dite quello che volete…

19 giugno 2008, giovedì

…Ma dopo aver visto ieri sera quello di sinistra in concerto qui a Milano sono stato improvvisamente folgorato da un’immagine: me lo sono visto in pantaloncini corti e racchettone, candido come la neve su un campo di Wimbledon a prendersi a pallate con Stefan Edberg… Non ci sono dubbi, è lui. Thom Yorke è l’identità segreta di Boris Becker. Con giusto qualche dose di acido in più.

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ovunque sei.

16 giugno 2008, lunedì

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Sapevo che prima o poi mi sarei trovato davanti ad una scelta, una di quelle grosse, importanti, una di quelle per le quali le notti non sono mai abbastanza lunghe e i giorni mai abbastanza tranquilli. Sapevo che mi sarei ritrovato qui, mani nelle mani, a pensare a come, quando e perché. E sapevo che avrei pensato a te.

A te che se ti avessi fatto una domanda come questa me ne avresti restituite otto, perché sicuramente non sto tenendo conto delle venti, trenta cose a cui tu avresti pensato subito, e che io nemmeno sto considerando. A te che saresti andato a toccare elementi che io nemmeno immagino, che mi avresti tirato fuori cifre, progetti, strategie, modelli con i quali valutare e scegliere, che avresti cercato e, maledizione, saresti riuscito a rendere oggettivo, cristallino, lampante ciò che è per me è soggettivo, emotivo e tremendamente confuso, come facevi tutte le volte. Avresti trovato una mezzora per rispondermi al telefono, chiedermi come stavo, chiacchierare di qualche stupidata per poi prendere il problema alla gola, farlo a fettine, smontarlo e rimontarlo come solo tu eri capace di fare, finché la risposta non sarebbe diventata talmente brillante da doversi coprire gli occhi.

Però tu non ci sei. E su quel pezzo di marmo grigio non ci hai messo nemmeno una foto, da poter guardare in faccia quando ti parlo. Non cambierebbe di molto la sostanza, certo, ma il tuo sorriso, forse, aiuterebbe un po’. Perché tutti, in questi giorni, si danno da fare per darmi consigli, per dirmi cosa fare, portano esempi, esperienze, e mi danno una gran mano, davvero. Ma in venti, trenta, e quanti sono, non riescono a darmi nemmeno un briciolo di quello che mi davi tu, ogni volta che aprivi bocca.

E ora lo so che ti stai incazzando, che ovunque sei avresti voglia di venire qui e urlarmi addosso di finirla, di prendere una volta tanto le cose sul serio, invece di perdere ancora tempo a scrivere stronzate. E lo farò, fidati, troverò il coraggio di prendere una decisione, cercando ancora una volta di essere almeno un pezzettino come te. Per dimostrarti che sono cresciuto. Per dimostrarti che ora puoi fidarti di me. Ovunque sei.

phil tifa boston.

6 giugno 2008, venerdì

…e sinceramente non me l’aspettavo. Voglio dire, uno dei sacri dogmi che mi hanno sempre guidato nel “fotografare” le persone, almeno quelle della mia età, è sempre stata la squadra per cui tifavano nelle storiche finali NBA degli anni ’80, quelle fra Lakers e Celtics. Finali che io NON ho visto, se non a decenni di distanza, e delle quali dal punto di vista cestistico non capivo una mazza, visto che nell’84 avevo 9 anni e non avevo mai visto un pallone da basket da vicino, fatte salve le volte in cui d’estate andavo a trovare i miei zii, e guardavo Manlio fare le partitelle con i pulcini della Juvecaserta, capendoci anche lì ben poco.

Ma non era necessario vederle, quelle sfide, anzi, forse proprio il fatto di NON vederle, la mancanza di informazioni, quelle poche immagini che arrivavano accompagnate dal commento del grande Dan, i servizi di American Ball, tutti quei colori e quei nomi altisonanti , tutti quegli highlights al rallentatore (pardon, “spezzoni”, all’epoca “highlights” era un termine al quale come minimo avrei risposto con un sonoro “tua sorella”), non facevano che alimentare il mito, la grande leggenda dello sport americano, che oggi sembra così semplice e immediato, con nba.com che pubblica i risultati in tempo reale e Andrea Bargnani prima scelta assoluta, ma all’epoca veniva davvero da un’altro pianeta.

Chi tifavi, nelle finali degli anni ’80? I Lakers o i Celtics? Magic o Bird? Jabbar o Parish? Worthy o McHale? L’orgoglio o lo Showtime? Fino ad oggi, fino a prima che Phil mi facesse questa strana rivelazione, ero in grado di individuare la risposta a questa domanda con straordinaria precisione. Perché certe cose sono scritte nel destino: da piccolo tifi Celtics, e diventerai una persona precisa, ordinata, lavoratrice, con un’etica ferrea e un’affidabilità senza pari. Perché loro erano così, loro erano gli operai, i faticatori, quelli seri e affidabili. La loro stella era un bianco slavato e biondiccio, testardo come un mulo (e con lo stesso grado di atletismo), che magari non ti faceva mai saltare sulla sedia, ma che non mollava mai, e per questo sarà sempre ricordato come uno dei più grandi. Loro erano la tradizione, la dinastia, l’orgoglio, quelli duri a morire, quelli che incassavano senza mai darsi per vinti.

Manco a dirlo, io tifavo Lakers. Per Kareem, certo, perché come fai, a dieci anni, a non amare un tizio che si chiama KAREEM ABDUL JABBAR, anche se non l’hai mai visto in vita tua? Perché erano gialli e viola, opposti a quel triste verdino bostoniano, e mai contrasto cromatico fu più rivelatore. Perché il loro più grande eroe si chiamava Magic, e incarnava in sé tutto ciò che lo sport deve essere per un bambino di dieci anni: una magia. Magic che sul campo faceva quello che voleva. Magic che giocava in tutte le posizioni. Magic che sguardo da una parte, palla dall’altra. Magic che, accidenti a lui, sorrideva sempre, e chi mai gliela dava quell’energia ancora me lo chiedo, e ancora me lo chiedevo quando nel ’93 lo venni a vedere qui al Forum, quando ormai si era ritirato e la malattia l’aveva reso più grasso e più lento. E sorrideva lo stesso.

Se nella vita almeno una volta hai cercato di essere fuori dagli schemi, se sei impulsivo, inaffidabile, se sei uno da colpi di testa e decisioni dell’ultimo momento, se la noiosa routine non fa per te, se vivi di sogni e per tutta la vita sei stato perseguitato da persone che per qualche motivo ti hanno considerato “strano”, allora, beh, da piccolo tifavi Lakers. Non si scappa. E da un markettaro come Phil, da uno che ha inventato i film di Natale e ha condiviso con me milioni di frasi sul buon vecchio Chuck, beh, non me l’aspettavo. Non che Phil non sia anche serio, ordinato e affidabile, per carità, lo è molto più di me. Ma, beh, ci sono rimasto un po’ male, ecco. Tutti i teoremi falliscono, prima o poi.

Tutto questo per dare il mio piccolo contributo alla celebrazione del fatto che da ieri sera, dopo più di vent’anni, Lakers e Celtics sono di nuovo in finale. Finale che non ha niente a che vedere con quelle di vent’anni fa: non ci sono più i buoni e i cattivi, le formiche e le cicale, con Garnett, Pierce e Allen da una parte e WonderKobe dall’altra lo spettacolo è garantito ai quattro angoli del parquet, senza pause né timori di smentita. Ma il mito rimane. Anche se la testa, la mia, non è proprio più la stessa di quando avevo dieci anni, e se in tutto questo tempo il basket ho imparato a conoscerlo molto meglio, da spettatore e da giocatore, senza diventare un guru ma con almeno la capacità di capire la differenza fra un blocco e una stoppata. E anche se non sono più innocente, se oggi Sky mi spara dirette di quattro ore con venti telecamere e ogni tipo di replay, se su internet sono in grado di capire in meno di dieci minuti anche quante volte Gasol è andato in bagno prima della partita, sembra ancora tutta una gigantesca favola. Perché questo, e solo questo, ai miei occhi, è lo sport.

Poi, certo, dopodomani cominciano gli europei di calcio. Ma, sinceramente, chissenefrega.

tsunami.

4 giugno 2008, mercoledì

Io
Voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato
Che è spericolata.

Perché non posso fare l’impiegato al catasto? Alzarmi tutte le mattine, mettermi sempre la stessa camicia azzurra, sedermi alla scrivania e controllare milioni di pratiche tutte uguali, dalle otto alle cinque, per poi tornare a casa, mangiare un piatto di pastina e addormentarmi guardando Carlo Conti? Lo so, è un po’ la mia rappresentazione dell’inferno, ma, beh, in questi giorni sarebbe una simpatica divagazione.

Perché la mia vita non può essere un lungo fiume tranquillo, con le sue onde e i suoi gorghi, magari anche le sue rapide e le sue cascate, ma che si susseguono regolari, con il giusto preavviso, con la mappa in mano e il canotto gonfio? Perché anche una bella gita, un po’ di rafting, ci sta, è divertente, è meglio del catasto, ma si paga il biglietto, si prenota e si fa, punto. Non è che ti capita da un giorno all’altro, mentre stai facendo la coda in tangenziale.

Tutto questo perché ritengo profondamente ingiusto, persino irritante, il fatto che non più di un mese fa considerassi come un’alternativa concreta il fatto di buttarmi sotto un treno, mentre oggi galleggio estatico su una bolla di entusiasmo, spinto da venti che mi sparano in tutte le direzioni senza senso, senza spiegazione e senza sosta. E’ ingiusto e persino irritante, sopra ogni cosa, il fatto che io non riesca a rendermi conto di quanto sottili siano le pareti di questa bolla, e anzi, ci salti e mi ci rotoli sopra, incurante del fatto che da un momento all’altro potrebbe scoppiare, e lasciarmi di nuovo per terra vicino a qualche passaggio a livello.

Ma per il momento, vi prego, lasciatemi qui, che c’è un bel sole e si sta bene. Il molo l’ho già rinforzato, e il guardiano del faro di queste onde ne ha già viste molte, e sa cosa fare.

bambini professionisti.

26 maggio 2008, lunedì

Si registrano spot radio, qui all’Ente di Tutela dell’Automobilista Affamato. Approvato il testo, mi scrive l’agenzia per chiedere il mio parere su un punto:

Buongiorno Diego,

come ti accennavo, abbiamo provato ad incidere dei take con bambini ma non siamo soddisfatti del risultato, quindi vorremmo convocare altri 2 bambini professionisti con un’aggiunta di costo nel preventivo. Se mi dai l’ok procediamo. stiamo intanto facendo fare il casting.

Bambini professionisti?

Ok, faccio questo mestiere da qualche anno, ormai dovrei essere impermeabile a questo tipo di definizioni, ma, ecco, insomma, fa ancora un certo effetto. I “bambini professionisti”… Wow. Ogni giorno che passa, sento sempre più di aver buttato via la mia vita…

ps- E poi mi chiedo: ma un “bambino professionista”, da grande, cosa fa?

pane.

23 aprile 2008, mercoledì

La primavera sembra finalmente aver avuto la meglio sulle cisterne d’acqua che inesorabili si sono abbattute su di noi fino all’altroieri. Qui a Rozzano, però, stamattina c’era la nebbia. Ma ormai la prendo con filosofia, ho definitivamente accettato il fatto che si tratta di un fatto fisiologico, un’ineluttabile destino, un po’ come Berlusconi o la forfora: Milanofiori è un luogo avulso dal resto del mondo, una realtà parallela in cui tutto, dagli alberi ai cestini della spazzatura, dai parcheggiatori alle fermate dei bus, è pensato e creato a misura di impiegato, e come tale deve essere triste, mogio, ripetitivo e resistente a ciò che di mutevole ed eventualmente interessante proviene dall’esterno. La definitiva conferma è arrivata quando anche i campi a perdita d’occhio che vedevo dalla finestra del mio precedente ufficio sono stati invasi dalle montagne di fango trasportate dai tir provenienti dai lavori per la stazione del metrò. Poi mi hanno cambiato ufficio. Adesso dalla finestra vedo il tetto in lamiera del capannone vicino e un’insegna DHL in lontananza, ed è tutto molto più coerente e rassicurante.

Che c’entra questo con il pane? Niente. Era solo un’introduzione. Del pane parlo adesso.

Lo sono andato a comprare l’altroieri mattina, il pane. E’ successo per caso, sono uscito prima di andare in ufficio e sono andato a comprarlo dal panificio sotto casa. Il panificio sotto casa. A dirlo così sembra una cosa normale, quasi una frase fatta. In realtà erano anni, forse una decina, che non mettevo piede in un qualsiasi panificio sotto casa. Quello sotto casa mia, poi è uno di quei bei panifici spartani, sembra uscito di peso dagli anni settanta: banco in legno smaltato bianco senza fronzolo alcuno, alle sue spalle ceste di ferro, qualche scaffale di impronta vagamente sovietica con prodotti di merceologie rigorosamente affini (grissini, schiacciatine, merendine, massima divagazione qualche vasetto di marmellata o Nutella), un timidissimo banco del latte fresco rinchiuso nell’angolo, illuminazione scarna e insufficiente e cassiera di mezz’età con grembiule bianco infarinato d’ordinanza. Niente eleganti ceste in legno, niente artistiche composizioni in pasta di sale a forma di spiga-nastro-cupola di San Pietro, niente ferraresi creativi, niente luce calda e soffusa, anni luce di distanza dalle “panetterie evolute” alla Princi che tanto vanno di questi tempi. Il caro, vecchio “prestinaio”.

Ero lì, in coda dietro un paio di vecchiette, e il mio naso si beava di quel profumo antico, quasi dimenticato, così diverso dall’asettica perfezione degli ipermercati e delle baguette in busta dell’Auchan, così lontano e così semplice da sembrare finto. Il profumo del pane. Pagine e pagine sono state scritte, sul suo profondo significato e sul suo grande potere. Il potere di riportarmi a quando ero bambino, e andavo con le mie cinquecento lire a prendere la focaccia da mangiare all’intervallo. Di farmi ricordare della vecchia casa di Lodi, dove il panettiere passava alle otto, lasciava il sacchetto vicino al giornale sul pianerottolo e suonava il campanello prima di scappare via. O di quando, in vacanza in Sicilia, Maria arrivava per fare i mestieri e ci lasciava la pagnotta ancora calda.

E’ passato tanto tempo. Ma sembra molto di più. Oggi, nella mia vita aliena, il pane è in busta chiusa e ha marchi famosi. Ogni tanto mi sforzo ancora di prenderlo “fresco”, ma nei banchi del supermercato (eleganti ceste in legno, luce soffusa, eccetera eccetera) sembra sempre un po’ di plastica. E se è vero che potrei, con un piccolo sforzo, fare ancora il semplice gesto di uscire tutte le mattine, non per caso, a prendere i miei tre panini dal panificio sotto casa, è altrettanto vero che nella quotidiana gara podistica che mi trascina (tardi) in ufficio e poi di nuovo (ancora più tardi) a casa, un posto per quel gesto non c’è più. Se l’è preso il benzinaio, il casello, la coda in tangenziale, la suprema stanchezza che si mangia i miei giorni come un tarlo affamato. Un’altro granello che ho lasciato scorrere nella clessidra.

rotto.

2 aprile 2008, mercoledì

brokenglass.jpg

Succede un giorno, che nemmeno te ne accorgi. Fino ad allora nemmeno lo sapevi, che stavi guardando tutto attraverso un vetro. Un filtro, una di quelle lenti fotografiche dell’era paleozoica pre-Photoshop, di quelle che rendevano tutto più caldo, più brillante, più bello. Ora il filtro si è rotto. E io sto camminando sui frammenti.

as time goes by – 1

11 marzo 2008, martedì

nodrumma.jpg

Venerdì scorso, in riunione, ho scoperto per caso che al posto dell’ex minigolf di Gallarate sta per aprire un McDonald’s. I miei amici di Gallarate, quando gliel’ho detto, mi hanno guardato come se vivessi su Marte: a Gallarate lo sanno anche i sassi. Curioso come invece io l’abbia scoperto in ufficio, a Rozzano, per ragioni esclusivamente lavorative, e non semplicemente passandoci davanti, cosa che fino a qualche anno fa facevo con una frequenza notevole. Curioso come, ora che l’ho scoperto, io mi senta triste. Perché in fondo non è che fossi un frequentatore assiduo di quel posto. Anzi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse, il posto, ricordo giusto l’insegna di metallo bianco sbiadito, non più di un metro per cinquanta centimetri, che si notava appena passando in macchina su Viale Milano. E tanto per dirne un’altra, io lì a minigolf non ci ho mai giocato.

Ma quel minigolf fetente, con i suoi annessi campi da beach volley a noleggio, infestati da zanzare a nugoli e da puntutissimi cespugli che bucavano sistematicamente qualsiasi pallone uscisse dalla rete di protezione, fra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 ha ospitato chissà quante sfide notturne a pallavolo fra i frequentatori del vecchio negozio di fumetti di Mirko. E proprio in quel campo irregolare e sporco, dove il legamento era sempre in pericolo e il lombrico dimorava felice, è nato il gruppo di disperati che qualche anno dopo sarebbe confluito nella prima, sgangheratissima squadra di volley maschile della Horus Cassano, di cui per ben tre anni ho avuto l’onore di far parte.

Quel minigolf fetente, nella fattispecie il pub limitrofo, che cambiava nome e gestione ogni sei mesi e offriva di volta in volta balli latinoamericani, birre irlandesi, bistecche texane e insalate per impiegati ha ospitato la prima esibizione live dei NoDrumma (della quale riporto tamarrissimo flyer qui sopra…), la mia cover band di quando ero poco più che pischello, davanti alla canonica platea di amici esaltati che battevano le mani e cantavano felici anche davanti alla nostra esecuzione “non proprio perfetta”.

Quel minigolf fetente, con la sua insegna sbiadita e i suoi proprietari antipatici, in quelle cinque, dieci serate di inizio secolo si è preso un pezzettino di me. Razionalmente è assurdo, eppure è vero. Ora quel pezzettino finirà nel Big Mac di qualcuno, che se lo gusterà senza nemmeno farci caso.

dieci morsi dieci.

26 febbraio 2008, martedì

cuccio.jpg

E’ sempre bello spezzare un faticoso pomeriggio lavorativo facendo un giretto alla macchina dei gelati. Sì, lo so, fanno ingrassare, ma io sono goloso, la caloria mi è affine e poi la strada per andare e tornare dal seminterrato è sufficiente a smaltire almeno uno dei dieci morsi. Ci vuole un po’ di più per smaltire il terrificante umorismo del biscotto. Voglio dire, posso capire il target 6-12 al quale non è opportuno mostrare vignette politiche o barzellette spinte, ma se queste cacchio di scenette facevano precipitare il testicolo anche a me, fin dai tempi (non proprio vicinissimi) in cui ero parte del suddetto target, da un dodicenne di oggi che campa a Zelig e Bastardidentro come minimo mi aspetto che sbatta il gelato per terra e ci salti sopra… Mah.

nulla.

21 febbraio 2008, giovedì

gmork.jpg

Sono giorni in cui non ho nulla da dire. Anzi, meglio: diciamo che sono giorni in cui quando apro il cassetto con l’etichetta “cose che avrei da dire” vengo sorpreso da una specie di esplosione di creaturine e oggettini colorati, che saltano fuori tutti insieme guizzando e scalciando e sbrilluccicando e tintinnando, e cercano di farsi notare sfrecciando a destra e a sinistra e agitando cartelli con la scritta “parla di me! parla di me!”… Mi colgono alla sprovvista, mi rincoglioniscono, e alla fine riescono anche a convincermi a scrivere qualcosa, però poi – puf! – di colpo svaniscono, e dal cassetto aperto salta fuori una specie di pantera, una cosa nera, gigantesca e pelosa, che si getta su di me cercando di azzannarmi alla gola, e tutte le volte riesco a fermarla appena in tempo, chiudendo il cassetto, a fatica, a calci e spallate. E della pantera nera no, di quella davvero non ho voglia di parlare.