Archivio per la categoria ‘vediamo se mi ricordo’

phil tifa boston.

6 Giugno 2008, Venerdì

…e sinceramente non me l’aspettavo. Voglio dire, uno dei sacri dogmi che mi hanno sempre guidato nel “fotografare” le persone, almeno quelle della mia età, è sempre stata la squadra per cui tifavano nelle storiche finali NBA degli anni ‘80, quelle fra Lakers e Celtics. Finali che io NON ho visto, se non a decenni di distanza, e delle quali dal punto di vista cestistico non capivo una mazza, visto che nell’84 avevo 9 anni e non avevo mai visto un pallone da basket da vicino, fatte salve le volte in cui d’estate andavo a trovare i miei zii, e guardavo Manlio fare le partitelle con i pulcini della Juvecaserta, capendoci anche lì ben poco.

Ma non era necessario vederle, quelle sfide, anzi, forse proprio il fatto di NON vederle, la mancanza di informazioni, quelle poche immagini che arrivavano accompagnate dal commento del grande Dan, i servizi di American Ball, tutti quei colori e quei nomi altisonanti , tutti quegli highlights al rallentatore (pardon, “spezzoni”, all’epoca “highlights” era un termine al quale come minimo avrei risposto con un sonoro “tua sorella”), non facevano che alimentare il mito, la grande leggenda dello sport americano, che oggi sembra così semplice e immediato, con nba.com che pubblica i risultati in tempo reale e Andrea Bargnani prima scelta assoluta, ma all’epoca veniva davvero da un’altro pianeta.

Chi tifavi, nelle finali degli anni ‘80? I Lakers o i Celtics? Magic o Bird? Jabbar o Parish? Worthy o McHale? L’orgoglio o lo Showtime? Fino ad oggi, fino a prima che Phil mi facesse questa strana rivelazione, ero in grado di individuare la risposta a questa domanda con straordinaria precisione. Perché certe cose sono scritte nel destino: da piccolo tifi Celtics, e diventerai una persona precisa, ordinata, lavoratrice, con un’etica ferrea e un’affidabilità senza pari. Perché loro erano così, loro erano gli operai, i faticatori, quelli seri e affidabili. La loro stella era un bianco slavato e biondiccio, testardo come un mulo (e con lo stesso grado di atletismo), che magari non ti faceva mai saltare sulla sedia, ma che non mollava mai, e per questo sarà sempre ricordato come uno dei più grandi. Loro erano la tradizione, la dinastia, l’orgoglio, quelli duri a morire, quelli che incassavano senza mai darsi per vinti.

Manco a dirlo, io tifavo Lakers. Per Kareem, certo, perché come fai, a dieci anni, a non amare un tizio che si chiama KAREEM ABDUL JABBAR, anche se non l’hai mai visto in vita tua? Perché erano gialli e viola, opposti a quel triste verdino bostoniano, e mai contrasto cromatico fu più rivelatore. Perché il loro più grande eroe si chiamava Magic, e incarnava in sé tutto ciò che lo sport deve essere per un bambino di dieci anni: una magia. Magic che sul campo faceva quello che voleva. Magic che giocava in tutte le posizioni. Magic che sguardo da una parte, palla dall’altra. Magic che, accidenti a lui, sorrideva sempre, e chi mai gliela dava quell’energia ancora me lo chiedo, e ancora me lo chiedevo quando nel ‘93 lo venni a vedere qui al Forum, quando ormai si era ritirato e la malattia l’aveva reso più grasso e più lento. E sorrideva lo stesso.

Se nella vita almeno una volta hai cercato di essere fuori dagli schemi, se sei impulsivo, inaffidabile, se sei uno da colpi di testa e decisioni dell’ultimo momento, se la noiosa routine non fa per te, se vivi di sogni e per tutta la vita sei stato perseguitato da persone che per qualche motivo ti hanno considerato “strano”, allora, beh, da piccolo tifavi Lakers. Non si scappa. E da un markettaro come Phil, da uno che ha inventato i film di Natale e ha condiviso con me milioni di frasi sul buon vecchio Chuck, beh, non me l’aspettavo. Non che Phil non sia anche serio, ordinato e affidabile, per carità, lo è molto più di me. Ma, beh, ci sono rimasto un po’ male, ecco. Tutti i teoremi falliscono, prima o poi.

Tutto questo per dare il mio piccolo contributo alla celebrazione del fatto che da ieri sera, dopo più di vent’anni, Lakers e Celtics sono di nuovo in finale. Finale che non ha niente a che vedere con quelle di vent’anni fa: non ci sono più i buoni e i cattivi, le formiche e le cicale, con Garnett, Pierce e Allen da una parte e WonderKobe dall’altra lo spettacolo è garantito ai quattro angoli del parquet, senza pause né timori di smentita. Ma il mito rimane. Anche se la testa, la mia, non è proprio più la stessa di quando avevo dieci anni, e se in tutto questo tempo il basket ho imparato a conoscerlo molto meglio, da spettatore e da giocatore, senza diventare un guru ma con almeno la capacità di capire la differenza fra un blocco e una stoppata. E anche se non sono più innocente, se oggi Sky mi spara dirette di quattro ore con venti telecamere e ogni tipo di replay, se su internet sono in grado di capire in meno di dieci minuti anche quante volte Gasol è andato in bagno prima della partita, sembra ancora tutta una gigantesca favola. Perché questo, e solo questo, ai miei occhi, è lo sport.

Poi, certo, dopodomani cominciano gli europei di calcio. Ma, sinceramente, chissenefrega.

pane.

23 Aprile 2008, Mercoledì

La primavera sembra finalmente aver avuto la meglio sulle cisterne d’acqua che inesorabili si sono abbattute su di noi fino all’altroieri. Qui a Rozzano, però, stamattina c’era la nebbia. Ma ormai la prendo con filosofia, ho definitivamente accettato il fatto che si tratta di un fatto fisiologico, un’ineluttabile destino, un po’ come Berlusconi o la forfora: Milanofiori è un luogo avulso dal resto del mondo, una realtà parallela in cui tutto, dagli alberi ai cestini della spazzatura, dai parcheggiatori alle fermate dei bus, è pensato e creato a misura di impiegato, e come tale deve essere triste, mogio, ripetitivo e resistente a ciò che di mutevole ed eventualmente interessante proviene dall’esterno. La definitiva conferma è arrivata quando anche i campi a perdita d’occhio che vedevo dalla finestra del mio precedente ufficio sono stati invasi dalle montagne di fango trasportate dai tir provenienti dai lavori per la stazione del metrò. Poi mi hanno cambiato ufficio. Adesso dalla finestra vedo il tetto in lamiera del capannone vicino e un’insegna DHL in lontananza, ed è tutto molto più coerente e rassicurante.

Che c’entra questo con il pane? Niente. Era solo un’introduzione. Del pane parlo adesso.

Lo sono andato a comprare l’altroieri mattina, il pane. E’ successo per caso, sono uscito prima di andare in ufficio e sono andato a comprarlo dal panificio sotto casa. Il panificio sotto casa. A dirlo così sembra una cosa normale, quasi una frase fatta. In realtà erano anni, forse una decina, che non mettevo piede in un qualsiasi panificio sotto casa. Quello sotto casa mia, poi è uno di quei bei panifici spartani, sembra uscito di peso dagli anni settanta: banco in legno smaltato bianco senza fronzolo alcuno, alle sue spalle ceste di ferro, qualche scaffale di impronta vagamente sovietica con prodotti di merceologie rigorosamente affini (grissini, schiacciatine, merendine, massima divagazione qualche vasetto di marmellata o Nutella), un timidissimo banco del latte fresco rinchiuso nell’angolo, illuminazione scarna e insufficiente e cassiera di mezz’età con grembiule bianco infarinato d’ordinanza. Niente eleganti ceste in legno, niente artistiche composizioni in pasta di sale a forma di spiga-nastro-cupola di San Pietro, niente ferraresi creativi, niente luce calda e soffusa, anni luce di distanza dalle “panetterie evolute” alla Princi che tanto vanno di questi tempi. Il caro, vecchio “prestinaio”.

Ero lì, in coda dietro un paio di vecchiette, e il mio naso si beava di quel profumo antico, quasi dimenticato, così diverso dall’asettica perfezione degli ipermercati e delle baguette in busta dell’Auchan, così lontano e così semplice da sembrare finto. Il profumo del pane. Pagine e pagine sono state scritte, sul suo profondo significato e sul suo grande potere. Il potere di riportarmi a quando ero bambino, e andavo con le mie cinquecento lire a prendere la focaccia da mangiare all’intervallo. Di farmi ricordare della vecchia casa di Lodi, dove il panettiere passava alle otto, lasciava il sacchetto vicino al giornale sul pianerottolo e suonava il campanello prima di scappare via. O di quando, in vacanza in Sicilia, Maria arrivava per fare i mestieri e ci lasciava la pagnotta ancora calda.

E’ passato tanto tempo. Ma sembra molto di più. Oggi, nella mia vita aliena, il pane è in busta chiusa e ha marchi famosi. Ogni tanto mi sforzo ancora di prenderlo “fresco”, ma nei banchi del supermercato (eleganti ceste in legno, luce soffusa, eccetera eccetera) sembra sempre un po’ di plastica. E se è vero che potrei, con un piccolo sforzo, fare ancora il semplice gesto di uscire tutte le mattine, non per caso, a prendere i miei tre panini dal panificio sotto casa, è altrettanto vero che nella quotidiana gara podistica che mi trascina (tardi) in ufficio e poi di nuovo (ancora più tardi) a casa, un posto per quel gesto non c’è più. Se l’è preso il benzinaio, il casello, la coda in tangenziale, la suprema stanchezza che si mangia i miei giorni come un tarlo affamato. Un’altro granello che ho lasciato scorrere nella clessidra.

as time goes by – 1

11 Marzo 2008, Martedì

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Venerdì scorso, in riunione, ho scoperto per caso che al posto dell’ex minigolf di Gallarate sta per aprire un McDonald’s. I miei amici di Gallarate, quando gliel’ho detto, mi hanno guardato come se vivessi su Marte: a Gallarate lo sanno anche i sassi. Curioso come invece io l’abbia scoperto in ufficio, a Rozzano, per ragioni esclusivamente lavorative, e non semplicemente passandoci davanti, cosa che fino a qualche anno fa facevo con una frequenza notevole. Curioso come, ora che l’ho scoperto, io mi senta triste. Perché in fondo non è che fossi un frequentatore assiduo di quel posto. Anzi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse, il posto, ricordo giusto l’insegna di metallo bianco sbiadito, non più di un metro per cinquanta centimetri, che si notava appena passando in macchina su Viale Milano. E tanto per dirne un’altra, io lì a minigolf non ci ho mai giocato.

Ma quel minigolf fetente, con i suoi annessi campi da beach volley a noleggio, infestati da zanzare a nugoli e da puntutissimi cespugli che bucavano sistematicamente qualsiasi pallone uscisse dalla rete di protezione, fra la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei 2000 ha ospitato chissà quante sfide notturne a pallavolo fra i frequentatori del vecchio negozio di fumetti di Mirko. E proprio in quel campo irregolare e sporco, dove il legamento era sempre in pericolo e il lombrico dimorava felice, è nato il gruppo di disperati che qualche anno dopo sarebbe confluito nella prima, sgangheratissima squadra di volley maschile della Horus Cassano, di cui per ben tre anni ho avuto l’onore di far parte.

Quel minigolf fetente, nella fattispecie il pub limitrofo, che cambiava nome e gestione ogni sei mesi e offriva di volta in volta balli latinoamericani, birre irlandesi, bistecche texane e insalate per impiegati ha ospitato la prima esibizione live dei NoDrumma (della quale riporto tamarrissimo flyer qui sopra…), la mia cover band di quando ero poco più che pischello, davanti alla canonica platea di amici esaltati che battevano le mani e cantavano felici anche davanti alla nostra esecuzione “non proprio perfetta”.

Quel minigolf fetente, con la sua insegna sbiadita e i suoi proprietari antipatici, in quelle cinque, dieci serate di inizio secolo si è preso un pezzettino di me. Razionalmente è assurdo, eppure è vero. Ora quel pezzettino finirà nel Big Mac di qualcuno, che se lo gusterà senza nemmeno farci caso.

uno che ne sa.

4 Settembre 2007, Martedì

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Quando si parla di musica, per qualche strano motivo la gente mi considera “uno che ne sa”. La cosa di solito mi fa sorridere, perché se è vero che il fatto di di aver studiato musica, di suonare in un gruppo e di ascoltare abitualmente cose un po’ diverse da Tiziano Ferro e (giusto per insistere ancora un po’ sul tema :D ) Justin Timberlake mi pone probabilmente un filino al di sopra della media nazionale, è altrettanto vero che a. ci sono orde barbariche di persone che “ne sanno” molto più di me e b. la musica è arte e non matematica, e conoscere tre dischi invece di uno non rende un ascoltatore migliore di un altro. Inoltre, è innegabile che buona parte del mio suscitare questa impressione derivi dall’inarrestabile logorrea che mi contraddistingue, caratteristica che mi porta a rispondere anche alla più semplice domanda a tema musicale con un discorso di venti minuti il cui novanta per cento è assolutamente fuori tema, ma fa tanto scena, spiazza l’ascoltatore, lo disorienta, lo assopisce e lo porta miracolosamente a credere che io sia il nuovo Lester Bangs, cosa, ovviamente, del tutto falsa.

Ma al di là delle considerazioni legate al mio background culturale e alla mia dannata tendenza alla pedanteria, da qualche tempo ci sono anche altri motivi che mi spingono a credere di non essere affatto una persona degna di cotanta considerazione (e per spiegarli, ovviamente, partirò da lontanissimo cominciando ad illustrare il consueto aneddoto, come sempre con dovizia di particolari e terminologia forbita, a titolo di esempio e nel vano tentativo di redere il discorso il più lungo possibile… :D )

Un mesetto fa, di ritorno dalla montagna, mentre Mirella sonnecchiava allegramente sul sedile accanto, ho tirato fuori dal porta cd Forty Miles, un album del signor Danny Click, blues rocker dell’Indiana ritratto tra l’altro qui sopra in un’esibizione al Blues to Bop di Lugano di qualche anno fa, disco meritevole ma non eccelso, che ho riascoltato con piacere dopo qualche anno dall’ultima volta. Disco, dettaglio importante, del 1998. A quei tempi la mia casa era piena di dischi come quello, dove l’espressione “dischi come quello” è da intendersi come “album decisamente interessanti di artisti decisamente sconosciuti”. Li compravo a nastro, dal buon vecchio Carù di Gallarate, dove il rock e il country sono di casa e dalle casse esce sempre qualcosa di buono.

A quei tempi la lista dei miei artisti preferiti comprendeva, insieme a “qualche” grosso personaggio, una schiera piuttosto nutrita di illustri sconosciuti: era già iniziata da tempo la mia deriva Springsteeniana, ascoltavo da un pezzo i R.E.M., i Counting Crows e i Pearl Jam, ma nel frattempo professavo imperterrito la mia ammirazione per gente come Todd Snider, Kenny Wayne Shepherd e James McMurtry, compravo dischi di Garnet Rogers, dei Swinging Steaks, di Juliana Hatfield, di Mary Cutrufello e di Matthew Ryan, per non parlare della mia sconfinata passione per il grande Jason Reed, di cui ho già parlato altrove, e del quale sono andato molto vicino a fondare addirittura un fan club. Erano anni in cui, se così si può dire, prendevo la musica maledettamente sul serio: leggevo il Buscadero tutti i mesi, spulciando ogni articolo manco fosse la Bibbia, compravo anche due o tre cd alla settimana e andavo a concerti (spesso meravigliosi) di gente assolutamente dimenticata da Dio, che suonava davanti a platee delle quali io e i miei amici spesso costituivamo una percentuale a due cifre.

Volendo potrei addirittura arrivare a vantarmi (se della cosa ha senso vantarsi) di essere stato, in quegli anni, un “precursore”: ho comprato il mio primo disco di Ben Harper quando un buon novantanove per cento del pianeta non aveva idea di chi fosse; conoscevo benissimo “quei tre tipi strani” che aprivano i concerti dei R.E.M. nel tour di Monster (erano i Grant Lee Buffalo, per anni miei idoli assoluti) e regalavo album di Norah Jones agli amici mesi prima che la signorina Shankar finisse nelle siglette di Retequattro. Ho conosciuto Ryan Adams quando ancora faceva il cantante (anzi, uno dei cantanti) dei Whiskeytown, ed ero fra i pochissimi, oltreoceano, che apprezzava Lyle Lovett come musicista e non come “quel tipo con la faccia strana che ha sposato Julia Roberts”. Ai tempi sì, era forse legittimo considerarmi “uno che ne sapeva”. Non un guru, certo, ma probabilmente uno di quelli a cui era interessante chiedere un consiglio su un cd da ascoltare.

Oggi, ahimé, non è più così. Ed è questo che mi dà fastidio. Oggi, dando un’occhiata alla mia pagina personale su Last.fm rimango spiazzato da quanto la musica che ascolto sia drammaticamente simile a quella che già ascoltavo otto, dieci, dodici anni fa. In mezzo al solito Springsteen (ti prego Bruce, perdonami per averti definito “solito”), agli Stones e ai Pearl Jam ci sono ancora i soliti Steve Earle, Bocephus King, Dave Matthews e Andrew Dorff, e se nella lista fossero compresi anche i cd che ascolto in macchina, e non solo gli mp3 che passano in ufficio e a casa, salterebbero fuori anche i Dan Bern, i Jack Ingram, i John Hiatt e i Dave Alvin. Una serie di personaggi che rappresentano veri e propri macigni all’interno della mia cultura musicale, magari non tutti sconosciuti, ma tutti legati allo stesso filo conduttore: li ho conosciuti, e ho cominciato ad ascoltarli, quando avevo venti, ventitré, venticinque anni. E da allora, se mi passate il termine, ho l’impressione che la mia “evoluzione” si sia fermata.

E’ vero, c’è anche qualche nome “nuovo”: sorvolando sugli Scissor Sisters (che in quella lista stanno come il branzino nella torta alla crema, ma che ci volete fare, mi piacciono un casino) un osservatore attento noterà nomi come i Wolfmother o i Black Rebel Motorcycle Club, gruppi relativamente recenti, che in parte “salvano” la situazione, ma fino a un certo punto. Come dire che sì, qualcosa di nuovo ascolto, una volta ogni tanto, ma tanto per cominciare si tratta di band relativamente famose, che quindi mi sono “piovute in testa” e non mi sono, come facevo un tempo, andato a cercare (negli ultimi anni, ad esempio, ho scoperto anche di apprezzare gruppi come i Muse o i Killers, ma è un po’ un’altra cosa, ed è passato parecchio tempo, rispetto a quando mi capitava di “scoprire” gruppi come i Say Zuzu o Jason Boland & the Stragglers), e poi si tratta, come è facile notare, di una sparuta minoranza. E tutto questo non è bene.

Comincio a sentirmi un po’ come quei vecchi sessantenni irranciditi, che in gioventù hanno ascoltato tonnellate di dischi e ogni volta che si trovano ad ascoltare qualcosa di nuovo, bello o brutto che sia, se ne escono con considerazioni del tipo “carino, ma niente a che vedere con (nome di rocker sessantenne che ascoltavano in gioventù), lui è sempre il migliore”. Voglio dire, non sono ancora arrivato a questo punto, ma poco ci manca. Mi sto rendendo conto un po’ alla volta di quanto le mie orecchie si siano “irrigidite” nel corso degli ultimi anni, e di quanto io sia diventato molto meno flessibile ed attento alla “nuova” musica di quanto non lo fossi anni fa. I Mars Volta? Tecnicamente spettacolari, ma alla lunga mi infastidiscono. I White Stripes? Troppo vuoti, tre canzoni e non li sopporto più. I Franz Ferdinand? Uguali a tutti gli altri gruppi indie. E via così. Il problema è che di anni non ne ho sessanta, ne ho trentadue, e a quest’età (come a sessant’anni, per la verità, ma vabbè) da me ci si aspetterebbe un po’ di apertura in più… L’impressione è che io abbia smesso di cercare la musica che mi piace, cosa che dal mio punto di vista costituisce la vera differenza fra i veri appassionati e chi la musica si limita a subirla. Un tempo non mi accontentavo di “aspettare” il nuovo disco dei miei artisti preferiti, ma mi tenevo occupato, mi guardavo in giro, “ingannavo l’attesa” cercando e scoprendo musica nuova. Oggi capita addirittura che mi perda le uscite dei miei artisti preferiti…

Volendo a tutti i costi trovare un modo per discolparmi, le armi a mia disposizione sarebbero parecchie; tanto per cominciare, oggi le mie giornate sono parecchio più piene di quanto non lo fossero dieci anni fa: oggi non ho più ’sto gran tempo per mettermi ad ascoltare musica. O meglio, ce l’ho (dopotutto iTunes è perennemente acceso mentre sono in ufficio, per la gioia dei miei colleghi, in macchina ho un’autoradio e in treno un iPod) ma, non è tempo “di qualità”, tempo “rilassato”, tempo in cui io non sia troppo occupato o troppo stanco, e in cui io sia quindi in grado di ascoltare musica “sul serio”. L’attenzione necessaria per dedicarmi ad ascoltare qualcosa di veramente nuovo mi manca. Il mio cervello è probabilmente troppo assorbito e troppo affaticato dal lavoro per concentrarsi su quello che sto ascoltando, e per questo motivo finisco per preferire pezzi e artisti che già conosco, che ho già “metabolizzato”, e che quindi mi rilassano e mi distraggono senza però impegnarmi troppo.

Secondo, è inutile negarlo: oggi ho molti meno soldi di quanti ne avevo dieci anni fa. Di conseguenza, anche se leggessi tuttora il Buscadero tutti i mesi come la Bibbia (e, mea culpa, non lo faccio più) non potrei comunque più permettermi di comprare i due/tre cd alla settimana sui quali indulgevo ai tempi d’oro. E se qualcuno sta pensando “ma c’è sempre il peer to peer”, beh, in realtà il peer to peer aiuta poco: al di là delle considerazioni puramente legali, parliamo di artisti che spesso su eMule non si trovano nemmeno, e che, anche se si trovassero, mi sentirei veramente un verme a scaricare, visto che si tratta spesso e volentieri di ragazzi che vendono due, tre, cinquemila copie dei loro album, e che più che mai meritano un supporto “materiale” alla propria attività.

E poi, volendo, si potrebbe anche fare una considerazione un po’ più generale, anche se si rischierebbe di sconfinare nella sindrome del sessantenne: forse, e dico forse, è almeno un pochino vero che il rock, oggi, non è più quello di qualche anno fa. Voglio dire, se gli stessi sedicenni che quindici anni fa per sentirsi “alternativi” ascoltavano i Pearl Jam oggi ascoltano i Linkin Park, è evidente che qualcosa è cambiato… Ormai i gruppi rock “overground” decenti i cui componenti abbiano un’età media inferiore ai cinquanta si contano sulle dita di una mano, e anche quelli “underground” scarseggiano. E per quanto riguarda l’alternative country che tanto mi piaceva a quei tempi, dopo l’incredibile boom che ha caratterizzato la seconda metà degli anni novanta siamo tornati in gran parte al buio più completo. O almeno così credo, visto che, come ho già detto, ormai da qualche tempo non sono più “dell’ambiente”.

E in fondo a tutto questo, per finire, c’è un aspetto forse ancora più malinconico: la mia vita non è più la stessa di cinque, otto o dieci anni fa. Le persone che frequentavo, quelle che a quei tempi erano la mia prima fonte di conoscenza, che mi segnalavano i dischi, che mi consigliavano e accompagnavano ai concerti, con le quali potevo parlare dei Blues Traveler e di Kelly Joe Phelps senza che facessero facce strane, oggi non ci sono più. Perché non ci vediamo più. Perché sono andate a vivere altrove. Perché anche loro hanno cominciato a sentire il peso dei tre paragrafi qui sopra. Perché un po’ tutti, come è inevitabile, siamo cambiati, e la “nostra” musica con noi. Vuol dire che sto invecchiando? Chissà. Nel frattempo, però, i consigli sulla musica cominciate a chiederli (anche) a qualcun altro…

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

fabrizio, come tanti anni fa.

11 Settembre 2006, Lunedì

Sabato sera, sai, sono andato a vedere la PFM. Mi hanno proposto i biglietti tre settimane fa, costava poco, era un evento, non li ho mai visti suonare e ho accettato. Solo dopo ho scoperto che buona parte del concerto sarebbe stato dedicato a Fabrizio De André, e solo lì, sul posto, ho scoperto che sarebbe stata una pedissequa riesecuzione di quei due dischi, i due live del ‘78/’79 di De André con la PFM, che tu avevi in vinile e che da qualche parte in soffitta devi avere ancora, anche se probabilmente non li ascolti da più di un decennio. Io me li sono ricomprati in cd, qualche anno fa, perché il giradischi non ce l’ho e, fra le altre cose, erano due importanti pezzi che mancavano alla mia collezione.

Strana, questa storia di De André: una settimana fa, il giorno dopo il mio compleanno, alla Corte del Ciliegio c’era la terza edizione di “Mille anni al mondo e mille ancora”, una manifestazione che ogni anno viene organizzata proprio davanti casa mia, in cui gruppi e cantanti da mezza Italia vengono a cantare le canzoni di Fabrizio, per tramandare e ricordare. E’ davvero una bella manifestazione: ci vanno in tantissimi, giovani, anziani e tanti trentenni come me che magari, proprio come me, con le canzoni di Fabrizio ci sono cresciuti. Ci sono foto, racconti, testimonianze e persino uno stand di cucina tipica ligure. E anche se tutta quella gente finisce per incasinarmi il viale e fregarmi il parcheggio, in fondo ne vale la pena. Pensa, proprio davanti casa, dal mio balcone si sente quasi come davanti al palco. Da tre anni. E’ un po’ come se mi perseguitasse, Fabrizio De André. Per tramandare, e soprattutto per ricordare.

Sabato sera mi sono venuti gli occhi lucidi parecchie volte. Ho risentito quelle canzoni, suonate in quel modo, le stesse canzoni che tu mi facevi sentire quando avevo cinque, sette, otto anni, nella tua macchina, con le cassettine che registravi la domenica pomeriggio dallo stereo del salotto. E anche sabato, a più di vent’anni di distanza, mi sono sorpreso a pensare che a varcare la frontiera in un bel giorno di primavera fosse il tuo amico Piero, che in guerra non c’era mai stato, ma che io nella mia ingenuità di bambino avevo identificato nel protagonista di quella canzone, tanto che quando molti anni dopo lui se ne andò, me lo immaginavo sul serio sepolto in un campo di grano, coperto da mille papaveri rossi. Ti ricordi? Mi capitava anche con la canzone di Marinella, che non era evidentemente dedicata a zia Marinella, ma vallo a spiegare a un bambino di otto anni.

Mi sono ricordato della mamma, che si metteva a ridere cercando di spiegarmi la storia del nano che aveva il cuore troppo vicino al buco del culo, o che mi raccontava di come il Pescatore parlasse in realtà di Gesù, che aveva versato il vino e spezzato il pane per chi aveva sete e chi aveva fame. Ci pensavo mentre ballavo e cantavo con i miei amici, e la gente mi guardava strano. E quando è partita Amico Fragile mi sono ricordato di quelle sere di gennaio in mezzo alla nebbia, quando di ritorno dalle lezioni di judo mi lasciavi in macchina per aprire la porta del garage. Intorno era tutto fumo, colorato dal bianco dei fari, dal rosso degli stop e dall’arancio intermittente delle frecce della vecchia bmw, e in macchina c’era quel lungo assolo di chitarra che mi faceva davvero pensare di essere evaporato in una nuvola rossa. Certo, all’epoca non avevo idea di cosa fosse un assolo, e l’unica chitarra che conoscevo era la vecchia e scassata acustica su cui studiava Marcello, ma l’effetto era buono ugualmente.

E per tutta la sera ho avuto davvero voglia di chiamarti, di dirtelo, di farti sapere che ero lì, e che in qualche modo lì, in quel campo sportivo di Fagnano Olona, c’eri anche tu, o almeno quella parte di te che ancora, nonostante tutto, mi piace ricordare. Volevo dirti grazie, perché fra le tante cose belle che mi hai regalato ci sono state anche quelle canzoni, che ancora oggi mi fanno pensare che sei mio padre, e che forse se oggi in me c’è qualcosa di buono almeno una parte di merito è tuo. Per un attimo, davvero, avrei voluto davvero che tu ci fossi, lì con me.

Poi però mi sono ricordato il resto. E il mio pensiero è andato alla lettera che mi hai spedito per farmi gli auguri di compleanno. Alle discussioni, al tuo modo di pensare assurdo, alla tua immensa ipocrisia. A come, a più di vent’anni da quei giorni, tu pretenda ancora di trattarmi come un bambino di otto anni. E a come tutto, nel frattempo, sia cambiato. Ora ci rimane soltanto il silenzio, un silenzio che tu hai voluto e che tu continui a mantenere, senza un motivo né una spiegazione. Chissà, forse qualche volta le ascolti ancora, le canzoni di Fabrizio. Ma oramai ho il sospetto che tu non ci abbia mai capito niente.

Umilmente, buona giornata a tutti.

casa.

16 Novembre 2005, Mercoledì

Qualche giorno fa stavo pensando che proprio in questo periodo cade il nono anniversario del mio trasferimento a Castellanza. La data precisa non la so, il processo si è svolto in maniera troppo poco “lineare” per ricordarmene. Voglio dire, di solito in questi casi si trova una casa, la si arreda un pezzo alla volta, poi si prendono le proprie cose e ci si va a vivere. Si segna la data sul calendario, e magari si organizza anche una bella mangiata con gli amici per celebrare l’evento. Io mi sono fermato al primo stadio della procedura: ho trovato la casa. Poi una sera ho litigato alla morte con i miei, cosa che in quel periodo succedeva anche tre o quattro volte al giorno, ho tirato su un po’ di biancheria e un sacco a pelo e ci sono andato a dormire. Per fortuna c’era il riscaldamento acceso.

Per le prime due settimane ho dormito per terra, cambiandomi da uno zaino e mangiando fra università e McDonald’s. Poi ho preso un furgone a noleggio, e una domenica in cui i miei erano in montagna sono passato a prendere i mobili della mia camera, uno scaffale di plastica da campeggio e un frigoriferino che tenevamo in cantina. La mia vita a Castellanza è cominciata così. Con il senno di poi, credo che questo possa in buona parte spiegare il perché, a nove anni di distanza, io continui a vivere in un appartamento arredato solo per metà, con tanto di scatoloni e lampadine a vista. E spiega anche perché, anche se nel frattempo i rapporti con i miei sono migliorati di parecchio, io non mi senta di “festeggiare” quel trasferimento in alcun modo. Non che me ne sia pentito, anzi. Ma, insomma, ci siamo capiti.

Al di là dei ricordi, c’è la dimensione prettamente “numerica”: con lo scadere del nono anno Castellanza diventa ufficialmente il luogo in cui ho vissuto più a lungo, nel corso della mia trentennale esistenza su questo pianeta, superando Lodi, luogo nel quale ho trascorso buona parte della mia infanzia, pur senza esserci nato. Come dire che da oggi, quando qualcuno mi chiederà “di dove sei”, domanda che tradizionalmente mi getta nel panico e provoca chilometriche e inconcludenti risposte, potrò limitarmi a rispondere “di Castellanza”. Anche se non è vero.

Io non sono di Castellanza. Non me ne vogliano gli eventuali castellanzesi che leggono queste parole, ma io castellanzese non mi ci sento neanche un po’. Voglio dire, al di là dei sessantasette metri quadrati di primo piano che occupo da nove anni, in quella città di mio non c’è quasi nulla. L’università, forse, ma il LIUC con Castellanza non ha nulla a che spartire. Anche il LIUC, in fondo, a Castellanza ci è capitato per caso: poteva finire a Lainate o a Cerro Maggiore, o in un qualsiasi paesino delle vicinanze con un po’ di imprenditori e un edificio abbastanza grande. E’ un’isola, un mondo popolato di varia umanità che quindici anni fa è improvvisamente atterrato nel cuore del varesotto, e in cui anche i pochi castellanzesi presenti fanno del proprio meglio per mimetizzarsi con la fauna del luogo. Fauna di cui io, ovviamente, facevo parte.

No, non c’è niente da fare. Forse ho maturato l’anzianità necessaria per guadagnarmi il titolo di cittadino onorario, ma Castellanza non è la mia città, e non credo lo sarà mai. E a questo punto, ancora una volta, finisco per chiedermi quale sia, la mia città. Se ci sia una mia città. E mi chiedo se esista un modo, razionale o irrazionale, per capirlo. Ho già affrontato questo discorso molte altre volte, e ho già detto come spesso mi trovi ad invidiare chi a questa domanda non ha che una risposta, ovvia, scontata e inevitabile. Io quella risposta non ce l’ho, e nonostante i miei ripetuti tentativi di costruirmela proprio non ce la faccio.

Come si fa a decidere “qual’è la mia città”? Quali sono gli elementi distintivi, le sensazioni, i dati tangibili, le misurazioni necessarie a darsi questo tipo di risposta? E’ la città in cui si nasce? Quella in cui si va a scuola? Sì, ma quale scuola? Le elementari? Le medie? Le superiori? E se se ne fanno un po’ da una parte e un po’ da un’altra? E’ quella in cui si abita? O quella in cui si è stati più tempo? E’ dove ci siamo innamorati la prima volta? Dove abbiamo i vecchi amici? I parenti? E’ una cosa che si sceglie, o avviene nostro malgrado, poco per volta, e non ce ne rendiamo conto finché non ce ne andiamo via? No, perché se fosse davvero una scelta, allora potrei dire che la mia città è Galway. Ci sono stato due giorni, in vacanza, nel 2000, e me ne sono innamorato. Ma non ha senso. No, non credo sia una scelta. O almeno, credo che la componente razionale sia inevitabilmente minoritaria.

Il fatto è che anche la componente “emotiva” non mi aiuta: mi manca quella sensazione di appartenenza, la consapevolezza di conoscere un luogo, uno qualsiasi, “come le mie tasche”, topograficamente e umanamente. Mi mancano il tabaccaio all’angolo, la stradina alternativa da fare quando c’è coda, il panettiere, il giornalaio e il barbiere di fiducia, l’oratorio dove andavo da bambino, il medico che conosce i miei genitori, la compagna delle elementari e la zia pettegola che sa vita, morte e miracoli del quartiere. Mi manca la certezza di sapere qualcosa che chi in quel posto ci capita per caso, una volta ogni tanto, non sa e non saprà mai.

A dire il vero alcune di quelle cose ce le ho. Tanto per dire, dopo nove anni a Castellanza ho imparato a passare dal retro del Grancasa per evitare la coda da casa mia all’autostrada, e sarei stupido a non averlo fatto. Ma tutto il resto è sparso ai quattro angoli della mia memoria e, in alcuni casi, ai quattro angoli del pianeta. Angoli nei quali, quando torno, provo ancora un po’ di sana nostalgia. Come quando, un paio di mesi fa, sono passato con i miei accanto all’Isola Carolina, il parco di Lodi in cui andavo da piccolo in bicicletta con mio nonno. Oppure quando a Napoli vedo la scalinata di fronte all’ex casa di mia nonna, che ai tempi del primo scudetto del Napoli era stata interamente colorata di verde, bianco, rosso e azzurro. E persino quando passo accanto al campetto di Cavallasca, dove ho conosciuto le persone con cui solo pochi anni fa ho fondato la mia vecchia squadra di basket.

Il fatto è che sono tutti posti ai quali, di fatto, non appartengo più. Lodi, Napoli, Olgiate, Pointe Noire, Sandnes, sono andate avanti, cresciute, cambiate senza di me. Il giornalaio dove compravo i fumetti forse ha chiuso. Il supermercato norvegese dove i miei mi abbandonavano a giocare con i Lego forse si è trasferito. La mia anziana insegnante di pianoforte, forse, non c’è più. E magari qualcuno ha aggiunto un senso unico alla strada che facevo in bicicletta e messo un recinto alla spiaggia dove andavo a pescare. Le persone che mi conoscevano forse sono andate via, come me, e magari non si ricordano più. E ci sono persone nuove, che di me non hanno mai sentito parlare.

Ora, per me, c’è Castellanza. E domani chissà: Milano, Vladivostok o Marte. Continuerò a girare, con i miei ricordi e le mie lampadine senza paralume. E continuerò a invidiare i miei amici Vappa, che prima delle prove vanno a comprare la birra nella stessa latteria in cui da bambini compravano le caramelle. E loro continueranno a invidiare me, che ho visto il mondo, ma che ancora oggi cerco un posto da poter chiamare casa.

Umilmente, buona giornata a tutti.

favole.

19 Settembre 2005, Lunedì

Sabato pomeriggio sono passati a trovarmi Daniele e Lara. Dubbio. Posso citare i loro veri nomi? Massì, dai, in fondo cosa vuoi che succeda. E poi, che ne sapete, magari li ho cambiati, loro si chiamano Ismaele e Rosmunda e vi sto tutti prendendo per il culo. Vabbè, insomma, Demetrio e Callista sono passati a trovarmi sabato pomeriggio. Mi hanno telefonato verso mezzogiorno, io ero perso fra il sonno e il raffreddore, e devo aver assunto un’aria non particolarmente amichevole. Mi hanno chiesto se potevano passare verso le due e mezza, e io devo avergli detto di sì, perchè effettivamente due ore e mezza dopo erano seduti sul mio divano.

Sul momento non mi sono nemmeno chiesto perché avessero deciso di venirmi a trovare di sabato pomeriggio, situazione in cui di solito la gente mi evita, consapevole del fatto che prima delle quattro la mia casa è un serraglio, io uno yeti e il mio alito il lascito di parecchi bambini morti. Devo aver pensato che volevano portarmi un regalo di compleanno con due settimane di ritardo. O che magari volevano soltanto passarmi a trovare, visto che non ci si vedeva da luglio. Ma in generale credo di essermi limitato parecchio nei dettagli, cercando di abbreviare il più possibile la telefonata per potermi rispaparanzare per un’altra oretta. In ogni caso, la prima previsione si era rivelata in parte esatta: mi hanno portato il regalo di compleanno, un libro, interessante, lo leggerò. Il biglietto d’auguri era un Calendario di Frate Indovino, con un post-it a marcare una data, il 15 luglio. Accanto c’era una scritta: “non prendere impegni”.

Daniele e Lara… Ops, volevo dire Pancrazio e Domitilla si sposano. Da qualche tempo devo ammettere che la cosa ha perso quell’alone di terrore che esercitava su di me fino a qualche anno fa. Ora, dopo che quattro dei miei migliori amici si sono sposati e che uno di loro, al quale tra l’altro ho fatto da testimone, si appresta a diventare papà, sono in grado di sopportare la notizia senza essere preso dal panico. Anche se, in effetti, mi risulta ancora difficile manifestare la mia felicità ai diretti interessati. Voglio dire, sono sinceramente e completamente felice per loro, ma esteriormente, al posto dell’abbraccio condito da lacrime e urli di gioia, riesco soltanto a produrre un mezzo sorriso imbarazzato accompagnato da un tremito diffuso ad entrambe le braccia, dovuto all’indecisione che deriva dal non sapere se produrmi nel sopracitato abbraccio o se toccarmi vistosamente le palle. Che ci volete fare, allo stato attuale delle cose il matrimonio (ecco, me le sono toccate di nuovo) rimane qualcosa di troppo grande, troppo serio e al contempo troppo vicino a me per poterne parlare serenamente. Passerà. Spero.

Ma torniamo a Vigezzio e Sigismonda. Devo dire che un po’ di questo matrimonio, un bel pezzo in verità, lo sento mio. Loro li ho conosciuti ai tempi dell’università, e abbiamo condiviso un progetto che ancora oggi considero fra le cose più belle e interessanti alle quali ho partecipato, almeno in ambito accademico. Non stavano ancora insieme, Temistocle e Liutpranda, anche se lui non avrebbe disdegnato l’ipotesi. E quando lei, dopo l’estate, lasciò il suo ragazzo, il suo “mancato disdegno” si trasformò in una propensione ben più marcata. Propensione che gli costò parecchia sofferenza, perché lei, almeno all’inizio, non ne voleva sapere. Fu un autunno di telefonate e fotografie, di vacanze e frasi non dette, in cui io e altri facemmo del nostro meglio per dare una mano a lui e per “ammorbidire” lei.

Quando finalmente li vidi insieme, davvero, per la prima volta, era passato quasi un anno. Eravamo a casa di lei, per il suo compleanno, e ricordo che io e la mia ragazza le regalammo quell’edizione speciale del dvd di Moulin Rouge che sulla seconda di copertina aveva stampata la famosa frase “la cosa più grande che potrai imparare è amare, e lasciarti amare“. Banale, forse, ma quale regalo avrebbe potuto essere migliore? Ricordo che quella sera ero quasi commosso. Perché a leggerla così potrebbe sembrare che li avessimo messi insieme a forza, che avessimo costretto una ragazza che non ne voleva sapere a stare con uno perché ci stava simpatico, ma non era così. Era il completarsi di una storia già scritta. Era l’ultimo pezzo del puzzle che andava al suo posto. Era scritto che dovesse finire così. Ed era bello. E poi noi, alla fine, cosa mai avevamo fatto? Era stato lui, e soltanto lui, ad arrivare fin lì. E mai il verbo “conquistare”, ai miei occhi, aveva assunto un significato più pieno.

Daniele… Pardon, Gioberto è un po’ il mio eroe. Il termine fu coniato in primis dalla mia ragazza, che durante una di quelle eterne telefonate gli disse letteralmente una cosa del tipo “tu per me rappresenti il prototipo dell’eroe romantico”. Una cosa da niente, insomma. Ma come puoi giudicare altrimenti un uomo che decide di dare tutto sé stesso per avere la donna che ama, mettendosi in gioco completamente e accettando qualsiasi conseguenza, nella maniera più nobile, soffrendo come un cane e rifiutando di darsi per vinto anche dopo l’ennesimo rifiuto? Quella di Daniele è stata un’impresa d’altri tempi, un corteggiamento durato mesi nel quale il termine “romanticismo” ha assunto per me tutto un’altro significato, andando a minimizzare tutte le (poche) sofferenze d’amore che avevo patito fino ad allora. E il fatto che alla fine lei abbia ceduto, un po’ perché lo sapeva fin dall’inizio, un po’ perché dubito che cuore umano possa resistere a cotanta valanga d’affetto, ha dato a tutto questo un alone di vera e propria leggenda. E’ stata una di quelle cose che poteva trasformarsi in una tragedia o in una favola. Ieri la scelta si è compiuta, definitivamente.

E io, che sono qui a guardare, ancora una volta sono sgomento. Ancora una volta l’eroe d’oltrecortina (è svizzero, Trismegisto) mi ha spiazzato, presentandosi a casa mia con il suo sorriso e la sua stretta di mano. E ancora una volta, sposato o meno, ho desiderato di essere come lui. E mi sono reso conto che non lo sarò mai. E non tanto perché lui è in un momento fantastico della sua vita, in cui sta per sposare la donna che ama per poi trasferirsi fra un anno a New York (mentre io mi sto ancora chiedendo se avrò ancora un lavoro, fra un anno), quanto perché lui, oggi come sempre, ha saputo renderci partecipi della sua felicità, senza clamori né eccessi, solo con il suo calore e la sua semplicità. Come quando ci ha invitati tutti alla festa del suo trentesimo compleanno, noi, i suoi parenti e i suoi colleghi di lavoro, ed è stato costretto, imbarazzatissimo, a fare un discorso in tre lingue per poter far capire tutti quanti, senza mai perdere il sorriso sulle labra. E’ una mente eletta, Daniele. E un animo nobile. E io gli voglio bene.

Umilmente, buona serata a tutti.

stavamo dicendo.

30 Agosto 2005, Martedì

Oggi il post lo finisco. Qualsiasi cosa salti fuori da queste dita, prometto che la posto. Aggiungerei “e che cazzo”. Prometto a chi, poi? In questo momento a me stesso, visto che se questa frase non appare sul blog è come se non l’avessi promesso a nessuno. In pratica è una promessa che per il solo fatto di essere formulata si realizza. Interessante paradosso semantico. Vi lascio nella contemplazione, e passo oltre.

E’ da giugno che non passo di qui. O meglio, ci passo in continuazione, scrivo, poi rinuncio e cancello. E’ assurdo, e abbastanza frustrante. Non è che non abbia avuto tempo, anzi, gli infiniti pomeriggi in ufficio, specie nelle ultime due settimane, erano l’ambientazione ideale per partorire discussioni filosofiche e buttare giù un paio di righe su questa immacolata distesa arancione. A proposito, dovrei fare qualcosa, comincia a non piacermi più. Non l’arancione, s’intende, quello rimarrà, ma vorrei rendere la pagina un po’ meno monotona, un po’ più artistica/colorata/varia/cacchiochebella, un po’ come quella dei blog di alcuni di voialtri che ogni tanto passate da queste parti. Qualsivoglia aiuto/consiglio/tentativo di dissuasione è ovviamente ben accetto, a patto che si consideri nell’offerta la mia patologica pigrizia, e la probabilità che alla vostra gentile offerta segua un imbarazzante silenzio, della pigrizia diretto discendente. Ma vi ringrazierò comunque per il pensiero.

Cosa stavo dicendo? Ah, sì, ho scritto un sacco ma non ho postato nulla. Solita storia, insomma. Potrei lanciarmi nella consueta disamina infinita a proposito della mia logorrea, del mio andare fuori tema e della mia patologica incapacità di concludere i discorsi, ma sarebbe solo un inconcludente discorso che si dimostrerebbe logorroico e fuori tema, quindi lascio stare. Per voi, in fondo, non cambia granché, quindi che ve lo dico a fare? Per correttezza, comunque, faccio le mie scuse a chi si aspettava qualcosa. E ovviamente non prometto nulla, potrei tornare qui fra altri due mesi senza alcun preavviso. Cercate di perdonarmi.

Riassunto delle puntate precedenti: i Silent Eyes sono tutti vivi e stanno bene. Si sono messi a fare musica loro, mi hanno detto che si erano stufati di fare la cover band e dal giorno del mio addio (o meglio, del mio arrivederci, consumatosi in mezzo a molte facezie e parecchia birra) si sono chiusi in saletta a inventare riff e melodie che, spero, un giorno sentirò. Il mio ruolo futuro in questa nuova versione degli Iron Maiden di Castano Primo è ancora da definire, nel senso che dai pezzi che nasceranno, quando nasceranno, si capirà se c’è spazio per la mia voce. Per ora non si sa. In ogni caso, penso che ci rivedremo. Comunicazione di servizio: per chi non avesse idea di ciò di cui parlo, le informazioni del caso le trovate nel precedente post.

Nel frattempo prosegue l’avventura di Funk Bazar (titolo di lavorazione, pregasi non divulgare, anche se scrivendolo qui l’ho già divulgato io a qualche milione di potenziali lettori, vabbè tant meglio), il primo meraviglioso disco dei Vappa. Le registrazioni sono pressoché concluse, mancano i cori su un paio di pezzi e Stefano deve rifare alcune parti di chitarra con una Les Paul bella-bella-bellissima che gli ha prestato un amico, così vengono belle grasse e cattive. A me piacevano anche quelle che ha fatto con la sua Strato, ma lui dice che così è meglio. Mai discutere con i chitarristi.

Sta venendo un bel lavoro. Ovviamente tutti speriamo (e qui proseguo con una mano sola) che questo disco ci lanci quanto prima nell’olimpo delle rockstar miliardarie, ma anche se non lo facesse sarà comunque un cd da poter far ascoltare agli amici dicendo “questo è il MIIIIIO disco” e sparandosi le pose. Facendo un paragone con il demo (unico oggetto confrontabile, essendo l’unica registrazione da studio di parte delle canzoni di FB), le canzoni sono registrate ZILIONI di volte meglio, è stata fatta una discreta ricerca sui suoni e sono state aggiunte delle tracce, in particolare cori, doppiaggi, parti acustiche, tutte quelle finezze che magari nemmeno si sentono ma danno un sacco di sostanza, tracciando l’essenziale distinzione fra il “demo” e il “disco”. insomma, con tutta la modestia del caso… Anzi, chissenefrega della modestia del caso: il disco è bello, e gli eventuali discografici che decideranno di non distribuircelo sono tutti dei grandissimi coglio… Ahem, non spingiamoci troppo oltre.

Rimanendo in tema, l’altro giorno mi sono messo a spulciare fra le mie vecchie cassette alla ricerca di qualche stupidata da inserire fra una canzone e l’altra, a mò di intermezzo, tanto per sentirci un po’ più simili ai gruppi seri che registrano tante belle cosine inutili-ma-che-fanno-tanto-figo fra una traccia e l’altra. Non so, come quando gli U2 hanno messo un tizio in strada che cantava “Freedom for my people” prima di Hawkmoon 269 su Rattle and Hum (era prima di Hawkmoon 269? Azz, non mi ricordo più), o Dave Matthews che risponde al cellulare fra Rapunzel e Last Stop… Insomma, quelle robe lì. Ecco, io fra una canzone e l’altra ci volevo mettere alcuni spezzoni del Diego Show, uno stupendo spettacolo radiofonico che io, nello splendore della mia età prepuberale, registravo con un microfonino sullo stereo di casa nei lunghi pomeriggi autunnali, quando ancora abitavo a Lodi. Si parla di… Uhm… Vent’anni fa?

Il Diego Show era una sorta di contenitore pomeridiano (nel senso che lo registravo di pomeriggio) un po’ alla Domenica In, però per radio. Come nella migliore tradizione dei varietà di quegli anni si alternavano interviste (a malcapitati amici che non sapevano mai cosa dire e causavano le mie profonde incazzature per la loro patologica mancanza di fantasia e interpretazione), canzoni (rigorosamente cantate da me, con tanto di accompagnamento musicale “vocale” fra una strofa e l’altra) e quiz, anche questi realizzati brutalizzando amici miei e dei miei genitori, costretti a rispondere a domande idiote e a fare cose stupide tipo lanciare palline da ping pong dentro bicchieri posti a metri di distanza, con io che registravo la cosa in audio. Durante i mondiali dell’86 ricordo che mi misi a registrare anche delle finte telecronache di partite di calcio, con tanto di “commento tecnico” a cura di Michele, uno dei miei amici dell’epoca, che si sforzava di essere coinvolgente e credibile (credibile nei confronti di chi, poi?), con risultati alterni che andavano dall’annoiato-ma-ti-dò-corda allo scazzato-ti-prego-smettila, al vai-a-cagare-mi-sono-rotto. Non vedo Michele da più di dieci anni, nonostante sia andato più volte a trovare i suoi genitori. Ho il sospetto che mi stia evitando.

Del Diego Show mi sono rimaste due cassette, una sovraincisa su una fantastica cassetta-lezione di aerobica di Lara Saint-Paul presumibilmente acquistata da mia madre su qualche rivista (e resa registrabile coprendo i forellini superiori con lo scotch, nella migliore tradizione dell’epoca) e una su una SERISSIMA tdk da quarantasei minuti, che all’epoca, almeno per me, era un supporto di lusso. Credo che nella soffitta dei miei ci sia anche dell’altro, ma sono troppo pigro per andare a cercare.

Per dirla tutta non so nemmeno se sul disco ci finirà davvero qualcosa, del Diego Show. Quelle registrazioni, intendiamoci, sono un tantino imbarazzanti, perché se è vero che da un lato puoi sempre dire “avevo dieci anni”, dall’altro quello che si sente canticchiare motivetti senza senso e inventare nomi di concorrenti inesistenti che rispondono a quiz di dubbio interesse sei incontrovertibilmente e drammaticamente tu. Al momento non riesco ad ascoltare più di tre secondi di cassetta senza provare sensazioni di vergogna profonda tipo “nudo in mezzo a piazza Tien An Men” e schiacciare immediatamente stop. La cosa mi succede anche quando sono da solo, figuriamoci farla sentire ad altri, mi verrebbero l’itterizia, i foruncoli e le convulsioni. Però sarebbe interessante, anche se qualcosa del genere l’ha già fatta Samuele Bersani, se non sbaglio prima della Barcarola Albanese in fondo a Freak (o forse era ***?).

Al di là del disco, quelle cassette hanno per me un’importanza tutta particolare. Nella mia famiglia non c’è mai stata una videocamera (o meglio, c’è stata, ma molto più tardi, io ero già grande e comunque non l’ho mai utilizzata tantissimo), e quindi al di là della valanga di foto gli unici ricordi “mobili”, “dinamici”, “vivi”, se mi passate il termine, della mia infanzia, sono lì dentro. Sono l’unica testimonianza che ho di me a nove, dieci, undici anni, con la mia vocina da bambino e le mie seghe mentali, i miei mondi immaginari e le mie manie di grandezza. Di tutte quelle cose che crescendo finisci per nascondere, nella migliore delle ipotesi, ed eliminare, nella peggiore. Della mia “anima candida” che Monica (quella della canzone), il marketing, l’università, la vita e tutta questa smania di crescere e maturare hanno finito per mangiarsi, lasciandomi solo qualche briciola che ancora cerco di ficcare nelle mie canzoni.

Che dire, mancano ancora tre giorni, eppure sono già entrato nel tunnel dei trentenni che vogliono tornare bambini. Mah. Buona giornata a tutti.

i commercialisti del signore.

1 Giugno 2005, Mercoledì

E’ cominciato tutto poco più di un anno e mezzo fa. Era il settembre del 2003: da qualche settimana i NoDrumma avevano esalato il loro ultimo respiro in uno scantinato di Cavaria, dopo trenta mesi buoni di onorato servizio come cover band. E io stavo cercando un nuovo gruppo. Avevo già fatto un provino con una band dal nome abbastanza pittoresco, che mi aveva davvero impressionato. Erano davvero bravi, ma non pensavo mi avrebbero preso. Così nel frattempo mi ero aggregato a tre simpatici ragazzi di Busto Arsizio, gli Eufòria, che avevano in mente di mettere insieme un gruppo pop “minimalista”, una cosa tipo i Velvet, quattro elementi, riffettini divertenti, io amo te perché tu ami me, cose così. Avevano le idee chiare, i ragazzi: “facciamo una quindicina di cover, ci ficchiamo dentro i nostri pezzi che abbiamo già scritto, facciamo un po’ di serate, poi troviamo un produttore e diventiamo famosi“. Wow. Io ho assistito alla prima parte del progetto. Alle prime cinque cover, per essere precisi. Poi mi hanno proposto di fare “Almeno stavolta” di Nek, e la prova dopo mi sono presentato dicendo che mi era andato male un esame importantissimo, e dovevo assolutamente mollare il gruppo per laurearmi. Che vergogna. Chissà che fine hanno fatto.

Uno di quei pomeriggi ricordo che Fiorella, la mia maestra di canto, mi disse che la sera prima era passato da lei un ragazzo, chiedendole se per caso uno dei suoi allievi fosse disponibile ad entrare nel suo gruppo, che ormai era senza cantante da marzo. Lei, sapendo che in quel periodo ero “a spasso”, gli aveva fatto il mio nome. Così mi diede il numero. Telefonai a Paolo appena uscito da lezione. Saltò fuori che era il batterista di un gruppo metal, i Silent Eyes, che veniva anche lui a lezione (di Batteria) in Villa Pomini e che qualche mese prima aveva messo un annuncio in bacheca, proprio per cercare un cantante. Feci mente locale e mi ricordai che effettivamente qualche mese prima nella bacheca della scuola avevo notato un annuncio che diceva una cosa del tipo “Cercasi cantante heavy metal con voce tipo Bruce Dickinson, Eric Adams, Andi Deris“. Un po’ come dire “Cercasi calciatore con piedi tipo Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Pelè”. Avevo accantonato quell’annuncio all’istante, non prima di essermi fatto una grassa risata. ‘Sti qua non troveranno mai nessuno, avevo pensato, e le mie previsioni si erano rivelate funestamente corrette.

Un gruppo metal, insomma. Avevo telefonato al batterista di un gruppo metal. Che cercava un cantante metal. E io stavo a un cantante metal più o meno come un canguro sta ad un transatlantico. Tutto lasciava pensare che la cosa si sarebbe esaurita lì, dopo quel piccolo ma essenziale chiarimento. Invece io e Paolo rimanemmo al telefono per un’ora. Attaccai soltanto quando mi si scaricò la batteria del telefono, e chiudendo la telefonata mi resi conto che non ci eravamo nemmeno messi d’accordo sulle canzoni che avrei dovuto studiare per il provino. Perché, primo, Paolo mi convinse a farlo, quel provino, nonostante il metal. E perché, secondo, per un’ora parlammo di una marea di cose, ci raccontammo di tutto, parlammo di musica, di improvvisazioni, di cover riarrangiate, di donne e di vacanze, ridemmo e scherzammo come due persone che si conoscevano da sempre. E non ci eravamo mai visti prima. Mi lasciai letteralmente travolgere dal suo entusiasmo, che avrebbe tranquillamente potuto spostare montagne con la stessa facilità con cui mi comunicava come arrivare a Castano Primo. Fu letteralmente incredibile.

A Castano Primo ci andai una settimana dopo. Me lo immaginavo come un luogo arcano e misterioso, che immaginavo ostile e lontanissimo, un po’ come quella famosa sera di ritorno dal concerto degli U2. Invece, quella sera, mi si manifestò sotto forma di saletta-francobollo, con le pareti ricoperte di spugna bianca a piramidi e il pavimento di moquette rossa. Cantai Enter Sandman e Master of the wind, probabilmente le uniche canzoni metal che a quei tempi conoscevo ed ero in grado di cantare. E poi parlammo e scherzammo per un paio d’ore buone.

I Silent Eyes non suonano benissimo, è inutile negarlo. Il confronto con i Vappa non regge, da nessun punto di vista, e quello con la media delle cover bands che girano per locali li pone, secondo me, nella media o appena sopra. Ma non conta. I Silent Eyes, prima di essere una band, sono un gruppo. Il gruppo, per come la gente comune immagina che il gruppo debba essere. Sono unici e indivisibili, amici da una vita, uno per tutti e tutti per uno, una stirpe, una compagnia, un vero e proprio clan. Da quando suono con i Vappa sono “il cantante dei Vappa”. Da quando suono con i Silent Eyes sono un Silent Eye. Basta vedere il loro sito, che è bello finché si vuole, e vorrei vedere, con un web designer e un ingegnere informatico nel gruppo, ma al di là della facciata sprizza energia ed entusiasmo da ogni pixel. Basta parlare con Paolo dieci minuti, e meravigliarsi come me di come riesca a mettere chiunque a proprio agio nei primi dieci secondi di conversazione. In un anno e mezzo di Vappa ho imparato cosa vuol dire suonare “sul serio”, scrivere e interpretare le proprie canzoni e tentare di farsi strada in questo ambiente. In un anno e mezzo di Silent Eyes ho conosciuto quattro dei miei migliori amici.

Con Paolo, Fabio, Dic e Chegue ho suonato in giro una quindicina di volte. Sono stati concerti divertentissimi, sempre e comunque. Forse nessuno è mai venuto a decantare quanto suonassimo bene, ma tutti, sempre, sono rimasti entusiasti dello spettacolo. I Vappa ci hanno messo del tempo ad abituarsi alle mie “stranezze” sul palco. I Silent Eyes mi sono venuti dietro subito. E così sono nati i Commercialisti del Signore, il Mazurka Metal, le mani che roteavano sul finale di Melancholy, “Il master da lei richiesto non è al momento disponibile”, Fear of the Duck, Fear of the Park, Fear of the Mark e Fear of the Shark. Abbiamo rovinato una festa dell’oratorio, con i figli che pogavano sotto il palco e le madri che mi sussurravano all’orecchio “non è che potete suonare qualcosa di un po’ più dolce?”. Abbiamo fatto da ciliegina sulla torta ad un raduno di bikers, con il festeggiato che alla fine ci ha minacciato di gonfiarci di botte se non gli risuonavamo Bomber. Grazie ai Silent Eyes ho conosciuto un genere che prima mi era totalmente ignoto. Ho imparato ad amare i Motorhead, i Maiden e i Black Sabbath, i “Rage e basta” e i Manowar, i Saxon e i Running Wild. E ho scoperto che fare il metallaro mi piace, se a farlo con me ci sono anche loro.

E poi c’è tutto il resto. C’è la Crew dei Silent Eyes, che ci viene a vedere sempre, con i suoi riti e i suoi miti. C’è il Guru, il metallo fatto persona, che non manca mai e mi presta sempre il suo ciondolo dei Blind Guardian. C’è l’enorme batteria di Paolo, ridicola nella sua potenza, che occupa da sola metà della nostra saletta. C’è tutto e il contrario di tutto, in questi quattro ragazzi che mi hanno cambiato la vita. Paolo e gli altri mi sono stati vicini in un sacco di occasioni. Mi hanno sopportato nei mesi della tesi, quando per vedermi cinque minuti sveglio bisognava prenotare. Mi hanno tirato su quando le cose andavano davvero male. Mi hanno portato in giro per chilometri, e lo fanno ancora, da quando non ho più la macchina. E hanno sopportato in silenzio l’inevitabile dualismo con i Vappa, sapendo di essere in una posizione di svantaggio, senza mai farmelo pesare. Li conosco da meno di due anni, ma li amo come fratelli.

Purtroppo, le mie corde vocali non sono d’accordo. La prima avvisaglia c’è stata un anno fa, quando con i Vappa a Parabiago mi è partita la voce dopo tre canzoni. Poi due settimane di raucedine, afonia e antinfiammatori. E’ successo di nuovo a dicembre, e siamo passati a tre settimane di antibiotici. E’ successo di nuovo un mese fa. E se vado avanti così succederà ancora chissà quante volte. Perciò, entro stasera, mi toccherà prendere la decisione che ho rimandato, evitato e temuto per un sacco di tempo. Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Ma speravo che le circostanze, le motivazioni, il momento… Boh, speravo che sarebbe stato diverso. Inutile inventare palle: speravo che non sarebbe mai successo. Invece succederà. Perché voglio continuare a cantare, e di corde vocali ne ho solo due, che non si cambiano come quelle della chitarra. E il metal, che pure ormai amo, me le tira al limite ogni volta, ed esige un tributo che sta diventando troppo pesante.

Stasera andrò dai Silent Eyes, e gli spiegherò tutto questo. Forse loro lo sanno già, se ne rendono conto, oltre che amici sono anche ragazzi intelligenti. Ma dovrò ugualmente trovare il coraggio di dirgli che tutto questo finirà. E ho paura. Paura di lasciare per strada un gruppo che di strada merita ancora di farne tanta, di abbandonare un sogno proprio quando stava per nascere, di spezzare di nuovo quell’equilibrio meraviglioso che avevamo creato. Ma soprattutto ho paura di perdere tutto il resto. Non so, non so davvero come farò.

Oggi fiorella mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stava la mia gola. Le ho risposto che stasera non sapevo cosa fare. Lei mi ha risposto “Devi farlo, gli amici capiscono”.

Ho paura.