Archivio per la categoria ‘vappa’

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

stavamo dicendo.

30 Agosto 2005, Martedì

Oggi il post lo finisco. Qualsiasi cosa salti fuori da queste dita, prometto che la posto. Aggiungerei “e che cazzo”. Prometto a chi, poi? In questo momento a me stesso, visto che se questa frase non appare sul blog è come se non l’avessi promesso a nessuno. In pratica è una promessa che per il solo fatto di essere formulata si realizza. Interessante paradosso semantico. Vi lascio nella contemplazione, e passo oltre.

E’ da giugno che non passo di qui. O meglio, ci passo in continuazione, scrivo, poi rinuncio e cancello. E’ assurdo, e abbastanza frustrante. Non è che non abbia avuto tempo, anzi, gli infiniti pomeriggi in ufficio, specie nelle ultime due settimane, erano l’ambientazione ideale per partorire discussioni filosofiche e buttare giù un paio di righe su questa immacolata distesa arancione. A proposito, dovrei fare qualcosa, comincia a non piacermi più. Non l’arancione, s’intende, quello rimarrà, ma vorrei rendere la pagina un po’ meno monotona, un po’ più artistica/colorata/varia/cacchiochebella, un po’ come quella dei blog di alcuni di voialtri che ogni tanto passate da queste parti. Qualsivoglia aiuto/consiglio/tentativo di dissuasione è ovviamente ben accetto, a patto che si consideri nell’offerta la mia patologica pigrizia, e la probabilità che alla vostra gentile offerta segua un imbarazzante silenzio, della pigrizia diretto discendente. Ma vi ringrazierò comunque per il pensiero.

Cosa stavo dicendo? Ah, sì, ho scritto un sacco ma non ho postato nulla. Solita storia, insomma. Potrei lanciarmi nella consueta disamina infinita a proposito della mia logorrea, del mio andare fuori tema e della mia patologica incapacità di concludere i discorsi, ma sarebbe solo un inconcludente discorso che si dimostrerebbe logorroico e fuori tema, quindi lascio stare. Per voi, in fondo, non cambia granché, quindi che ve lo dico a fare? Per correttezza, comunque, faccio le mie scuse a chi si aspettava qualcosa. E ovviamente non prometto nulla, potrei tornare qui fra altri due mesi senza alcun preavviso. Cercate di perdonarmi.

Riassunto delle puntate precedenti: i Silent Eyes sono tutti vivi e stanno bene. Si sono messi a fare musica loro, mi hanno detto che si erano stufati di fare la cover band e dal giorno del mio addio (o meglio, del mio arrivederci, consumatosi in mezzo a molte facezie e parecchia birra) si sono chiusi in saletta a inventare riff e melodie che, spero, un giorno sentirò. Il mio ruolo futuro in questa nuova versione degli Iron Maiden di Castano Primo è ancora da definire, nel senso che dai pezzi che nasceranno, quando nasceranno, si capirà se c’è spazio per la mia voce. Per ora non si sa. In ogni caso, penso che ci rivedremo. Comunicazione di servizio: per chi non avesse idea di ciò di cui parlo, le informazioni del caso le trovate nel precedente post.

Nel frattempo prosegue l’avventura di Funk Bazar (titolo di lavorazione, pregasi non divulgare, anche se scrivendolo qui l’ho già divulgato io a qualche milione di potenziali lettori, vabbè tant meglio), il primo meraviglioso disco dei Vappa. Le registrazioni sono pressoché concluse, mancano i cori su un paio di pezzi e Stefano deve rifare alcune parti di chitarra con una Les Paul bella-bella-bellissima che gli ha prestato un amico, così vengono belle grasse e cattive. A me piacevano anche quelle che ha fatto con la sua Strato, ma lui dice che così è meglio. Mai discutere con i chitarristi.

Sta venendo un bel lavoro. Ovviamente tutti speriamo (e qui proseguo con una mano sola) che questo disco ci lanci quanto prima nell’olimpo delle rockstar miliardarie, ma anche se non lo facesse sarà comunque un cd da poter far ascoltare agli amici dicendo “questo è il MIIIIIO disco” e sparandosi le pose. Facendo un paragone con il demo (unico oggetto confrontabile, essendo l’unica registrazione da studio di parte delle canzoni di FB), le canzoni sono registrate ZILIONI di volte meglio, è stata fatta una discreta ricerca sui suoni e sono state aggiunte delle tracce, in particolare cori, doppiaggi, parti acustiche, tutte quelle finezze che magari nemmeno si sentono ma danno un sacco di sostanza, tracciando l’essenziale distinzione fra il “demo” e il “disco”. insomma, con tutta la modestia del caso… Anzi, chissenefrega della modestia del caso: il disco è bello, e gli eventuali discografici che decideranno di non distribuircelo sono tutti dei grandissimi coglio… Ahem, non spingiamoci troppo oltre.

Rimanendo in tema, l’altro giorno mi sono messo a spulciare fra le mie vecchie cassette alla ricerca di qualche stupidata da inserire fra una canzone e l’altra, a mò di intermezzo, tanto per sentirci un po’ più simili ai gruppi seri che registrano tante belle cosine inutili-ma-che-fanno-tanto-figo fra una traccia e l’altra. Non so, come quando gli U2 hanno messo un tizio in strada che cantava “Freedom for my people” prima di Hawkmoon 269 su Rattle and Hum (era prima di Hawkmoon 269? Azz, non mi ricordo più), o Dave Matthews che risponde al cellulare fra Rapunzel e Last Stop… Insomma, quelle robe lì. Ecco, io fra una canzone e l’altra ci volevo mettere alcuni spezzoni del Diego Show, uno stupendo spettacolo radiofonico che io, nello splendore della mia età prepuberale, registravo con un microfonino sullo stereo di casa nei lunghi pomeriggi autunnali, quando ancora abitavo a Lodi. Si parla di… Uhm… Vent’anni fa?

Il Diego Show era una sorta di contenitore pomeridiano (nel senso che lo registravo di pomeriggio) un po’ alla Domenica In, però per radio. Come nella migliore tradizione dei varietà di quegli anni si alternavano interviste (a malcapitati amici che non sapevano mai cosa dire e causavano le mie profonde incazzature per la loro patologica mancanza di fantasia e interpretazione), canzoni (rigorosamente cantate da me, con tanto di accompagnamento musicale “vocale” fra una strofa e l’altra) e quiz, anche questi realizzati brutalizzando amici miei e dei miei genitori, costretti a rispondere a domande idiote e a fare cose stupide tipo lanciare palline da ping pong dentro bicchieri posti a metri di distanza, con io che registravo la cosa in audio. Durante i mondiali dell’86 ricordo che mi misi a registrare anche delle finte telecronache di partite di calcio, con tanto di “commento tecnico” a cura di Michele, uno dei miei amici dell’epoca, che si sforzava di essere coinvolgente e credibile (credibile nei confronti di chi, poi?), con risultati alterni che andavano dall’annoiato-ma-ti-dò-corda allo scazzato-ti-prego-smettila, al vai-a-cagare-mi-sono-rotto. Non vedo Michele da più di dieci anni, nonostante sia andato più volte a trovare i suoi genitori. Ho il sospetto che mi stia evitando.

Del Diego Show mi sono rimaste due cassette, una sovraincisa su una fantastica cassetta-lezione di aerobica di Lara Saint-Paul presumibilmente acquistata da mia madre su qualche rivista (e resa registrabile coprendo i forellini superiori con lo scotch, nella migliore tradizione dell’epoca) e una su una SERISSIMA tdk da quarantasei minuti, che all’epoca, almeno per me, era un supporto di lusso. Credo che nella soffitta dei miei ci sia anche dell’altro, ma sono troppo pigro per andare a cercare.

Per dirla tutta non so nemmeno se sul disco ci finirà davvero qualcosa, del Diego Show. Quelle registrazioni, intendiamoci, sono un tantino imbarazzanti, perché se è vero che da un lato puoi sempre dire “avevo dieci anni”, dall’altro quello che si sente canticchiare motivetti senza senso e inventare nomi di concorrenti inesistenti che rispondono a quiz di dubbio interesse sei incontrovertibilmente e drammaticamente tu. Al momento non riesco ad ascoltare più di tre secondi di cassetta senza provare sensazioni di vergogna profonda tipo “nudo in mezzo a piazza Tien An Men” e schiacciare immediatamente stop. La cosa mi succede anche quando sono da solo, figuriamoci farla sentire ad altri, mi verrebbero l’itterizia, i foruncoli e le convulsioni. Però sarebbe interessante, anche se qualcosa del genere l’ha già fatta Samuele Bersani, se non sbaglio prima della Barcarola Albanese in fondo a Freak (o forse era ***?).

Al di là del disco, quelle cassette hanno per me un’importanza tutta particolare. Nella mia famiglia non c’è mai stata una videocamera (o meglio, c’è stata, ma molto più tardi, io ero già grande e comunque non l’ho mai utilizzata tantissimo), e quindi al di là della valanga di foto gli unici ricordi “mobili”, “dinamici”, “vivi”, se mi passate il termine, della mia infanzia, sono lì dentro. Sono l’unica testimonianza che ho di me a nove, dieci, undici anni, con la mia vocina da bambino e le mie seghe mentali, i miei mondi immaginari e le mie manie di grandezza. Di tutte quelle cose che crescendo finisci per nascondere, nella migliore delle ipotesi, ed eliminare, nella peggiore. Della mia “anima candida” che Monica (quella della canzone), il marketing, l’università, la vita e tutta questa smania di crescere e maturare hanno finito per mangiarsi, lasciandomi solo qualche briciola che ancora cerco di ficcare nelle mie canzoni.

Che dire, mancano ancora tre giorni, eppure sono già entrato nel tunnel dei trentenni che vogliono tornare bambini. Mah. Buona giornata a tutti.

magma.

16 Marzo 2005, Mercoledì

Cambiamenti. Speranze. Futuro. Parole e, beh, musica. Il caos primordiale, meraviglioso e terribile turbinio di variabili e traiettorie, collisioni e separazioni, particelle incontrollabili di vita che nascono, maturano e muoiono in continuazione. Io galleggio e, finché posso, osservo.

Ieri il mio capo mi ha dato una speranza. Pare che qui dentro io sia più popolare del previsto. E’ solo una speranza, non c’è nulla di certo. Ma è meglio che sentirsi dire che sono un incapace. Cambierò lavoro, diventerà tutto più grande e più complicato, ma forse avrò un lavoro.

Alcuni dei miei amici mi ritengono uno stronzo. Giorni fa uno di loro mi ha fatto incazzare, e glielo sono andato a dire. Loro (cogliere prego le relazioni chiave: io-lui che diventa “loro”) l’hanno presa come una ribellione, un intollerabile affronto alla sacralità del “gruppo”. Non sapevo che avessimo stabilito inderogabili regole di comportamento. Forse nei prossimi mesi avrò qualche sabato sera libero in più.

La mia ragazza si è rotta un dito, giocando a pallavolo.

Ho scoperto che Paolo, il mio quasi-capo, scrive. E lo fa piuttosto bene. Ieri due suoi racconti sono passati dal mio pc, perché dovevo salvarglieli su un dischetto e lui il floppy non ce l’ha. Sono belli, davvero.

Ad aprile si fa il disco. Il mio primo album, una cosa seria. Non ha un titolo, non ha una copertina, ci sarà da spenderci un sacco di soldi che non abbiamo, soldi che con ogni probabilità non rivedremo più. Vediamo innanzi a noi produttori affamati di diritti, studi costosissimi e fatica, fatica e poi ancora fatica. E’ il nostro disco. Una di quelle cose per cui vale la pena spendere la vita.

Pezzi, che si attaccano, si staccano e spariscono sotto il tavolo, come quando facevo i puzzle con la mia mamma, da piccolo. Cominciavamo sempre dalla cornice. Ora no, la cornice non c’è, e vado a blocchi: trovo la variopinta camicia del pirata e cerco di finirla, ma se nel frattempo saltano fuori i pezzi della finestra della cabina metto insieme anche quelli. E tutti i pezzi blu, mi raccomando, nello stesso mucchio, sono il cielo e il mare, e un po’ alla volta verranno fuori anche loro. Un blocco qui, un blocco là. Chissà che cosa verrà fuori, alla fine.

Umilmente, buona giornata a tutti.

emergenza emergente.

3 Febbraio 2005, Giovedì

Oggi post polemico.Ieri sera noi Vappa abbiamo suonato al Transilvania Live, qui a Milano. L’abbiamo fatto “in gran segreto”, nel senso che non abbiamo invitato nessuno dei nostri amici, dirottandoli tutti verso la serata di domani, quando suoneremo in un pub di Lainate. Direte voi, “perché”? Mi appresto testé a darvi una risposta.

Ieri sera abbiamo suonato mezz’ora, alle undici e mezza di sera, per le selezioni di “Emergenza Rock”, manifestazione planetaria volta a far fare tanti soldi ai suoi organizzato… Ahem, volevo dire, volta a promuovere band emergenti. E come le promuoviamo, queste band emergenti? Semplice, gli chiediamo settanta euro per iscriversi (70, sette biglietti da dieci, ci terrei a sottolineare la cosa), dopodiché organizziamo una serie di concerti in un paio locali milanesi, di quelli che se ci suoni dopo puoi andare in giro a fare il figo (tipo il Transilvania, appunto, ma le selezioni del turno successivo si fanno nientepopodimenoche al Rolling Stone, wow, fico, non sto più nella pelle, devo partecipare a tutti i costi), in cui ’sti gruppi, sette per sera, si esibiscono per mezz’ora a testa davanti a un pubblico che poi (occhio che arriva la battuta) li VOTA. Esatto, siore e siori, il PUBBLICO li vota. Non esiste giuria. Ci sono semplicemente una massa di simpatici omini festanti che alla fine dell’esibizione, approfittando delle meraviglie tecnologiche che la nostra illuminata epoca ci offre, esprimono la propria preferenza per ALZATA DI MANO. Grande.

Ora, al di là della grezzezza (grezzitudine, grezzità, grezzeria, come cacchio si dice?) della cosa, anche per un lobotomizzato è facile intuire l’inghippo: come si fa a passare la selezione e a raggiungere la mitica serata al Rolling Stone, che ti permetterà di sboroneggiare in secula seculorum con i tuoi amichetti anche se fai parte di un gruppetto di incapaci che strimpella quattro cover dei Litfiba? Semplice: contatti una trentina di amici fidati, magari di quelli che il giovedì mattina non lavorano, magari di quelli che i tredici euro di ingresso senza consumazione li paga papà, e gli chiedi di fare un giro al Transilvania di mercoledì sera per ascoltare le tue allegre cover dei Litfiba, pregandoli se possibile di alzare la manina alla fine dell’esibizione. Astuto.

Cambiando punto di vista, non c’è che dire: questi organizzatori sono delle vere faine. Non solo fanno pagare settanta euri a gruppo (ecco l’ultima frontiera! Pagare la gente per suonare è sorpassato! Anche suonare per la gloria e un tozzo di pane è sorpassato! Ora sono i GRUPPI che pagano per suonare, e non c’è nemmeno la birra inclusa! Evvai!), ma fanno anche in modo che i simpatici gonzi si portino dietro una trentina di imbecilli disposti a sborsare tredici euri a cranio, senza nemmeno mezza consumazione inclusa. Meraviglioso. C’è un che di diabolico in tutto questo. Vedo il signor Emergenza Rock in pole position per diventare il prossimo presidente del consiglio.

In sostanza, ecco la risposta: non avevamo una gran voglia di utilizzare i nostri amici per arricchire il signor Emergenza Rock. Sapevamo che non saremmo passati, ma ci siamo andati lo stesso, per sfizio, per divertirci un po’ in questo periodo in cui per suonare fuori bisogna raccomandarsi alla Madonna. E anche, in un eccesso di autostima, per provare un po’ di sani complessi di superiorità nei confronti degli altri gruppi presenti. L’anno scorso i vincitori di ’sto concorso ci hanno fatto da supporter, in una festa di paese in cui noi eravamo l’”evento” della serata. E ieri sera tutti i gruppi che hanno suonato prima di noi, nessuno escluso, ci hanno votato come miglior band della serata. Questo forse ci permetterà di essere ripescati, nonostante si sia arrivati quarti con i nostri miseri venti voti, presi da gente che ci ha apprezzati davvero, non conoscendoci, contrapposti ai quaranta di chi invece si è portato gli amici da casa.

E’ una magra soddisfazione. Sapere che sei comunque una delle migliori band sulla piazza, e che gli altri gruppi lo sanno, tanto da venirti a dire, alla fine del concerto “ditelo, che siete venuti qui per farci fare brutta figura”. E’ una magra soddisfazione perché alla fine non serve a niente.

Domani, forse, il locale lo riempiremo anche noi con i nostri amici. E anche domani arricchiremo un fastidioso gestore che probabilmente preferirebbe suonassimo cover di Ligabue. Ma almeno suoneremo la nostra musica in santa pace, senza dovercene andare dopo venti minuti, e senza prendere per il culo nessuno.

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

schizofrenia potenziale.

21 Settembre 2004, Martedì

Non è vero che non esiste più la mezza stagione. Sono due giorni che giro tranquillo e beato con il mio giumbotto di cotone nero apposito, e si sta da Dio.

Sono giorni dubbiosi, questi. Fin dalla settimana scorsa continuano a capitare cose che mi ricordano quanto la mia vita, da qui ai prossimi mesi, si svolgerà su due binari distinti, che oggi sono paralleli ma poco a poco finiranno per divergere. Sbilenca metafora per raffigurare come ogni giorno io mi trovi davanti al dilemma della scelta fra un’altamente improbabile ma sicuramente meravigliosa carriera da rockstar e una decisamente più fattibile ma molto meno esaltante carriera da impiegato nel marketing. La settimana scorsa, qui in ufficio, ho terminato un lavoro abbastanza “tirato per i capelli” che mi ha fruttato i complimenti del direttore marketing, giratimi dal mio capo. Una di quelle soddisfazioni che per uno stagista valgono parecchio. Per qualche ora (beh, dai, diciamo pure qualche giorno) ho quasi creduto di essere bravo a fare questo lavoro.

Nel frattempo però ho anche rivisto i miei insegnanti di canto, che ovviamente hanno passato buona parte della serata a chiedermi com’era andata l’estate, e i gruppi come vanno, e quanti concerti avete fatto, e come siete messi per quest’autunno, e il disco quando lo fate, eccetera eccetera eccetera. E così anche buona parte degli altri ragazzi che vengono a lezione, per molti dei quali, del tutto ingiustificatamente, sono una specie di “idolo”, in quanto il mio avere ben due gruppi che fanno serate mi fa passare per una specie di celebrità. E’ inutile negarlo, questo è il lavoro che vorrei fare. E mi accontenterei, per il momento, anche di uno stipendio poco più che da fame, arrangiandomi con le serate, tutte quelle che si riesce a rimediare, un tot alla settimana sperando di fare il botto prima o poi. Il fatto è che, per ora, non riuscirei a fare nemmeno quello. Come dice De Gregori, per il momento non si alza una lira. Si suona tanto, ma si guadagna poco. Quando va bene. Quando va male non si suona nemmeno. L’importante, però, è continuare a crederci.

Così non mi stupisce che il mio rispondere “cantante” a chi mi chiede cosa faccio nella vita talvolta lasci la gente un po’ perplessa. Perché “cantante”, nell’immaginario comune, corrisponde a Tiziano Ferro o Mick Jagger, che spero mi perdonerà per averlo inserito nella stessa frase con quello prima. “Cantante” è un tizio strafico che passa in tv e vende milioni di dischi. E’ anche, tra l’altro, un tizio pieno di soldi. Vai poi tu a spiegare alla gente che “lavoro” non è necessariamente ciò che ti permette di campare, ma ciò che, fra le tue attività, occupa la maggior parte delle tue energie, oltre che della tua volontà. Per questo mi sforzo di credere, ancora oggi, che il mio vero “lavoro” sia su un palco. Ma, ogni tanto, anche io finisco per credere che forse dovrei cominciare ad abituarmi a questo ufficio. Per fortuna, almeno per ora, succede di rado.

Umilmente, buona giornata a tutti.