Oggi il post lo finisco. Qualsiasi cosa salti fuori da queste dita, prometto che la posto. Aggiungerei “e che cazzo”. Prometto a chi, poi? In questo momento a me stesso, visto che se questa frase non appare sul blog è come se non l’avessi promesso a nessuno. In pratica è una promessa che per il solo fatto di essere formulata si realizza. Interessante paradosso semantico. Vi lascio nella contemplazione, e passo oltre.
E’ da giugno che non passo di qui. O meglio, ci passo in continuazione, scrivo, poi rinuncio e cancello. E’ assurdo, e abbastanza frustrante. Non è che non abbia avuto tempo, anzi, gli infiniti pomeriggi in ufficio, specie nelle ultime due settimane, erano l’ambientazione ideale per partorire discussioni filosofiche e buttare giù un paio di righe su questa immacolata distesa arancione. A proposito, dovrei fare qualcosa, comincia a non piacermi più. Non l’arancione, s’intende, quello rimarrà, ma vorrei rendere la pagina un po’ meno monotona, un po’ più artistica/colorata/varia/cacchiochebella, un po’ come quella dei blog di alcuni di voialtri che ogni tanto passate da queste parti. Qualsivoglia aiuto/consiglio/tentativo di dissuasione è ovviamente ben accetto, a patto che si consideri nell’offerta la mia patologica pigrizia, e la probabilità che alla vostra gentile offerta segua un imbarazzante silenzio, della pigrizia diretto discendente. Ma vi ringrazierò comunque per il pensiero.
Cosa stavo dicendo? Ah, sì, ho scritto un sacco ma non ho postato nulla. Solita storia, insomma. Potrei lanciarmi nella consueta disamina infinita a proposito della mia logorrea, del mio andare fuori tema e della mia patologica incapacità di concludere i discorsi, ma sarebbe solo un inconcludente discorso che si dimostrerebbe logorroico e fuori tema, quindi lascio stare. Per voi, in fondo, non cambia granché, quindi che ve lo dico a fare? Per correttezza, comunque, faccio le mie scuse a chi si aspettava qualcosa. E ovviamente non prometto nulla, potrei tornare qui fra altri due mesi senza alcun preavviso. Cercate di perdonarmi.
Riassunto delle puntate precedenti: i Silent Eyes sono tutti vivi e stanno bene. Si sono messi a fare musica loro, mi hanno detto che si erano stufati di fare la cover band e dal giorno del mio addio (o meglio, del mio arrivederci, consumatosi in mezzo a molte facezie e parecchia birra) si sono chiusi in saletta a inventare riff e melodie che, spero, un giorno sentirò. Il mio ruolo futuro in questa nuova versione degli Iron Maiden di Castano Primo è ancora da definire, nel senso che dai pezzi che nasceranno, quando nasceranno, si capirà se c’è spazio per la mia voce. Per ora non si sa. In ogni caso, penso che ci rivedremo. Comunicazione di servizio: per chi non avesse idea di ciò di cui parlo, le informazioni del caso le trovate nel precedente post.
Nel frattempo prosegue l’avventura di Funk Bazar (titolo di lavorazione, pregasi non divulgare, anche se scrivendolo qui l’ho già divulgato io a qualche milione di potenziali lettori, vabbè tant meglio), il primo meraviglioso disco dei Vappa. Le registrazioni sono pressoché concluse, mancano i cori su un paio di pezzi e Stefano deve rifare alcune parti di chitarra con una Les Paul bella-bella-bellissima che gli ha prestato un amico, così vengono belle grasse e cattive. A me piacevano anche quelle che ha fatto con la sua Strato, ma lui dice che così è meglio. Mai discutere con i chitarristi.
Sta venendo un bel lavoro. Ovviamente tutti speriamo (e qui proseguo con una mano sola) che questo disco ci lanci quanto prima nell’olimpo delle rockstar miliardarie, ma anche se non lo facesse sarà comunque un cd da poter far ascoltare agli amici dicendo “questo è il MIIIIIO disco” e sparandosi le pose. Facendo un paragone con il demo (unico oggetto confrontabile, essendo l’unica registrazione da studio di parte delle canzoni di FB), le canzoni sono registrate ZILIONI di volte meglio, è stata fatta una discreta ricerca sui suoni e sono state aggiunte delle tracce, in particolare cori, doppiaggi, parti acustiche, tutte quelle finezze che magari nemmeno si sentono ma danno un sacco di sostanza, tracciando l’essenziale distinzione fra il “demo” e il “disco”. insomma, con tutta la modestia del caso… Anzi, chissenefrega della modestia del caso: il disco è bello, e gli eventuali discografici che decideranno di non distribuircelo sono tutti dei grandissimi coglio… Ahem, non spingiamoci troppo oltre.
Rimanendo in tema, l’altro giorno mi sono messo a spulciare fra le mie vecchie cassette alla ricerca di qualche stupidata da inserire fra una canzone e l’altra, a mò di intermezzo, tanto per sentirci un po’ più simili ai gruppi seri che registrano tante belle cosine inutili-ma-che-fanno-tanto-figo fra una traccia e l’altra. Non so, come quando gli U2 hanno messo un tizio in strada che cantava “Freedom for my people” prima di Hawkmoon 269 su Rattle and Hum (era prima di Hawkmoon 269? Azz, non mi ricordo più), o Dave Matthews che risponde al cellulare fra Rapunzel e Last Stop… Insomma, quelle robe lì. Ecco, io fra una canzone e l’altra ci volevo mettere alcuni spezzoni del Diego Show, uno stupendo spettacolo radiofonico che io, nello splendore della mia età prepuberale, registravo con un microfonino sullo stereo di casa nei lunghi pomeriggi autunnali, quando ancora abitavo a Lodi. Si parla di… Uhm… Vent’anni fa?
Il Diego Show era una sorta di contenitore pomeridiano (nel senso che lo registravo di pomeriggio) un po’ alla Domenica In, però per radio. Come nella migliore tradizione dei varietà di quegli anni si alternavano interviste (a malcapitati amici che non sapevano mai cosa dire e causavano le mie profonde incazzature per la loro patologica mancanza di fantasia e interpretazione), canzoni (rigorosamente cantate da me, con tanto di accompagnamento musicale “vocale” fra una strofa e l’altra) e quiz, anche questi realizzati brutalizzando amici miei e dei miei genitori, costretti a rispondere a domande idiote e a fare cose stupide tipo lanciare palline da ping pong dentro bicchieri posti a metri di distanza, con io che registravo la cosa in audio. Durante i mondiali dell’86 ricordo che mi misi a registrare anche delle finte telecronache di partite di calcio, con tanto di “commento tecnico” a cura di Michele, uno dei miei amici dell’epoca, che si sforzava di essere coinvolgente e credibile (credibile nei confronti di chi, poi?), con risultati alterni che andavano dall’annoiato-ma-ti-dò-corda allo scazzato-ti-prego-smettila, al vai-a-cagare-mi-sono-rotto. Non vedo Michele da più di dieci anni, nonostante sia andato più volte a trovare i suoi genitori. Ho il sospetto che mi stia evitando.
Del Diego Show mi sono rimaste due cassette, una sovraincisa su una fantastica cassetta-lezione di aerobica di Lara Saint-Paul presumibilmente acquistata da mia madre su qualche rivista (e resa registrabile coprendo i forellini superiori con lo scotch, nella migliore tradizione dell’epoca) e una su una SERISSIMA tdk da quarantasei minuti, che all’epoca, almeno per me, era un supporto di lusso. Credo che nella soffitta dei miei ci sia anche dell’altro, ma sono troppo pigro per andare a cercare.
Per dirla tutta non so nemmeno se sul disco ci finirà davvero qualcosa, del Diego Show. Quelle registrazioni, intendiamoci, sono un tantino imbarazzanti, perché se è vero che da un lato puoi sempre dire “avevo dieci anni”, dall’altro quello che si sente canticchiare motivetti senza senso e inventare nomi di concorrenti inesistenti che rispondono a quiz di dubbio interesse sei incontrovertibilmente e drammaticamente tu. Al momento non riesco ad ascoltare più di tre secondi di cassetta senza provare sensazioni di vergogna profonda tipo “nudo in mezzo a piazza Tien An Men” e schiacciare immediatamente stop. La cosa mi succede anche quando sono da solo, figuriamoci farla sentire ad altri, mi verrebbero l’itterizia, i foruncoli e le convulsioni. Però sarebbe interessante, anche se qualcosa del genere l’ha già fatta Samuele Bersani, se non sbaglio prima della Barcarola Albanese in fondo a Freak (o forse era ***?).
Al di là del disco, quelle cassette hanno per me un’importanza tutta particolare. Nella mia famiglia non c’è mai stata una videocamera (o meglio, c’è stata, ma molto più tardi, io ero già grande e comunque non l’ho mai utilizzata tantissimo), e quindi al di là della valanga di foto gli unici ricordi “mobili”, “dinamici”, “vivi”, se mi passate il termine, della mia infanzia, sono lì dentro. Sono l’unica testimonianza che ho di me a nove, dieci, undici anni, con la mia vocina da bambino e le mie seghe mentali, i miei mondi immaginari e le mie manie di grandezza. Di tutte quelle cose che crescendo finisci per nascondere, nella migliore delle ipotesi, ed eliminare, nella peggiore. Della mia “anima candida” che Monica (quella della canzone), il marketing, l’università, la vita e tutta questa smania di crescere e maturare hanno finito per mangiarsi, lasciandomi solo qualche briciola che ancora cerco di ficcare nelle mie canzoni.
Che dire, mancano ancora tre giorni, eppure sono già entrato nel tunnel dei trentenni che vogliono tornare bambini. Mah. Buona giornata a tutti.