come un bambino.

14 Dicembre 2007, Venerdì di Abi

childrunninghappiness.jpg

Tutti hanno giorni come quelli che sto vivendo
In cui ti attacchi a tutto ciò che puoi
Per evitare di fare qualunque cosa che non sia ridere
Guardando indietro fin dove riesci a sopportare.

Fuori dalla finestra l’inverno è quasi finito
Riesco quasi a vedere il sole dietro alle nuvole
Guardando indietro a dov’ero oggi un anno fa,
Ridendo della condizione in cui mi trovo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.
Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Vorrei ritrovare il sentimento di quei tempi,
da qualche parte, nel mezzo di ciò che sono diventato.
Ad un certo punto questa strada mi deve essere sembrata interessante,
Perciò immagino che per qualcuno funzioni,

Ma io voglio tornare a quando diventavo scemo
E credevo a tutto quello che mi raccontavano.
Perché ogni tanto, crescendo, ho l’impressione di diventare più saggio,
Ma spesso mi accorgo che sto solo diventando vecchio.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino,
Ma tutto quello che sentivo era come mi dovevo comportare.
Ora, crescendo, c’è tutta questa indecisione,
Insieme a questi debiti, ai dubbi e alle preoccupazioni
Che mi pendono sulla testa.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Vorrei poter ricordare quello che dicevo.

Quand’ero bambino parlavo come un bambino.
Dio, come vorrei ricordare quello che dicevo.

Todd Snider – I spoke as a child (Songs for the Daily Planet, 1994)

narf.

6 Novembre 2007, Martedì di Abi

lady-in-the-water.gif

Ho letto in giro cose terribili su questo film. Banale, sconclusionato, poco credibile, scontato, presuntuoso, e ancora di peggio. Nel frattempo l’ho rivisto ieri notte su Sky, dopo che, quando mi era capitato sottomano per la prima volta in prestito dal signor Giuseppe Blockbuster, era stata per me la più grande rivelazione cinematografica degli ultimi cinque anni.

E come la prima volta, ieri notte l’ho guardato con gli occhi umidi e lo sguardo fisso, come i bambini quando guardano i cartoni animati, esattamente come qualche mese fa, quando l’avevamo noleggiato per caso, solo perché sugli scaffali non sembrava esserci nulla di meglio. Anche ieri sera, quando ormai sapevo già come sarebbe andata a finire.

Perché in quella favoletta della buonanotte, in quella storia semplice semplice, in quei pochi personaggi forse troppo stereotipati, sono riuscito ancora una volta a trovare quella dolcezza, quella tenerezza, quell’umanità che nel mondo vero, che tanti film vogliono (e magari riescono a) raffigurare alla perfezione, sembra perduta. Quella speranza, forse banale, forse infantile, che esista davvero qualcosa di più grande e più bello di ciò che i nostri piccoli occhi riescono a vedere, qualcosa in grado di dare ad ogni piccolo uomo la forza di trasformarsi in un eroe, e ad ogni piccola esistenza quel senso che troppe volte sembra mancare.

Ah, ovviamente sto parlando di Lady in The Water

come on, let’s fly!

15 Ottobre 2007, Lunedì di Abi

easyjet2.jpg

Alcuni fulgidi esempi di umorismo da parte degli assistenti di volo EasyJet:

1. “Buongiorno a tutti, io sono Daniele e sono il responsabile del personale di bordo. Oggi voleranno con voi anche Ramon, Jenny e Francesco (tutti nomi di fantasia), oltre alla nostra collega Lucy, che viene da Bristol!” – La collega Lucy, che viene da Bristol, esce dal bagno, in fondo all’aereo – “Oh, ecco la nostra collega Lucy, fatele tutti un bell’applauso!” – Tutti i passeggeri si voltano ad applaudire la collega Lucy, che, evidentemente sorpresa dal fatto che cento persone la stiano applaudendo per essere uscita dal bagno, dimostra evidenti segni di disagio.

2. L’aereo atterra a Malpensa. Varie raccomandazioni del caso, rimanete seduti, noleggiate auto Europcar, grazie per aver volato con noi, bla, bla, poi la simpatica battuta: “Ricordiamo agli amici fumatori che dovranno ancora attendere un po’ prima di potersi accendere una sigaretta. E’ infatti vietato fumare sull’aeromobile, sul piazzale, nell’autobus che vi porterà al terminal e all’interno dell’aerostazione, ad eccezione delle apposite aree per fumatori… Che a Malpensa NON CI SONO!” – Risatina isterica.

3. L’aereo decolla da Malpensa. Il personale di bordo prende la parola. Serie di informazioni inutili del tipo siamo decollati alle ore, arriveremo alle ore, tempo atmosferico, malattie infettive del pilota, e poi la vera e propria perla: “Ricordiamo ai passeggeri che su questo aereo è vietato fumare. Chiunque venga colto nell’atto di fumare una sigaretta sarà immediatamente allontanato dall’aeromobile”. Azz.

a volte, la genetica…

24 Settembre 2007, Lunedì di Abi

Estate 2007.

Mirko – Uè, Diè, mi hanno passato una serie bellissima, passa su Italia1 questo autunno, si chiama Heroes. Devi troppo guardarla.
Diego – Ah sì? E di cosa parla?
Mirko – C’è questo gruppo di personaggi qui che scoprono tutti di avere dei superpoteri… Ma una cosa bellissima, davvero, devi troppo vederla.
Diego – Bella?
Mirko – Bella? Una figata. Devi troppo vederla. E poi c’è uno che è uguale a te, guarda, una cosa pazzesca, uguale, l’ho visto e ho detto “ma cosa ci fa Diego in Heroes?”. Devi troppo vederlo, guarda, è uguale a te, vero Marta?
Marta – Ma dici quello lì, il poliziotto…?
Mirko – Sì, Matt Parkman, il poliziotto. Vero che è uguale?
Marta – Aaaaah sì! E’ vero! Guarda Diè, è impressionante, è uguale a te, ma proprio uguale uguale, faceva impressione.
Diego – Maddai. E che poteri ha ’sto tizio?
Mirko – Legge nel pensiero.
Diego – Ah. Interessante.
Mirko – Davvero, Diè. Devi troppo vederlo. E’ uguale a te, ma uguale, ti giuro, uguale.

Azz.
Ok, ho aggiunto la barba a Parkman, però… Quasi quasi mi riciclo come sosia.

uno che ne sa.

4 Settembre 2007, Martedì di Abi

dannyclick.jpg

Quando si parla di musica, per qualche strano motivo la gente mi considera “uno che ne sa”. La cosa di solito mi fa sorridere, perché se è vero che il fatto di di aver studiato musica, di suonare in un gruppo e di ascoltare abitualmente cose un po’ diverse da Tiziano Ferro e (giusto per insistere ancora un po’ sul tema :D ) Justin Timberlake mi pone probabilmente un filino al di sopra della media nazionale, è altrettanto vero che a. ci sono orde barbariche di persone che “ne sanno” molto più di me e b. la musica è arte e non matematica, e conoscere tre dischi invece di uno non rende un ascoltatore migliore di un altro. Inoltre, è innegabile che buona parte del mio suscitare questa impressione derivi dall’inarrestabile logorrea che mi contraddistingue, caratteristica che mi porta a rispondere anche alla più semplice domanda a tema musicale con un discorso di venti minuti il cui novanta per cento è assolutamente fuori tema, ma fa tanto scena, spiazza l’ascoltatore, lo disorienta, lo assopisce e lo porta miracolosamente a credere che io sia il nuovo Lester Bangs, cosa, ovviamente, del tutto falsa.

Ma al di là delle considerazioni legate al mio background culturale e alla mia dannata tendenza alla pedanteria, da qualche tempo ci sono anche altri motivi che mi spingono a credere di non essere affatto una persona degna di cotanta considerazione (e per spiegarli, ovviamente, partirò da lontanissimo cominciando ad illustrare il consueto aneddoto, come sempre con dovizia di particolari e terminologia forbita, a titolo di esempio e nel vano tentativo di redere il discorso il più lungo possibile… :D )

Un mesetto fa, di ritorno dalla montagna, mentre Mirella sonnecchiava allegramente sul sedile accanto, ho tirato fuori dal porta cd Forty Miles, un album del signor Danny Click, blues rocker dell’Indiana ritratto tra l’altro qui sopra in un’esibizione al Blues to Bop di Lugano di qualche anno fa, disco meritevole ma non eccelso, che ho riascoltato con piacere dopo qualche anno dall’ultima volta. Disco, dettaglio importante, del 1998. A quei tempi la mia casa era piena di dischi come quello, dove l’espressione “dischi come quello” è da intendersi come “album decisamente interessanti di artisti decisamente sconosciuti”. Li compravo a nastro, dal buon vecchio Carù di Gallarate, dove il rock e il country sono di casa e dalle casse esce sempre qualcosa di buono.

A quei tempi la lista dei miei artisti preferiti comprendeva, insieme a “qualche” grosso personaggio, una schiera piuttosto nutrita di illustri sconosciuti: era già iniziata da tempo la mia deriva Springsteeniana, ascoltavo da un pezzo i R.E.M., i Counting Crows e i Pearl Jam, ma nel frattempo professavo imperterrito la mia ammirazione per gente come Todd Snider, Kenny Wayne Shepherd e James McMurtry, compravo dischi di Garnet Rogers, dei Swinging Steaks, di Juliana Hatfield, di Mary Cutrufello e di Matthew Ryan, per non parlare della mia sconfinata passione per il grande Jason Reed, di cui ho già parlato altrove, e del quale sono andato molto vicino a fondare addirittura un fan club. Erano anni in cui, se così si può dire, prendevo la musica maledettamente sul serio: leggevo il Buscadero tutti i mesi, spulciando ogni articolo manco fosse la Bibbia, compravo anche due o tre cd alla settimana e andavo a concerti (spesso meravigliosi) di gente assolutamente dimenticata da Dio, che suonava davanti a platee delle quali io e i miei amici spesso costituivamo una percentuale a due cifre.

Volendo potrei addirittura arrivare a vantarmi (se della cosa ha senso vantarsi) di essere stato, in quegli anni, un “precursore”: ho comprato il mio primo disco di Ben Harper quando un buon novantanove per cento del pianeta non aveva idea di chi fosse; conoscevo benissimo “quei tre tipi strani” che aprivano i concerti dei R.E.M. nel tour di Monster (erano i Grant Lee Buffalo, per anni miei idoli assoluti) e regalavo album di Norah Jones agli amici mesi prima che la signorina Shankar finisse nelle siglette di Retequattro. Ho conosciuto Ryan Adams quando ancora faceva il cantante (anzi, uno dei cantanti) dei Whiskeytown, ed ero fra i pochissimi, oltreoceano, che apprezzava Lyle Lovett come musicista e non come “quel tipo con la faccia strana che ha sposato Julia Roberts”. Ai tempi sì, era forse legittimo considerarmi “uno che ne sapeva”. Non un guru, certo, ma probabilmente uno di quelli a cui era interessante chiedere un consiglio su un cd da ascoltare.

Oggi, ahimé, non è più così. Ed è questo che mi dà fastidio. Oggi, dando un’occhiata alla mia pagina personale su Last.fm rimango spiazzato da quanto la musica che ascolto sia drammaticamente simile a quella che già ascoltavo otto, dieci, dodici anni fa. In mezzo al solito Springsteen (ti prego Bruce, perdonami per averti definito “solito”), agli Stones e ai Pearl Jam ci sono ancora i soliti Steve Earle, Bocephus King, Dave Matthews e Andrew Dorff, e se nella lista fossero compresi anche i cd che ascolto in macchina, e non solo gli mp3 che passano in ufficio e a casa, salterebbero fuori anche i Dan Bern, i Jack Ingram, i John Hiatt e i Dave Alvin. Una serie di personaggi che rappresentano veri e propri macigni all’interno della mia cultura musicale, magari non tutti sconosciuti, ma tutti legati allo stesso filo conduttore: li ho conosciuti, e ho cominciato ad ascoltarli, quando avevo venti, ventitré, venticinque anni. E da allora, se mi passate il termine, ho l’impressione che la mia “evoluzione” si sia fermata.

E’ vero, c’è anche qualche nome “nuovo”: sorvolando sugli Scissor Sisters (che in quella lista stanno come il branzino nella torta alla crema, ma che ci volete fare, mi piacciono un casino) un osservatore attento noterà nomi come i Wolfmother o i Black Rebel Motorcycle Club, gruppi relativamente recenti, che in parte “salvano” la situazione, ma fino a un certo punto. Come dire che sì, qualcosa di nuovo ascolto, una volta ogni tanto, ma tanto per cominciare si tratta di band relativamente famose, che quindi mi sono “piovute in testa” e non mi sono, come facevo un tempo, andato a cercare (negli ultimi anni, ad esempio, ho scoperto anche di apprezzare gruppi come i Muse o i Killers, ma è un po’ un’altra cosa, ed è passato parecchio tempo, rispetto a quando mi capitava di “scoprire” gruppi come i Say Zuzu o Jason Boland & the Stragglers), e poi si tratta, come è facile notare, di una sparuta minoranza. E tutto questo non è bene.

Comincio a sentirmi un po’ come quei vecchi sessantenni irranciditi, che in gioventù hanno ascoltato tonnellate di dischi e ogni volta che si trovano ad ascoltare qualcosa di nuovo, bello o brutto che sia, se ne escono con considerazioni del tipo “carino, ma niente a che vedere con (nome di rocker sessantenne che ascoltavano in gioventù), lui è sempre il migliore”. Voglio dire, non sono ancora arrivato a questo punto, ma poco ci manca. Mi sto rendendo conto un po’ alla volta di quanto le mie orecchie si siano “irrigidite” nel corso degli ultimi anni, e di quanto io sia diventato molto meno flessibile ed attento alla “nuova” musica di quanto non lo fossi anni fa. I Mars Volta? Tecnicamente spettacolari, ma alla lunga mi infastidiscono. I White Stripes? Troppo vuoti, tre canzoni e non li sopporto più. I Franz Ferdinand? Uguali a tutti gli altri gruppi indie. E via così. Il problema è che di anni non ne ho sessanta, ne ho trentadue, e a quest’età (come a sessant’anni, per la verità, ma vabbè) da me ci si aspetterebbe un po’ di apertura in più… L’impressione è che io abbia smesso di cercare la musica che mi piace, cosa che dal mio punto di vista costituisce la vera differenza fra i veri appassionati e chi la musica si limita a subirla. Un tempo non mi accontentavo di “aspettare” il nuovo disco dei miei artisti preferiti, ma mi tenevo occupato, mi guardavo in giro, “ingannavo l’attesa” cercando e scoprendo musica nuova. Oggi capita addirittura che mi perda le uscite dei miei artisti preferiti…

Volendo a tutti i costi trovare un modo per discolparmi, le armi a mia disposizione sarebbero parecchie; tanto per cominciare, oggi le mie giornate sono parecchio più piene di quanto non lo fossero dieci anni fa: oggi non ho più ’sto gran tempo per mettermi ad ascoltare musica. O meglio, ce l’ho (dopotutto iTunes è perennemente acceso mentre sono in ufficio, per la gioia dei miei colleghi, in macchina ho un’autoradio e in treno un iPod) ma, non è tempo “di qualità”, tempo “rilassato”, tempo in cui io non sia troppo occupato o troppo stanco, e in cui io sia quindi in grado di ascoltare musica “sul serio”. L’attenzione necessaria per dedicarmi ad ascoltare qualcosa di veramente nuovo mi manca. Il mio cervello è probabilmente troppo assorbito e troppo affaticato dal lavoro per concentrarsi su quello che sto ascoltando, e per questo motivo finisco per preferire pezzi e artisti che già conosco, che ho già “metabolizzato”, e che quindi mi rilassano e mi distraggono senza però impegnarmi troppo.

Secondo, è inutile negarlo: oggi ho molti meno soldi di quanti ne avevo dieci anni fa. Di conseguenza, anche se leggessi tuttora il Buscadero tutti i mesi come la Bibbia (e, mea culpa, non lo faccio più) non potrei comunque più permettermi di comprare i due/tre cd alla settimana sui quali indulgevo ai tempi d’oro. E se qualcuno sta pensando “ma c’è sempre il peer to peer”, beh, in realtà il peer to peer aiuta poco: al di là delle considerazioni puramente legali, parliamo di artisti che spesso su eMule non si trovano nemmeno, e che, anche se si trovassero, mi sentirei veramente un verme a scaricare, visto che si tratta spesso e volentieri di ragazzi che vendono due, tre, cinquemila copie dei loro album, e che più che mai meritano un supporto “materiale” alla propria attività.

E poi, volendo, si potrebbe anche fare una considerazione un po’ più generale, anche se si rischierebbe di sconfinare nella sindrome del sessantenne: forse, e dico forse, è almeno un pochino vero che il rock, oggi, non è più quello di qualche anno fa. Voglio dire, se gli stessi sedicenni che quindici anni fa per sentirsi “alternativi” ascoltavano i Pearl Jam oggi ascoltano i Linkin Park, è evidente che qualcosa è cambiato… Ormai i gruppi rock “overground” decenti i cui componenti abbiano un’età media inferiore ai cinquanta si contano sulle dita di una mano, e anche quelli “underground” scarseggiano. E per quanto riguarda l’alternative country che tanto mi piaceva a quei tempi, dopo l’incredibile boom che ha caratterizzato la seconda metà degli anni novanta siamo tornati in gran parte al buio più completo. O almeno così credo, visto che, come ho già detto, ormai da qualche tempo non sono più “dell’ambiente”.

E in fondo a tutto questo, per finire, c’è un aspetto forse ancora più malinconico: la mia vita non è più la stessa di cinque, otto o dieci anni fa. Le persone che frequentavo, quelle che a quei tempi erano la mia prima fonte di conoscenza, che mi segnalavano i dischi, che mi consigliavano e accompagnavano ai concerti, con le quali potevo parlare dei Blues Traveler e di Kelly Joe Phelps senza che facessero facce strane, oggi non ci sono più. Perché non ci vediamo più. Perché sono andate a vivere altrove. Perché anche loro hanno cominciato a sentire il peso dei tre paragrafi qui sopra. Perché un po’ tutti, come è inevitabile, siamo cambiati, e la “nostra” musica con noi. Vuol dire che sto invecchiando? Chissà. Nel frattempo, però, i consigli sulla musica cominciate a chiederli (anche) a qualcun altro…

conosci le tue vittime.

26 Giugno 2007, Martedì di Abi

fuoridallafinestra.jpg

Anche oggi l’estate fa capolino nel paradiso impiegatizio che i più chiamano Milanofiori. Timidamente, s’intende, e rigorosamente sottovetro. Fuori dalla finestra, oltre la cartina che Mimmo ha appeso per ripararsi dal sole che ogni pomeriggio trasforma quest’angolo di palazzo in una succursale di Trinidad e Tobago, la tangenziale perpetua la sua imperturbabile ripetitività, deturpando uno sfondo che farebbe invidia a qualsiasi pubblicità del Mulino Bianco.

E’ una beffarda metafora che ogni mattina mi saluta fuori da questa finestra. Campagna a perdita d’occhio, campi di grano e balle di fieno, cielo azzurro, un vero paradiso. Ma prima, subito prima, a ricordarti senza posa che il campo di grano e il cielo te li devi sudare, che prima il dovere e poi il piacere, che sei solo un ingranaggio nell’eterna macchina produttiva dell’umanità, ci sono loro, le sei corsie d’asfalto sulle quali quotidianamente sfreccia, imperterrito, il tuo target di riferimento. Già, perché noi, qui alla cattedrale di Santa Rustichella, lavoriamo per loro. Ogni nostro sforzo, ogni minuto del nostro tempo, ogni idea brillante, ogni salva con nome, ogni sbuffo del condizionatore (che non funziona) è dedicato a loro: all’autotrasportatore assonnato, all’impiegato incazzato, al turista esasperato, a tutti coloro che ogni giorno, senza soluzione di continuità, provvedono a scavare il solco nel possente bitume di questa tangenziale e di tutte le autostrade del pianeta.

Mi sono chiesto molte volte se e quanto la localizzazione di questo palazzo sia frutto di una coerente scelta manageriale, o piuttosto di un’allettante occasione immobiliare. Voglio dire, pensandoci bene è un po’ l’uovo di Colombo: al direttore marketing basta voltare la testa in direzione della finestra per scorgere subitamente lo sguardo del camionista in preda ai crampi della fame, del pony express con la gola riarsa, del motociclista in preda al calo di zuccheri, e individuare all’istante quale prodotto possa soddisfare al meglio la loro brama (per poi , ovviamente, riversare le sue percezioni in un’email inviata al sottoscritto). E il direttore generale, poche decine di metri più in là ma sullo stesso lato del palazzo (facendo mente locale, mi rendo conto solo ora che gli uffici di quasi tutti gli alti dirigenti hanno almeno una finestra che dà sulla tangenziale, mi chiedo se siano anche dotati di binocolo brandizzato d’ordinanza), riesce immediatamente a carpire, dallo sguardo del pendolare afflitto, se e quanto il cappuccino consumato tre chilometri prima sia stato efficace nel placarne il male da lunedì mattina. Diabolico.

Siamo scaltri, qui nel santuario del Camogli.

il questionario.

13 Giugno 2007, Mercoledì di Abi

proust2.jpg

Cominciamo col dire che Marcel Proust, per chi come me ha fatto le superiori in francese, è una sorta di incubo ancestrale né più né meno di quanto per il liceale italiano medio lo è Dante, Manzoni o Leopardi. La Ricerca del Tempo Perduto, questa opera che tutti magnificano come capolavoro della letteratura europea, è stata per me soltanto una colossale palla da smazzarmi negli ultimi due anni di scuola, con il risultato che ancora oggi il solo pensiero di avere a che fare con il tipo qui sopra mi provoca nausee istantanee. Il tutto sempre nell’ambito del “facciamo sì che la scuola faccia amare la letteratura ai ragazzi”. Vabbè.

Detto questo, quando qualche giorno fa ho trovato il “questionario di Proust” sul blog di Bill, ho pensato subito di farlo anche io e di piazzarlo qui, perché pur non essendo un grandissimo appassionato di questo genere di cose in fondo sarei disposto a tutto pur di far sparire il post su Justin Timberlake dalla cima della pagina… Subito dopo, però, ho cominciato a pormi qualche dubbio: perché il “questionario di Proust”? Voglio dire, alcune domande suonavano un tantino sospette: che c’entra Proust con lo sport? E con i registi cinematografici?

Basta poco per scatenare la mia detestabile pignoleria. Ed è così che mi sono messo a curiosare un po’ sul web, fino a giungere su marcelproust.it, sito italiano dedicato all’opera del grande scrittore e grande infestatore dei miei pomeriggi di inizio anni ‘90. Oltre alle inevitabili note biografiche e bibliografiche e a tutte le varie ed eventuali del caso, nella sezione “Marcel Proust par lui même” il sito riporta appunto il famoso questionario (che leggo essere stato proposto a Proust, in giovinezza, da una sua amica), in due versioni diverse, compilate rispettivamente a 14 e 20 anni circa. Da qui ho evinto che la versione di Bill ne è evidentemente una rilettura rivista ed aggiornata, con domande più attuali e magari anche più interessanti. Ma visto che io sono odioso e schifosamente pignolo, risponderò alla versione originale…

Il tratto principale del mio carattere
Bisognerebbe chiederlo a qualcun altro.

La qualità che desidero in un uomo
La sincerità.

La qualità che preferisco in una donna
La dolcezza e l’imprevedibilità.

Quel che apprezzo di più nei miei amici
Ancora una volta, la sincerità.

Il mio principale difetto
La pigrizia.

La mia occupazione preferita
Stare su un palco, con un microfono in mano, il pubblico davanti e il mio gruppo intorno.

Il mio sogno di felicità
Vivere suonando, ogni giorno una città diversa e un pubblico diverso.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
Rimanere solo.

Quel che vorrei essere
Me stesso, dieci anni fa, con la testa di oggi.

Il paese dove vorrei vivere
Tutti, indiscriminatamente, a patto di non restarci più di un tot.

Il colore che preferisco
Citando Proust, “la bellezza non è nei colori ma nella loro armonia“. Dovendo scegliere, l’arancione.

Il fiore che amo
Diciamo la margherita, ma difficilmente distinguo un baobab da un’orchidea, il che rende il mio parere decisamente ininfluente.

L’uccello che preferisco
Il dodo? No, beh, dai, probabilmente il falco.

I miei autori preferiti in prosa
Hornby, Benni, Tolkien, da qualche tempo Ammaniti.

I miei poeti preferiti
Bob Dylan.

I miei eroi nella finzione
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, Sam Gamgee, Neil Perry (dall’Attimo Fuggente), Forrest Gump.

Le mie eroine preferite nella finzione
Aeris Gainsborough, Amélie Poulain, Oscar François de Jarjayes, Beatrix Kiddo (la Sposa), un po’ anche Hermione Granger. Ma ne avrei tante altre (e altri), che tanto per cambiare ora non mi vengono in mente.

I miei compositori preferiti
Berlioz, Ravel… E Wagner. Ma non sono propriamente un esperto di musica classica.

I miei pittori preferiti
Per quel poco che ne capisco Caravaggio. E beh, dai, da qualche tempo anche Paul Klee.

I miei eroi nella vita reale.
Chi non si perde d’animo.

Le mie eroine nella storia.
Madre Teresa.

I miei nomi preferiti
Nadia, Sebastiano, Niccolò. Ma anche Diego.

Quel che detesto più di tutto
L’ipocrisia, il vanto dell’ignoranza.

I personaggi storici che disprezzo di più.
Troppi, e nel contempo nessuno. I dittatori sanguinari. Gli inquisitori. Tutti coloro che hanno soffocato la cultura e la libertà degli uomini in nome del proprio potere.

L’impresa militare che ammiro di più.
Senza voler essere un pacifista a tutti i costi, mi risulta veramente difficile provare una sincera ammirazione per qualsivoglia impresa militare. Rispetto l’ingegno tattico, posso apprezzare la sottigliezza strategica, ma alla fine si tratta sempre di persone che si ammazzano tra loro, cosa che sinceramente trovo ben poco ammirevole.

La riforma che apprezzo di più.
Vivo in Italia, le ultime riforme degne di questo nome risalgono probabilmente a prima della mia nascita.

Il dono di natura che vorrei avere
Una forma fisica decente.

Come vorrei morire
Felice.

Stato attuale del mio animo
Inquieto, e vagamente nostalgico.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
I ritardi. Essendo un ritardatario cronico, se così non fosse dovrei schiaffeggiarmi sonoramente tutte le mattine.

Il mio motto
Non ne ho uno, renderebbe tutto troppo semplice.

…E visto che oltre che pignolo sono pure prolisso, aggiungo le domande “in più” che c’erano nella versione di Bill:

Qual è per te il colmo della miseria?
Non avere alternative.

Qual è il personaggio storico che più ammiri?
Probabilmente Gandhi.

Saresti mai capace di uccidere?
Non credo. Ma chissà.

Quali sport pratichi?
In questo momento assolutamente nulla, se non con un joypad in mano. Ho giocato per anni a basket e a pallavolo, e me la cavo piuttosto bene sugli sci. Ma ora come ora sono l’emblema della sedentarietà.

Quali sono i tuoi musicisti preferiti?
Bruce Springsteen e la E Street Band.

Che cosa ti colpisce per primo in una donna?
Fisicamente? Gli occhi. E altre due cose un po’ più in basso.

Quali sono i registi cinematografici che più apprezzi?
I fratelli Coen, Tarantino, Tornatore.

Qual è la cosa che ti riesce meglio fare?
Mah, probabilmente dormire.

A cosa dai meno importanza?
Alle prime impressioni.

Quali per te sono i brani musicali più belli di tutti i tempi?
La lista è infinita. I primi che mi passano per la testa: Jason Reed – Cowboy in the rain, R.E.M. – Nightswimming, Alphaville – Forever young, U2 – Where the streets have no name, Bruce Springsteen – Thunder Road, Pink Floyd – Comfortably Numb.

Credi alla sopravvivenza dell’anima?
Tutto sommato sì. Ma per il momento non intendo controllare di persona.

Credi in Dio?
Tutto sommato sì. Ma nutro una profonda diffidenza nei confronti dei suoi “rappresentanti ufficiali”.

Che cosa più di ogni altra ti rincresce fare?
Svegliarmi la mattina…

Bene, Giustino è sceso di una posizione. Missione compiuta.

giustino lagodilegno…

12 Giugno 2007, Martedì di Abi

…cuoredistagno, burattino! quando diventerai un bimbo come noi? (cit.)

Cominciamo col dire che trovare l’immagine qui sopra mi è costato non poco in termini di autostima e dignità. Provate voi (dove per “voi” intendo uomini sui trenta, magari barbuti) a digitare “Justin Timberlake” nella ricerca immagini di Google, e vedete cosa salta fuori. Per rimediare questa stupidissima foto del soggetto in questione ho dovuto dribblare cascate di addominali e sguardi languidi, con l’onnipresente rischio di venire sorpreso da qualche collega con l’occhio lungo che inevitabilmente si sarebbe posto domande sconvenienti sulle mie nuove tendenze “creative”… E vogliamo parlare del fatto che il mio blog nuovo nuovo sarà indelebilmente segnato dall’essere stato inaugurato con una foto di Giustino LagoDiLegno? Anni e anni di credibilità gettati al vento per pochi pixel…

Ebbene sì, ho visto quest’uomo dal vivo. Venerdì scorso. Segue inevitabile schiera di giustificazioni per l’orrendo misfatto:

  1. (economica – pitocca) Avevo i biglietti gratis (e questa volta il pony me li ha consegnati in tempo). Vabbè il masochismo, ma pagare per Justin Timberlake era davvero, davvero troppo;

  2. (filosofica – musicofila) Per apprezzare il meglio, si sa, bisogna conoscere il peggio;

  3. (affettiva – caritatevole) Ci dovevo portare mia sorella, la mia povera piccola sorellina di diciassette anni, fisicamente ipertrofica (è alta un metro e ottanta) ma psicologicamente vittima inerme e inconsapevole dell’ormone impazzito, per la quale il Giustino è ancora la crema della musica mondiale (non averle ancora fatto un adeguato lavaggio del cervello è un crimine che non mi perdonerò mai, cacchio, io a 17 anni ascoltavo i Dire Straits…), tanto che ora se la tira a mostro con tutti i suoi compagni di scuola;

  4. (opportunistica – spot Mastercard) Due biglietti per uno skybox al forum, con visuale stupenda, bibite gratis, ineguagliabile opportunità di buttare le patatine (gentilmente offerte dallo sponsor) in testa alle ragazzine urlanti tre metri più in basso e, summa di tutto questo, sottile soddisfazione nel sapere che chi sta sotto di te ha pagato, per quell’insulso spettacolo, cifre dai 40 ai quattrocentoventicinque (avete letto bene, 425) euro mentre tu hai dovuto fare una telefonata (vabbè, diciamo tre o quattro) non si possono rifiutare…

Ma tanto che parlo a fare? Qualsivoglia premessa punto servirà a lavare l’onta che implacabile insozza la mia reputazione. Di conseguenza, passiamo testé alla fredda cronaca.

Sorvolerò sulla parentesi pomeridiana, con mia sorella che si è fatta accompagnare qui alla Cattedrale di Santa Rustichella e ha passato tre ore cercando ripetutamente di crackare la password del pc della mia collega in malattia per usare internet a scrocco, facendosi nel frattempo foto da sola seduta alla mia scrivania, il tutto circondata da frotte di mie colleghe chiacchieranti che tentavano (invano, spero) di estorcerle dettagli imbarazzanti sulla mia vita privata, e passerò direttamente al concerto.

Siamo arrivati al forum leggermente in anticipo, in tempo per vedere la fine della memorabile (si sente il sarcasmo?) esibizione del gruppo di supporto. Ebbene sì, anche Justin Timberlake ha un “gruppo di supporto”, perfettamente in target: tanto per fare un parallelismo, i Pearl Jam avevano i Killers, il signor LagoDiLegno aveva la signorina Natasha Bedingfield, che i non-teenagers come me hanno riconosciuto solo all’ultima canzone, nota ai più come “quella dello spot dello shampoo”, non ricordo nemmeno quale.

(Altre foto del fantastico evento)

Due note sul palco, ma che dico il palco, il prodigio dell’ingegneria che vedete qui sopra: il disco volante/quadrifoglio/gigantesco aggeggio vagamente simile al simbolo dell’artista un tempo noto come Prince era piazzato in mezzo all’arena, e non in fondo come per i comuni mortali, e da parte a parte aveva una lunghezza di almeno una cinquantina di metri. Inoltre, intorno ai due lati “tondi” erano posizionate una serie di persone comodamente (è un eufemismo) appollaiate ad alcuni sgabelli da bar, con la bella faccia giusto giusto all’altezza delle tibie del signor LagoDiLegno. Eccoli lì, i gonzi, che per questo incredibile privilegio avevano sborsato la vergognosa cifra di cui sopra. Come dire che per un terzo del mio stipendio avrei finalmente scoperto di che marca sono le scarpe di Justin Timberlake, e se usa o meno il divor odor. Wow, vuoi mettere?

Parentesi cinica: nella pausa fra l’avvenente corista mancata e la venuta del Biondo, mentre gustavo il mio cocktail a scrocco, mi sono vanamente beato della visione di un forum semivuoto, rimuginando fra me e me che in fondo, se la costosissima unica data italiana dell’idiota andava mezza deserta, al mondo c’era ancora una giustizia. Ovviamente mi sbagliavo. Nemmeno il tempo di illustrare a mia sorella quanto era dannatamente pieno il forum quando sono venuto a vedere i Pearl Jam lo scorso settembre, che la popolazione adolescente di mezza Italia ha raggiunto Assago. La cosa ha subitamente provocato due effetti collaterali: primo, mia profonda depressione dovuta al fatto che l’uomo di Scarlett Johansson (altra profonda manifestazione di quanto il mondo sia ingiusto) tira su la stessa gente dei Pearl Jam; secondo, la tonalità del casino presente in loco si è immediatamente spostata in alto di due ottave. I vostri timpani non sono veri timpani se non hanno sopportato l’urlo simultaneo di dodicimila sedicenni in delirio, fidatevi.

Insomma, la catastrofe sembrava imminente ed inevitabile. Ero già psicologicamente pronto ad una serata di noia mortale e terrificanti commenti da reprimere per non contrariare la giovane consanguinea… E invece no. Tanto per cominciare si sono presentati i musicisti: eh già, sul palco con Justin Timberlake c’erano dei musicisti. Già questo è stata una grossa scoperta; io mi aspettavo di vedere una dozzina di imbecilli ballare su qualche base, nel mezzo di effetti pirotecnici e minchiate varie, e se sulla seconda e sulla terza parte non ci sono poi andato lontano (gli imbecilli e gli effetti pirotecnici), sulla prima decisamente sì. Sul palco c’era un gruppo in piena regola, che per “scaldarsi” prima dell’inizio ha tirato fuori una decina di battute di funk tiratissimo, dislocando la mia mascella e dandomi, di colpo, tutta una nuova visione della serata… Poi, vabbè, è apparso lui.

Uscendo da un allegro buco nel pavimento della meraviglia architettonica il signor sexyculo è arrivato sul palco, circondato da quattro coristi e dai suddetti imbecilli, e ha cominciato lo show. La musica, mi spiace, era davvero raccapricciante. Voglio dire, non metto in dubbio che a qualcuno quel simpatico R&B all’acqua di rose possa piacere, io lo trovo terrificante e stentavo a distinguere un pezzo dal successivo, ma lo show, beh, lo show… Giustino (unico bianco sul palco, a parte forse un paio di ballerini, dettaglio piccolo ma significativo) ballava, cantava, faceva un po’ il podista correndo da una parte all’altra dell’incredibile ghirigoro pianeggiante, il tutto in mezzo ad un casino di pazzi: si muoveva tutto, pezzi di palco che salivano e scendevano, gente che entrava e usciva da imperscrutabili pertugi, “tende” con immagini proiettate che saltavano fuori dal soffitto nei momenti meno opportuni, luci a strafottere, insomma ogni possibile effetto speciale, che a volerla vedere in maniera strettamente cinica sortiva magnificamente l’effetto di distrarre gli astanti dalla terrificante qualità dell’audio. Però, cacchio, non era male.

Ma la vera, clamorosa rivelazione, è venuta dopo: Giustino suona! Una chitarra bianca spuntata fuori da non si sa bene quale dimensione parallela ad un certo punto gli si è materializzata in mano, e il ragazzino (in elegante abito gessato) ha attaccato a strimpellare. E mentre cercavo affannosamente di capire, in mezzo a cotanta opulenza di effetti e giravolte, se e quanto il tutto fosse in playback, dal sorprendente foro delle meraviglie posto in mezzo all’improbabile struttura scenica è saltato fuori un pianoforte, e il LagoDiLegno si è seduto e ha attaccato a suonare pure quello. Suona pure il piano, Giustino! E pure il minimoog, da giovane erede del mai dimenticato Sandy Marton. Per il prossimo tour attendo l’arpa celtica e il putipù.

Insomma, facendo il conto: Justin Timberlake canta, e nemmeno così male, balla, e nemmeno così male, e suona pure. Non è Keith Emerson e nemmeno Baryshnikov, non è Tommy Emmanuel né tantomeno Freddie Mercury (che si starà rivoltando nella tomba per il solo fatto di essere stato nominato in un post che parla di Justin Timberlake), strumentalmente fa giusto il minimo indispensabile, però, insomma, se la cava. Se le sue canzoni non facessero così schifo…

E intrattiene anche il pubblico! In un concerto che mi aspettavo programmato al millimetro (e che in effetti è programmato al millimetro, entrate, uscite, movimenti del palco, coreografie mi sanno di provate centinaia di volte) riesce anche a ficcarci due o tre pause prettamente “discorsive”, in cui con suprema originalità di argomenti decanta la bontà della cucina italiana e la bellezza delle donne italiane (mancavano solo la mafia e il mandolino, ma vabbè, non si può avere tutto), il tutto con piglio da consumato showman, manco fosse Spr… Ahem, lasciamo stare. Certo, il fatto che il pubblico fosse composto per il novanta per cento da ragazzine in preda all’ormone pronte a gridare al miracolo per un semplice rutto aiutava, però…

Rimangono, implacabili, il cinismo e il sospetto: il dubbio sul playback è sempre in agguato, non sarebbe né la prima né l’ultima volta, e il passato da boyband dell’ex signor Diaz (sempre a proposito della giustizia divina) non aiuta a fugare i dubbi. Il doppio ear monitor del nostro, inoltre, suscita tremendi sospetti di “Ambriana” memoria, sulla presenza di una qualche regia occulta che suggerisce al buon sexyculo cosa fare, come farlo e quando farlo. Ma, in ogni caso, c’è da dire che il ragazzino, finto o non finto, sembrava molto naturale. Sarà che ’sta roba la fa da quando aveva dodici anni. Sarà che in fondo nella vita non ha altro da fare. Sarà che forse mi sono fatto trascinare dall’entusiasmo di mia sorella, che era in visibilio, si agitava, urlava e fotografava qualsiasi cosa, ma, beh, mi è quasi piaciuto.

Ho detto quasi, eh.

altro giro.

5 Gennaio 2007, Venerdì di Abi

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l’ultimo giorno, vabbè, poi c’è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di “sometimes you can’t make it on your own” degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l’ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l’ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, “più saggio”, ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più “rispettabile”, con un bel “dott.” prima del nome e un bel “manager” sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E’ passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com’era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l’unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d’infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto “amministratore delegato”, non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l’amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell’amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L’ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L’hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l’hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt’altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che “ho consumato le tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate”. E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n’è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest’anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po’ in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l’ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

a casa.

23 Dicembre 2006, Sabato di Abi

A casa.

22 dicembre.

Oggi pomeriggio, in ufficio.

Gente che torna a casa.

Fuori dalla porta sfrecciano colleghi con il trolley, badge in mano, per non perdere il treno.

Sorrisi.

Abbracci.

Buon Natale.

Se non ci vediamo buon anno.

Io in riunione guardo bicchieri colorati.

Alla fine cosa fai? Mah, non so, vado a casa di Mirella, forse, lo passo con i suoi. O magari in Sicilia da mia zia.

Adesso vattene però, ti ho aiutato a mettere i pacchi in macchina, adesso lasciami in pace, non ho voglia di farmi venire i lucciconi davanti al capo. Vai a casa, tu.

Natale con i tuoi.

Da Smallville, alle luminarie, ai cazzo di canguri sul logo di Google.

La bambina del mio capo e l’autoarticolato per il nipotino.

Winnie the Pooh.

Il panettone, chissà, magari papà ha fatto anche la pastiera.

Nel frattempo però mi ha fatto gli auguri, e il regalo, per posta elettronica. Una settimana fa.

Niente di tutto questo, per me. Quest’anno non si torna a casa.