendente. Ma vi ringrazierò comunque per il pensiero.

Cosa stavo dicendo? Ah, sì, ho scritto un sacco ma non ho postato nulla. Solita storia, insomma. Potrei lanciarmi nella consueta disamina infinita a proposito della mia logorrea, del mio andare fuori tema e della mia patologica incapacità di concludere i discorsi, ma sarebbe solo un inconcludente discorso che si dimostrerebbe logorroico e fuori tema, quindi lascio stare. Per voi, in fondo, non cambia granché, quindi che ve lo dico a fare? Per correttezza, comunque, faccio le mie scuse a chi si aspettava qualcosa. E ovviamente non prometto nulla, potrei tornare qui fra altri due mesi senza alcun preavviso. Cercate di perdonarmi.

Riassunto delle puntate precedenti: i Silent Eyes sono tutti vivi e stanno bene. Si sono messi a fare musica loro, mi hanno detto che si erano stufati di fare la cover band e dal giorno del mio addio (o meglio, del mio arrivederci, consumatosi in mezzo a molte facezie e parecchia birra) si sono chiusi in saletta a inventare riff e melodie che, spero, un giorno sentirò. Il mio ruolo futuro in questa nuova versione degli Iron Maiden di Castano Primo è ancora da definire, nel senso che dai pezzi che nasceranno, quando nasceranno, si capirà se c’è spazio per la mia voce. Per ora non si sa. In ogni caso, penso che ci rivedremo. Comunicazione di servizio: per chi non avesse idea di ciò di cui parlo, le informazioni del caso le trovate nel precedente post.

Nel frattempo prosegue l’avventura di Funk Bazar (titolo di lavorazione, pregasi non divulgare, anche se scrivendolo qui l’ho già divulgato io a qualche milione di potenziali lettori, vabbè tant meglio), il primo meraviglioso disco dei Vappa. Le registrazioni sono pressoché concluse, mancano i cori su un paio di pezzi e Stefano deve rifare alcune parti di chitarra con una Les Paul bella-bella-bellissima che gli ha prestato un amico, così vengono belle grasse e cattive. A me piacevano anche quelle che ha fatto con la sua Strato, ma lui dice che così è meglio. Mai discutere con i chitarristi.

Sta venendo un bel lavoro. Ovviamente tutti speriamo (e qui proseguo con una mano sola) che questo disco ci lanci quanto prima nell’olimpo delle rockstar miliardarie, ma anche se non lo facesse sarà comunque un cd da poter far ascoltare agli amici dicendo “questo è il MIIIIIO disco” e sparandosi le pose. Facendo un paragone con il demo (unico oggetto confrontabile, essendo l’unica registrazione da studio di parte delle canzoni di FB), le canzoni sono registrate ZILIONI di volte meglio, è stata fatta una discreta ricerca sui suoni e sono state aggiunte delle tracce, in particolare cori, doppiaggi, parti acustiche, tutte quelle finezze che magari nemmeno si sentono ma danno un sacco di sostanza, tracciando l’essenziale distinzione fra il “demo” e il “disco”. insomma, con tutta la modestia del caso… Anzi, chissenefrega della modestia del caso: il disco è bello, e gli eventuali discografici che decideranno di non distribuircelo sono tutti dei grandissimi coglio… Ahem, non spingiamoci troppo oltre.

Rimanendo in tema, l’altro giorno mi sono messo a spulciare fra le mie vecchie cassette alla ricerca di qualche stupidata da inserire fra una canzone e l’altra, a mò di intermezzo, tanto per sentirci un po’ più simili ai gruppi seri che registrano tante belle cosine inutili-ma-che-fanno-tanto-figo fra una traccia e l’altra. Non so, come quando gli U2 hanno messo un tizio in strada che cantava “Freedom for my people” prima di Hawkmoon 269 su Rattle and Hum (era prima di Hawkmoon 269? Azz, non mi ricordo più), o Dave Matthews che risponde al cellulare fra Rapunzel e Last Stop… Insomma, quelle robe lì. Ecco, io fra una canzone e l’altra ci volevo mettere alcuni spezzoni del Diego Show, uno stupendo spettacolo radiofonico che io, nello splendore della mia età prepuberale, registravo con un microfonino sullo stereo di casa nei lunghi pomeriggi autunnali, quando ancora abitavo a Lodi. Si parla di… Uhm… Vent’anni fa?

Il Diego Show era una sorta di contenitore pomeridiano (nel senso che lo registravo di pomeriggio) un po’ alla Domenica In, però per radio. Come nella migliore tradizione dei varietà di quegli anni si alternavano interviste (a malcapitati amici che non sapevano mai cosa dire e causavano le mie profonde incazzature per la loro patologica mancanza di fantasia e interpretazione), canzoni (rigorosamente cantate da me, con tanto di accompagnamento musicale “vocale” fra una strofa e l’altra) e quiz, anche questi realizzati brutalizzando amici miei e dei miei genitori, costretti a rispondere a domande idiote e a fare cose stupide tipo lanciare palline da ping pong dentro bicchieri posti a metri di distanza, con io che registravo la cosa in audio. Durante i mondiali dell’86 ricordo che mi misi a registrare anche delle finte telecronache di partite di calcio, con tanto di “commento tecnico” a cura di Michele, uno dei miei amici dell’epoca, che si sforzava di essere coinvolgente e credibile (credibile nei confronti di chi, poi?), con risultati alterni che andavano dall’annoiato-ma-ti-dò-corda allo scazzato-ti-prego-smettila, al vai-a-cagare-mi-sono-rotto. Non vedo Michele da più di dieci anni, nonostante sia andato più volte a trovare i suoi genitori. Ho il sospetto che mi stia evitando.

Del Diego Show mi sono rimaste due cassette, una sovraincisa su una fantastica cassetta-lezione di aerobica di Lara Saint-Paul presumibilmente acquistata da mia madre su qualche rivista (e resa registrabile coprendo i forellini superiori con lo scotch, nella migliore tradizione dell’epoca) e una su una SERISSIMA tdk da quarantasei minuti, che all’epoca, almeno per me, era un supporto di lusso. Credo che nella soffitta dei miei ci sia anche dell’altro, ma sono troppo pigro per andare a cercare.

Per dirla tutta non so nemmeno se sul disco ci finirà davvero qualcosa, del Diego Show. Quelle registrazioni, intendiamoci, sono un tantino imbarazzanti, perché se è vero che da un lato puoi sempre dire “avevo dieci anni”, dall’altro quello che si sente canticchiare motivetti senza senso e inventare nomi di concorrenti inesistenti che rispondono a quiz di dubbio interesse sei incontrovertibilmente e drammaticamente tu. Al momento non riesco ad ascoltare più di tre secondi di cassetta senza provare sensazioni di vergogna profonda tipo “nudo in mezzo a piazza Tien An Men” e schiacciare immediatamente stop. La cosa mi succede anche quando sono da solo, figuriamoci farla sentire ad altri, mi verrebbero l’itterizia, i foruncoli e le convulsioni. Però sarebbe interessante, anche se qualcosa del genere l’ha già fatta Samuele Bersani, se non sbaglio prima della Barcarola Albanese in fondo a Freak (o forse era ***?).

Al di là del disco, quelle cassette hanno per me un’importanza tutta particolare. Nella mia famiglia non c’è mai stata una videocamera (o meglio, c’è stata, ma molto più tardi, io ero già grande e comunque non l’ho mai utilizzata tantissimo), e quindi al di là della valanga di foto gli unici ricordi “mobili”, “dinamici”, “vivi”, se mi passate il termine, della mia infanzia, sono lì dentro. Sono l’unica testimonianza che ho di me a nove, dieci, undici anni, con la mia vocina da bambino e le mie seghe mentali, i miei mondi immaginari e le mie manie di grandezza. Di tutte quelle cose che crescendo finisci per nascondere, nella migliore delle ipotesi, ed eliminare, nella peggiore. Della mia “anima candida” che Monica (quella della canzone), il marketing, l’università, la vita e tutta questa smania di crescere e maturare hanno finito per mangiarsi, lasciandomi solo qualche briciola che ancora cerco di ficcare nelle mie canzoni.

Che dire, mancano ancora tre giorni, eppure sono già entrato nel tunnel dei trentenni che vogliono tornare bambini. Mah. Buona giornata a tutti.

i commercialisti del signore.

1 Giugno 2005, Mercoledì

E’ cominciato tutto poco più di un anno e mezzo fa. Era il settembre del 2003: da qualche settimana i NoDrumma avevano esalato il loro ultimo respiro in uno scantinato di Cavaria, dopo trenta mesi buoni di onorato servizio come cover band. E io stavo cercando un nuovo gruppo. Avevo già fatto un provino con una band dal nome abbastanza pittoresco, che mi aveva davvero impressionato. Erano davvero bravi, ma non pensavo mi avrebbero preso. Così nel frattempo mi ero aggregato a tre simpatici ragazzi di Busto Arsizio, gli Eufòria, che avevano in mente di mettere insieme un gruppo pop “minimalista”, una cosa tipo i Velvet, quattro elementi, riffettini divertenti, io amo te perché tu ami me, cose così. Avevano le idee chiare, i ragazzi: “facciamo una quindicina di cover, ci ficchiamo dentro i nostri pezzi che abbiamo già scritto, facciamo un po’ di serate, poi troviamo un produttore e diventiamo famosi“. Wow. Io ho assistito alla prima parte del progetto. Alle prime cinque cover, per essere precisi. Poi mi hanno proposto di fare “Almeno stavolta” di Nek, e la prova dopo mi sono presentato dicendo che mi era andato male un esame importantissimo, e dovevo assolutamente mollare il gruppo per laurearmi. Che vergogna. Chissà che fine hanno fatto.

Uno di quei pomeriggi ricordo che Fiorella, la mia maestra di canto, mi disse che la sera prima era passato da lei un ragazzo, chiedendole se per caso uno dei suoi allievi fosse disponibile ad entrare nel suo gruppo, che ormai era senza cantante da marzo. Lei, sapendo che in quel periodo ero “a spasso”, gli aveva fatto il mio nome. Così mi diede il numero. Telefonai a Paolo appena uscito da lezione. Saltò fuori che era il batterista di un gruppo metal, i Silent Eyes, che veniva anche lui a lezione (di Batteria) in Villa Pomini e che qualche mese prima aveva messo un annuncio in bacheca, proprio per cercare un cantante. Feci mente locale e mi ricordai che effettivamente qualche mese prima nella bacheca della scuola avevo notato un annuncio che diceva una cosa del tipo “Cercasi cantante heavy metal con voce tipo Bruce Dickinson, Eric Adams, Andi Deris“. Un po’ come dire “Cercasi calciatore con piedi tipo Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Pelè”. Avevo accantonato quell’annuncio all’istante, non prima di essermi fatto una grassa risata. ‘Sti qua non troveranno mai nessuno, avevo pensato, e le mie previsioni si erano rivelate funestamente corrette.

Un gruppo metal, insomma. Avevo telefonato al batterista di un gruppo metal. Che cercava un cantante metal. E io stavo a un cantante metal più o meno come un canguro sta ad un transatlantico. Tutto lasciava pensare che la cosa si sarebbe esaurita lì, dopo quel piccolo ma essenziale chiarimento. Invece io e Paolo rimanemmo al telefono per un’ora. Attaccai soltanto quando mi si scaricò la batteria del telefono, e chiudendo la telefonata mi resi conto che non ci eravamo nemmeno messi d’accordo sulle canzoni che avrei dovuto studiare per il provino. Perché, primo, Paolo mi convinse a farlo, quel provino, nonostante il metal. E perché, secondo, per un’ora parlammo di una marea di cose, ci raccontammo di tutto, parlammo di musica, di improvvisazioni, di cover riarrangiate, di donne e di vacanze, ridemmo e scherzammo come due persone che si conoscevano da sempre. E non ci eravamo mai visti prima. Mi lasciai letteralmente travolgere dal suo entusiasmo, che avrebbe tranquillamente potuto spostare montagne con la stessa facilità con cui mi comunicava come arrivare a Castano Primo. Fu letteralmente incredibile.

A Castano Primo ci andai una settimana dopo. Me lo immaginavo come un luogo arcano e misterioso, che immaginavo ostile e lontanissimo, un po’ come quella famosa sera di ritorno dal concerto degli U2. Invece, quella sera, mi si manifestò sotto forma di saletta-francobollo, con le pareti ricoperte di spugna bianca a piramidi e il pavimento di moquette rossa. Cantai Enter Sandman e Master of the wind, probabilmente le uniche canzoni metal che a quei tempi conoscevo ed ero in grado di cantare. E poi parlammo e scherzammo per un paio d’ore buone.

I Silent Eyes non suonano benissimo, è inutile negarlo. Il confronto con i Vappa non regge, da nessun punto di vista, e quello con la media delle cover bands che girano per locali li pone, secondo me, nella media o appena sopra. Ma non conta. I Silent Eyes, prima di essere una band, sono un gruppo. Il gruppo, per come la gente comune immagina che il gruppo debba essere. Sono unici e indivisibili, amici da una vita, uno per tutti e tutti per uno, una stirpe, una compagnia, un vero e proprio clan. Da quando suono con i Vappa sono “il cantante dei Vappa”. Da quando suono con i Silent Eyes sono un Silent Eye. Basta vedere il loro sito, che è bello finché si vuole, e vorrei vedere, con un web designer e un ingegnere informatico nel gruppo, ma al di là della facciata sprizza energia ed entusiasmo da ogni pixel. Basta parlare con Paolo dieci minuti, e meravigliarsi come me di come riesca a mettere chiunque a proprio agio nei primi dieci secondi di conversazione. In un anno e mezzo di Vappa ho imparato cosa vuol dire suonare “sul serio”, scrivere e interpretare le proprie canzoni e tentare di farsi strada in questo ambiente. In un anno e mezzo di Silent Eyes ho conosciuto quattro dei miei migliori amici.

Con Paolo, Fabio, Dic e Chegue ho suonato in giro una quindicina di volte. Sono stati concerti divertentissimi, sempre e comunque. Forse nessuno è mai venuto a decantare quanto suonassimo bene, ma tutti, sempre, sono rimasti entusiasti dello spettacolo. I Vappa ci hanno messo del tempo ad abituarsi alle mie “stranezze” sul palco. I Silent Eyes mi sono venuti dietro subito. E così sono nati i Commercialisti del Signore, il Mazurka Metal, le mani che roteavano sul finale di Melancholy, “Il master da lei richiesto non è al momento disponibile”, Fear of the Duck, Fear of the Park, Fear of the Mark e Fear of the Shark. Abbiamo rovinato una festa dell’oratorio, con i figli che pogavano sotto il palco e le madri che mi sussurravano all’orecchio “non è che potete suonare qualcosa di un po’ più dolce?”. Abbiamo fatto da ciliegina sulla torta ad un raduno di bikers, con il festeggiato che alla fine ci ha minacciato di gonfiarci di botte se non gli risuonavamo Bomber. Grazie ai Silent Eyes ho conosciuto un genere che prima mi era totalmente ignoto. Ho imparato ad amare i Motorhead, i Maiden e i Black Sabbath, i “Rage e basta” e i Manowar, i Saxon e i Running Wild. E ho scoperto che fare il metallaro mi piace, se a farlo con me ci sono anche loro.

E poi c’è tutto il resto. C’è la Crew dei Silent Eyes, che ci viene a vedere sempre, con i suoi riti e i suoi miti. C’è il Guru, il metallo fatto persona, che non manca mai e mi presta sempre il suo ciondolo dei Blind Guardian. C’è l’enorme batteria di Paolo, ridicola nella sua potenza, che occupa da sola metà della nostra saletta. C’è tutto e il contrario di tutto, in questi quattro ragazzi che mi hanno cambiato la vita. Paolo e gli altri mi sono stati vicini in un sacco di occasioni. Mi hanno sopportato nei mesi della tesi, quando per vedermi cinque minuti sveglio bisognava prenotare. Mi hanno tirato su quando le cose andavano davvero male. Mi hanno portato in giro per chilometri, e lo fanno ancora, da quando non ho più la macchina. E hanno sopportato in silenzio l’inevitabile dualismo con i Vappa, sapendo di essere in una posizione di svantaggio, senza mai farmelo pesare. Li conosco da meno di due anni, ma li amo come fratelli.

Purtroppo, le mie corde vocali non sono d’accordo. La prima avvisaglia c’è stata un anno fa, quando con i Vappa a Parabiago mi è partita la voce dopo tre canzoni. Poi due settimane di raucedine, afonia e antinfiammatori. E’ successo di nuovo a dicembre, e siamo passati a tre settimane di antibiotici. E’ successo di nuovo un mese fa. E se vado avanti così succederà ancora chissà quante volte. Perciò, entro stasera, mi toccherà prendere la decisione che ho rimandato, evitato e temuto per un sacco di tempo. Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Ma speravo che le circostanze, le motivazioni, il momento… Boh, speravo che sarebbe stato diverso. Inutile inventare palle: speravo che non sarebbe mai successo. Invece succederà. Perché voglio continuare a cantare, e di corde vocali ne ho solo due, che non si cambiano come quelle della chitarra. E il metal, che pure ormai amo, me le tira al limite ogni volta, ed esige un tributo che sta diventando troppo pesante.

Stasera andrò dai Silent Eyes, e gli spiegherò tutto questo. Forse loro lo sanno già, se ne rendono conto, oltre che amici sono anche ragazzi intelligenti. Ma dovrò ugualmente trovare il coraggio di dirgli che tutto questo finirà. E ho paura. Paura di lasciare per strada un gruppo che di strada merita ancora di farne tanta, di abbandonare un sogno proprio quando stava per nascere, di spezzare di nuovo quell’equilibrio meraviglioso che avevamo creato. Ma soprattutto ho paura di perdere tutto il resto. Non so, non so davvero come farò.

Oggi fiorella mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stava la mia gola. Le ho risposto che stasera non sapevo cosa fare. Lei mi ha risposto “Devi farlo, gli amici capiscono”.

Ho paura.